NOI SIAMO DI VETRO

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario 

Così parò Zarathustra di Friedrich Nietzsche

di e con Vincenzo Di Bonaventura
e con Simone Cameli

 Associazione Culturale Blow Up
Ospitale delle Associazioni –  Grottammare Paese Alto  –  16 gennaio 2018  h21.15

        Sono il suo magister vagans, dice Di Bonaventura nel presentare Simone Cameli, il valido partner di questa sera, attor giovane “nato con il teatro”.

Un po’ come lui, Vincenzo, cresciuto alla scuola della mitica famiglia dei Carrara di Vicenza i quali – racconta  – lavoravano sulla Commedia dell’Arte e la cui matriarca dalla taglia poderosa, Argia Laurini, interpretava con magnificenza solo ruoli maschili.

        Viaggia intorno al grande Fritz, per gli amici Nietzsche, lo spettacolo del nostro attore oggi non-solista: recital che è anche fiesta, condivisione, cunto – dice – preparato in 4 ore (!) e ora è qui, tutto a memoria…

E come sempre ti stravolge, puoi aver fatto i compiti a casa piuttosto bene ma sempre hai davanti qualcosa che è nuovo, che incontri per la prima volta anche se è la millesima.

        E’ dialogo fra i due attori, il percorso nel visionario filosofare del Nietzsche de La Gaia Scienza e dello Zarathustra, frutto ambedue di magico equilibrio fra i poli di euforia e depressione, “oscillazioni del pendolo della pazzia che si era già messo in moto e non si sarebbe più fermato” (Sossio Giametta).

        I toni sapienti, ironici, lirici, appassionati degli Aforismi, il parlare ispirato, altissimo, poetico e profetico di Zarathustra, rimbalzano da una voce all’altra in una folgorante tensione argomentativa che non dà tregua, e l’italiano è non meno potente dell’originale tedesco, un “tedesco spumeggiante” nella definizione di Rolf Hochhut.

        Universo, ebraismo, cristianesimo: momenti centrali di una riflessione che dalla certezza della “morte di Dio” cerca per l’umanità un mondo nuovo, finalmente liberato dagli errori di cui è permeato tutto il pensiero occidentale e cristiano.

        L’Uomo folle de La Gaia Scienza annuncia e grida la morte di Dio, siamo stati noi a ucciderlo. Anche Zarathustra, separandosi dal vecchio eremita incontrato nella foresta, quando fu solo disse al suo cuore: è possibile? Questo santo vecchio nella sua foresta non ha ancora udito che Dio è morto!

        Gott ist tot è il problema schiacciante: il Dio che è morto non è il dio della Bibbia, è l’intero pensiero occidentale e con esso il pensiero cristiano presente in ogni cosa – nella metafisica, nella religione, nella filosofia, nella scienza, nella morale, nella politica, nell’arte – con la sua tendenza a comprendere le cose a partire da un unico principio.

        Ma gli uomini non capiscono, essendo quella di Dio la perdita di ciò che maggiormente dava protezione (così come ogni senso univoco dell’esistenza): è la tragedia dell’umanità, cui occorreranno millenni per capire e vincere anche la sua ombra (…Ci saranno ancora per millenni caverne in cui si mostrerà la sua ombra). E  l’“uomo folle”, conscio della sua solitudine, non può che essere il filosofo del domani: Vengo troppo presto, non è ancora il mio tempo.

       Tuttavia la perdita è anche occasione di leggerezza, e rende possibile la creazione di un nuovo ordine a misura d’uomo. A patto di muovere da un’altra tragedia: dalla consapevolezza del caos come “carattere complessivo del mondo”, in cui i “colpi mancanti sono di gran lunga la regola” (già Lucrezio gridava “il mondo non è fatto per l’uomo!”); e dalla rinuncia a pensare l’universo come essere vivente, come organismo o come macchina costruita per un fine.

Nascono da qui tutti gli errori fondamentali incorporati nei tempi più antichi. “Quando avremo sdivinizzato del tutto la natura?” si chiede il filosofo.

        Occorre dunque correggere le tavole dei valori. La “fosca e sublime nuvola di Jehova adirato”, l’invenzione del peccato nell’ebraismo e nei cristiani, che conoscono delle passioni “solo la parte deformante e straziante” e vedono nel divino la completa purificazione da esse: tutto ciò ha allontanato gli uomini dal “colore delle passioni” verso le quali i Greci rivolgevano invece “la loro spinta ideale amandole, elevandole, divinizzandole” e sentendosi nella passione, manifestamente, “non soltanto più felici ma anche più puri e più divini che altrimenti”.

        Per noi la vita – dice il filosofo – è un pericolo più grande: noi siamo di vetro, guai se ci urtiamo, e tutto è perduto se cadiamo.

                       Ma Zarathustra ha “piedi leggeri”, è il filosofo che sa danzare (Adesso sono leggero, adesso volo, adesso guardo al di sotto di me, adesso un dio danza in me. Così parlò Zarathustra.) e dal  disinganno delle fedi e delle menzogne di vari millenni, dalla trasvalutazione di tutti i valori può nascere non disperazione ma nuova ansia di vita che ci innalza.

            “Le tre metamorfosi” dello spirito – dal cammello al leone al fanciullo – nei discorsi del saggio disceso fra gli uomini sono metafora e sintesi della sua morale: per innalzarsi alla saggezza suprema, lo spirito è prima Cammello (assoggettato ai carichi più pesanti; è il “Tu devi” della fede cristiana), per divenire poi Leone (e, coraggioso come quello, capace di rivoltarsi contro i principi stabiliti e le leggi); in ultimo, Fanciullo: che è “innocenza e oblio” e dal quale  può nascere “un nuovo cominciamento e un nuovo gioco”.

        La sentenza finale (la ”sentenza granitica”) affidata al potente aforisma “Qual è il suggello della raggiunta libertà? Non vergognarsi più davanti a se stessi” condensa il messaggio moralistico e laico che attraversa tutto il pensiero nietzschiano.

       La nobiltà della sua ricerca morale riconosciuta fin da pensatori molto lontani da lui (come il Croce) è nella tensione ad esplorare, riscattandola, la natura umana anche nelle sue parti costitutive fino a quel momento negate o nascoste.

        E’ ansia di verità, destinata a scardinare tutto ciò in cui si è erroneamente creduto: Rovesciare gli idoli – così io chiamo gli ideali – ecco il mio compito  su una terra che fra un paio d’anni ”sarà messa in subbuglio”, come scriverà poco più tardi in Ecce Homo, quasi a profeticamente anticipare la catastrofe del 1914.

        Ma lui, che morì pazzo e finalmente celebre a chiusura di un’esistenza che fu “tragedia vera e commovente” (Ferraris), nel suo visionarismo apocalittico non immaginò le manipolazioni ideologiche del suo pensiero altissimo, né che “uomini votati al male e imbestiati” (Giametta) potessero biecamente servirsi delle sue teorie.

        Né ascoltò l’omaggio postumo dello straussiano Also sprach Zarathustra Op.30; nè il dannunziano Per la morte di un distruttore” a lui dedicato nel potente Secondo Libro delle Laudi; né quell’Ode to Nietzsche improvvisata da Jim Morrison nel ’68, prima di un concerto a Saratoga contea di NY.

O miei fratelli, non v’invito all’amore del prossimo: v’invito all’amore di chi è più lontano.

Così parlò Zarathustra”.

20 gennaio 2018                       Sara Di Giuseppe

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La legge del contrappasso

Sindaco di Offida (AP) condannato per aggressione

ovvero

La legge del contrappasso

  

Se mi sento male
o incappo in un incidente
non mandatemi la Croce Rossa.
Roba che in ambulanza
mi piglio pure i cazzotti.

       Sorvoliamo sul risvolto comico/grottesco della faccenda: un sindaco-avvitato-alla-sedia (e in carriera) condannato per aggressione durante lo scorso Carnevale a – udite udite – prestar servizio sulle ambulanze. Con lo stesso contrappasso il conte Vlad, in arte Dracula, potrebbe prendere servizio all’Avis.

       In realtà la questione è molto più seria e riguarda la MORALITA’ dei personaggi pubblici, che dovrebbe essere qualità preminente in coloro che eleggiamo a rappresentarci nelle istituzioni. A tutti i livelli, dal sindaco in su e dal sindaco in giù, dovrebbe contare più di bravura, serietà, esperienza, rappresentatività, appartenenza a partiti o associazioni, capacità, coraggio, cultura, simpatia…

       Accade invece che ce ne dimentichiamo, o l’accantoniamo, o la mettiamo in coda come una virtù insignificante. Innegabile che nella nostra italietta “nessun principio etico è più ignorato di quello che esige da figure pubbliche una quota inderogabile di moralità maggiore di quella che ci si attende dal privato”.

       L’etica pubblica neanche viene più nominata, dorme sepolta in un campo di grano, sa di vecchio, stantio, superato. Eppure in chi ce l’ha giganteggia. Sorprende e risplende. Ti rassicura. Come non ricordare Pertini? Della persona che la possiede ti fidi, anche se è un non-amico, un concorrente, un avversario, uno sconosciuto.  E’ una moralità debole, invece, quella che oggi applichiamo alla vita pubblica. Un optional. Come i sedili riscaldati sull’auto nuova. Peggio, ci siamo abituati alla sua assenza.

       Emblematica quindi, nel suo meschino piccolissimo, la brutta storia del sindaco di Offida, quel Lucciarini che in preda a furore alcolico-medicinal-carnascialesco (parole sue) dispensa sberle e cazzotti veri durante il “Bove finto di Offida.

       Tralasciamo questioni di gusto, opportunità, decoro, evidentemente ignote al personaggio che pur rivestendo un ruolo istituzionale si mescola all’orda imbufalita di un evento che è sempre meno tradizione e sempre più tracimazione di istinti primitivi. Anzi, nei parapiglia sa menare pure lui. Lui prima smentisce stizzito, poi è costretto ad ammetterei: voilà 3.000 euro di risarcimento. Ah, non bastano.

        La faccenda – serissima – assume così col passar del tempo (9 mesi) una piega via via più grottesca. Paginate e foto sui quotidiani (anche nazionali) per disquisire di convenienze, opportunità, calcoli… Alla fine, un po’ di “punitivo” servizio in Croce Rossa e sarà quasi-assoluzione: “Mica ha ammazzato qualcuno!”.

       Perchè il sindaco non ha ravvisato il dovere/opportunità/buon gusto di dimettersi subito dalla carica? (avrebbe anche fatto bella figura). Perchè stampa e opinione pubblica ancora non si (gli) pongono la più doverosa delle domande: a quale titolo un personaggio pubblico continua a rivestire il ruolo istituzionale conferitogli dai cittadini, dopo averlo così indegnamente rappresentato?

        Certo fa scuola il costume politico nazionale: la moralità di un politico è solo una “variabile dipendente” (dal successo mediatico, dagli accordi, dagli inciuci, dagli interessi più o meno leciti – o loschi – in ballo).

Rovesciamento di valori: regole e consolidati principi morali ed etici sono più flessibili per il personaggio pubblico di quanto non lo siano per il privato cittadino.

        A tale forma mentis è drammaticamente estraneo il principio (basilare in società più civili della nostra, nel  passato e nel presente) per cui il responsabile della cosa pubblica, a qualsiasi livello, deve considerarsi indegno di rivestire il ruolo istituzionale quando il suo operato sia moralmente/eticamente riprovevole, anche quando non lo renda necessariamente meritevole di marcire in galera.

        Se questo è il quadro, vien da chiedersi da chi ci accingiamo a farci rappresentare, localmente e a livello nazionale, con quale metro misuriamo – e misurino essi stessi – il loro senso morale e la loro consapevolezza dell’etica pubblica.

        Sindaco Lucciarini – blindato dal PD che per prassi e (mal)costume fa quadrato e difende l’indifendibile – resta sindaco anche se, bontà sua, rinuncia a candidarsi alle politiche nazionali. Sarà pure un brav’uomo, nel senso di  uno-come-noi, ma basta questo a rassicurarci? Io comunque scelgo la Croce Verde.

17 gennaio 2018                        PGC

Ha fatto la lingua alla statua

STEFAN MILENKOVICH  (violino)

UKRAINIAN RADIO SYMPHONY ORCHESTRA di Kiev  [dir. Volodymir Sheiko]
[N.Rimskij-Korsakov  – P.de Sarasate – E.Granados – M.Glinka]

Teramo–Aula Magna Convitto Nazionale “M.Dèlfico” – 9/1/’18 h21  la Riccitelli

Quando, nella breve pausa tra la “Zingaresca” op.20 e la “Carmen Fantasy” op.25 di P. de Sarasate, per andare sul retro col direttore ha attraversato in veloce slalom l’orchestra transitando davanti al busto di gesso con berretto – dell’illuminista teramano Melchiorre Dèlfico – l’ha guardato e ZAC, gli ha proprio fatto la lingua! Come per dire: ho suonato bene? E il busto là, impassibile, ingessato… Ma l’ho immaginato divertito dargli il cinque, tirando fuori la mano che per forza di cose non ha…

Stefan Milenkovich è così: superlativo musicista e imperdibile ragazzo. E, non bastasse, perfino “Most Human Person”, titolo conferitogli da Belgrado per il suo impegno umanitario.

Il serissimo strumento con cui è praticamente nato e che suona “così come Pan deve aver suonato la sua Siringa del disperato amore” non gli impedisce, quando gli va e meno te l’aspetti, di tornare sulla terra con gesti scanzonati e istintivi e mai irriverenti o maleducati. Non ne abusa, un guizzo ogni tanto, un’improvvisa evasione dal solito cliché.

Se quel busto non gli si fosse parato davanti avrebbe “solo” continuato nella genuina distribuzione di sguardi e sorrisi. O si sarebbe inventato qualcos’altro… Il repertorio di stasera poi invita di per sé ad un ascolto rilassato, seppur attento: “VIVA ESPANA”  travolge col suo repertorio di compositori russi ispirati dalla fascinazione per “atmosfere, melodie e ritmi popolari iberici”, con quei brani dalla ritmica fantasiosa e zingaresca ricca di capricci e danze; e il virtuosismo violinistico di Sarasate si esalta nel violino stregato di Milenkovich.

 

L’orchestra: ha lo status di “Migliore compagine strumentale dell’Ucraina”, imponente e serissima da far soggezione, tutta in nero, schierata come un esercito. Una cinquantina di musicisti che da soli okkupano mezza sala, con strumenti vissuti, di ogni foggia e dimensione e una completa sezione ritmica da banda. Impressionanti i fiati, con quel mostruoso flicorno basso che mette visibilmente in vibrazione i quadrotti di isolante acustico del soffitto. Le copertine degli spartiti in russo. Normale, ma non le avevo mai viste da vicino.

Odorano tutti di viaggio. Qualcuno ha ancora le pieghe addosso. Appena giunti dalla Scandinavia, finito il concerto di Teramo ripartono per l’Artico, ma mica in vacanza. A violoncelli contrabbassi e grancassa hanno lasciato sui bordi attaccate le protezioni.

Milenkovich, nel suo perfetto italiano dal dolce accento slavo ci dice, prima del bis, che stasera ne farà uno solo – invece dei due/tre abituali – perché i musicisti “hanno viaggiato, sono appena arrivati dal Nord, e domani verso il Nord di nuovo…”

 

Odorano di fatica. Li vedi che sono musicisti tosti. Più di 10.000 incisioni solo a Kiev, per segnare con le bandierine i luoghi dei concerti ci vorrebbe un atlante gigante.

Odorano di Ucraina. Non ci sono mai stato, ma passeggiando per Kiev incontri tutta gente così (magari il primo violino, scurissimi lui e il violino, viene dai Carpazi della Transilvania…). Facce dell’Est, ma sempre più colorate e comunicative man mano che il concerto avanza. Alla fine quasi si sciolgono, come mediterranei, come spagnoli, come teramani…

Odorano di professione. Probabilmente “solo” stipendiati, ma suonano impeccabili, affiatatissimi, scattanti, si intendono senza neanche un cenno. Hanno pure trascinanti voci “umane”, quando d’improvviso tutti in piedi intonano otto battute in coro con noi pubblico (abbiamo anche noi cantato in russo? È possibile.). Capaci di virtuosismi mai appariscenti o gratuiti, ricchi di espressività sincera, che rivelano solo nei tempi e nei momenti consentiti dal direttore. Un generale burbero ma buono, V.Sheiko, sempre di Kiev, da sempre.

E’ stato un potente contrasto, l’esuberante serbo Milenkovich (che fa la lingua alla statua) accostato a questa simil-sovietica Ukrainian Radio Symphony Orchestra di Kiev. Ma secondo me anche Stefan ha casa a Kiev…

 

15 gennaio 2018                               PGC

 

RIPA S’ILLUMINA

RIPA S’ILLUMINA

“Quando la musica incontra il cinema [muto]…”

Rossella Spinosa accompagna al pianoforte il film muto Nosferatu di Murnau (1922)

Ripatransone – Auditorium Santa Caterina   7 gennaio 2018 h17

ASSOCIAZIONE MUSICALE MARCHIGIANA / FONDAZIONE LIBERO BIZZARRI

       Ripa che s’illumina il 7 gennaio. Un mesto uggioso pomeriggio di nuvole rasoterra, freddo e vento; una spoglia chiesetta dell’800 benevolmente ribattezzata Auditorium; un concerto di pianoforte (“mezza coda stabile”) di musica indefinibile composta appositamente per il film:  unica copia, questa oggi restaurata, di quel pilastro dell’Horror muto che fu “Nosferatu” (1922), sfuggita ai legulei che con accusa di plagio – dagli eredi di Bram Stoker, autore del romanzo “Dracula”- ne imposero la distruzione di tutte le copie; un pubblico incappottato e intristito per le feste finite…

Calma, Ripa s’illuminerà.

Mettici pure l’attacco in tema, quindi “terrificante”, della pianista e compositrice Rossella Spinosa: una trentina di La superbassi violenti e potenti come colpi di mortaio, in crescendo, dal riverbero infinito, quasi doloroso (qualche impreparato spettatore potrebbe perfino filar via impaurito. Infatti.)

Atmosfera perfetta, insomma, e già qui la serata sarebbe un successo.

Nel buio, in “accordo” con le prime esitanti inquadrature, la musica però inizia ad articolarsi in modo meno ossessivo, pur se ancora sulle frequenze basse: e ti accorgi che è proprio quella, a farsi carico di sostenere, accompagnare, srotolare la trama, “spiegare” con efficacia molto più delle didascalie in inglese, complicate dai (bellissimi) caratteri gotici.

Fa qui il suo vero mestiere, la musica. Senza la quale, abituati e afflitti dai gratuiti bombardamenti acustici (che non spiegano niente) del cinema corrente, difficilmente resteremmo coinvolti in questa vicenda girata 100 anni fa. “Horror” certo d’altri tempi: ma quali spaventi, fa quasi tenerezza…

Tuttavia. Leggera, dolce e “fuorviante” solo la prima scena, il gattino soriano (qui il non-colore è giusto) che gioca in giardino e poi coccolato in braccio alla padrona… Per noi moderni è quasi un non-film: a parte il bianco/nero tremolante, le infedeli incostanti velocità, le ingenue architetture, severe ma smaccatamente da fiaba con l’orco cattivo, gli interni arredati da castello del re o da plebe morta di fame, i volti rugosissimi dai tratti ipercaricaturali, gli abiti rozzi e ruvidi, i bambini che sembrano adulti difettosi, i personaggi da teatro inglese ma pure buffi: Nosferatu, cioè Dracula – un nome una garanzia – non pare Mattarella come cammina? E quello, non è uguale al berretto della Bonino? Poi grossi topi in quantità industriali che passeggiano, escono dalle bare, mordono furiosi… e spiders dappertutto (paurosi ragnoni, mica auto sportive scoperte…)

In sala però non ci distraiamo (a parte il dover zittire la scostumata signora che – impermeabile agli zittii – disturba tutti cincischiando – per tutto il tempo! – con una rumorosa carta di caramella, incredibilmente tollerata dai vicini di posto, e pure traducendo l’inglese a voce alta per le amiche…).

La trama del film, anche per chi non la conosce, diventa quasi secondaria. Ci piacciono l’insieme e i particolari. A catturare sono proprio quelle sequenze improbabili, quadri che si aprono e si chiudono in rapidi ingenui coni di luce in rustica dissolvenza… e la musica al piano, sempre energica, che sottolinea, che parla, che rafforza, che rassicura (bè, questo poche volte…).

Quando al canonico The End si accendono le luci – e la signora la finisce, bontà sua, di scartar caramelle – ci ritroviamo per un attimo coralmente “muti” anche noi, con la netta sensazione che, fuori, Ripa si sia “illuminata”.

Eppure per Ripa dovrebbe essere normale, e da ben 100 anni: da quando cioè il “suo” IVO ILLUMINATI, ripano, si cimentava arditamente nel cinema muto fino a diventarne indiscusso riconosciuto maestro a livello mondiale.

Ma la città sembra essersene dimenticata.

Proprio quando il cinema muto ovunque torna in auge per il suo elevatissimo contenuto storico e culturale, Ripa pare abbia “spento” il suo Illuminati. Bisogna andare indietro, addirittura al 1997, quando la passione e l’intuito di un lucido Assessore alla Cultura riuscì ad organizzare un evento su Illuminati regista, di cui, oltre ad entusiastiche e competenti cronache giornalistiche ai più alti livelli, resta traccia nel bel disco di Arturo Stalteri (Selika suite, per pianoforte solo), commissionato da quello stesso Assessorato per accompagnare il film “Selika” – 1921 – restaurato dal Centro di Cinematografia Sperimentale di Roma.

Per il resto, a Ripa, del nostro illustre concittadino non resta traccia. Ripa dorme sul suo gioiello! Peccato mortale.

Chissà se questo coraggioso concerto del 7 gennaio opererà nelle coscienze un risveglio tardivo ma indispensabile. Rossella Spinosa correrebbe entusiasta a comporre, come lei sa fare, su Ivo Illuminati; e così Clementina Perozzi, ad organizzare concerti su concerti.

E Ripa farebbe utilmente la sua parte, come ha già dimostrato di saper fare: illuminandosi e illuminando.

 

10 gennaio 2018                       PGC

MagazzinA Azzurra

MagazzinA Azzurra

“NEUTRAL – ISM” – INTERNATIONAL ART MOVIMENT /
“Visioni senza confini”   [80 opere di 56 artisti di 36 nazionalità]

San Benedetto del Tronto
Palazzina Azzurra
      17 dicembre ’17 – 7 gennaio ‘18

        Rimani con l’amaro in bocca: “solo” un’ottantina opere di 56 artisti di 36 nazionalità. Perché non mettercele tutte e 190, le nazioni del mondo (194 o 197 secondo l’ONU): poteva essere un record, per la San Benedetto-città-dei-record oltre che delle eccellenze e di chissà che altro. Anzi, bastava un unico artista per nazione – 190 artisti 190 opere, dunque – e si macinava altro primato.

 

        Lo spazio? Sempre la Palazzina Azzurra, giacchè da un pezzo la sua “destinazione d’uso” pare cambiata in MagazzinA Azzurra. In un magazzino lo spazio si trova sempre: basta ammucchiare il più possibile, in questo caso quadri sculture opere (d’arte), ben attenti a non sovrapporli e a non rovinarli si capisce.

 

        Se poi i rari visitatori (migliaia per organizzatori e grancasse istituzional-giornalistiche) si stressano e gli si incrociano gli occhi perchè non riescono a distinguere dove finisce un quadro e ne comincia un altro, non fa niente: questo abruzzese “NEUTRAL-ISM” non è anche “redimere il proprio malessere determinato dalle forti e contrapposte (ma non per questo inconciliabili) incomprensioni contemporanee… e le mille feconde divergenze scaturite dall’incontro e dalla forzata o spontanea convivenza tra culture diverse”

 

Chiarissimo no? Chi l’ha detto che il linguaggio dei critici d’arte è melmoso e pomposamente oscuro? Aggiungerei pure (opinione di un ignorante poco “eclettico”): azzeramento dell’immagine e della figura, furia di colori, decifrazione del nulla… Non ce li vorrei a casetta mia ‘sti quadri neutralisti, generalmente di taglia XXL, tranne sì e no uno (della sconosciuta argentina Carolina Iturrospe, v.foto).

 

        Ovviamente in una mostra-magazzino così non servono cataloghi, depliant, cartoline, né aiuti o spiegazioni di alcun genere. Infatti non c’erano. Il visitatore capisce tutto al volo, è d’obbligo in tanta chiarezza.

 

        In compenso, il giorno dell’Epifania [“che tutte le mostre si porta via”, chiosa il fine umor-ismo di sindaco Piunti] non sono mancati gli ampollosi mondani blablabla, vetrina per curatori in vena di civettare col “pubblico di artisti” (politici compresi) scherzando con salottiera leggerezza sulla propria domestica “che s’intende di arte”, o su Sgarbi nume tutelare che però gli ha fatto venire un fegato così. L’importante è che, prima di scappar via frastornato e confuso, il visitatore-per-caso timbri il cartellino firmando il libro-firme: “neutral-mente”, of course, niente commenti malevoli per carità…

 

8 gennaio 2018                                      PGC 

Una vita rovente

OFFICINA TEATRALE 2017/18

Viaggio cosmico-letterario in Recital
FAUST E MEFISTOFELE DI GOETHE

di e con Vincenzo Di Bonaventura
Associazione Culturale Blow Up

Ospitale delle Associazioni  –  Grottammare Paese Alto  –  4 gennaio 2018  h21.15

         Da Ospitale a Ospedale lo scarto fonetico è minimo; addirittura nullo quello estetico, qui a Grottammare Alta. Perché di aspetto ospedaliero – ne ha la tristezza giallina e sciatta degli interni – è il prominente algido fabbricato che vedi pure dal mare, “restituito alla città” da un brutto restauro durato millenni. Solo le rosse poltroncine – comode – attenuano volenterose l’effetto lavanderia di lusso della spietata illuminazione in sala.

        Ma tutto si perde nel buio desiderato, quando la poesia irrompe con forza di bufera e le voci di Faust, Mefistofele, Dio – Di Bonaventura, insomma – conquistano ogni spazio, e il Wagner “per una volta benedetto dallo spirito della Commedia” de “I Maestri Cantori di Norimberga” aderisce allo spirito e al  verso di quel Prologo in Cielo: quando al timbro sublime del coro di Arcangeli e Legioni celesti si contrappongono l’ironia sfrontata e le battute terrigne di Mefistofele che interloquisce con Dio (“Lo vedo volentieri, di tanto i tanto, il Vecchio”) e fa scommesse con lui, annoiato dagli uomini, a tal punto infelici che ”non ci trovo più gusto, disgraziati, a tormentarli”.

Tre voci in una, e la musica: altrove ci sarebbero sofisticate tecnologiche consolle da poterci guidare un’astronave, per quei sobri suggestivi effetti sonori che qui Vincenzo crea con mefistofelica sapienza dal personalissimo impianto all-in-one. Se ne sprigionano le note wagneriane mentre la voce dell’attore-solista filtrata dai microfoni si deforma e si sovrappone e si mescola alla traccia registrata: senza cesure, col fluire largo di una sinfonia, dà parola e gesti e grida al ghigno demoniaco, al lamento faustiano, all’eco divina stillante da oscure profondità celesti.

E’ buffo e strambo, dice Mephistopheles, il piccolo dio del mondo (Der kleine Gott der Welt): è sempre lo stesso,  “più bestia di ogni bestia”.

E sì, conosce quel Faust, quel dottore, – così risponde a Dio che gliel’ha chiesto – conosce la sua mente in tumulto […] né cose vicine né cose lontane / sanno calmare quel suo animo convulso.

Scommette con Dio, Mefistofele: riuscirò a prendermelo, dice, a portarlo pian piano lungo la mia strada. Scommette con Mefistofele, Dio: Un uomo buono nel suo oscuro intimo impulso / sa bene qual è la via retta.

E’ un inquieto tormentato Faust, quello che nella notturna solitudine dello studio parla a se stesso, disperato nella consapevolezza che nulla possiamo conoscere. Il suo Streben – il cercare – impulso infinito incoercibile al superamento di sé attraverso la conoscenza, è angoscia, è quasi “dinamismo demoniaco” (“Natura illimitata, dove stringerti?”).

Penetrare il segreto profondo delle cose è l’ansia formidabile, tempestosa e nobile, che lo avvicina  alle arti magiche, gli fa evocare lo spirito della Terra che “al telaio sibilante del tempo” tesse la veste vivente del Divino (Un mare eterno. / Una mobile trama. / Una vita rovente); toccare la propria finitezza tremando come “verme spaurito che si torce”; cercare il suicidio e fermarsi sul bordo del grave ultimo passo al suono delle campane improvvise e inaspettate, voci consuete della memoria d’infanzia, che annunciano la Pasqua (Perché, possenti e miti / voci del cielo, mi cercate nella polvere?).

Ma invalicabile è “la pena /di questa angusta esistenza terrena”: gli scuote l’anima il desiderio, e il Dio che in cuore m’abita non può salvarlo, e il grido della rinuncia -“Rinunciare tu devi, rinunciare!” – spezza ogni slancio. Che sono io allora, se non mi è possibile / salire a quel vertice umano  / cui tutti i sensi tendono?

Il patto demoniaco è allora a due passi, salvezza terrifica e abisso spalancato sul Nulla: Mefistofele ha scommesso con Dio sull’uomo, “microcosmo di pazzia”, a Faust può promettere quello che nessuno / ha mai veduto ancora, e Faust può siglare col sangue il patto col quale accoglierà nella sua mente la sommità e gli abissi, il bene e il male, per alla fine, anch’io schiantarmi.

Dovessi dire all’attimo. / “ma rimani! Tu sei così bello!” / […] allora accetterò la fine! / […] per me finisca il tempo!

Tragedia della cecità – la cecità di Faust e quella di Mefistofele – dell’impossibile superamento del limite nella conoscenza di sé, in essa può specchiarsi ogni momento “dell’intera esistenza umana dalla preistoria a noi”

Gli infiniti modi di lettura che hanno percorso l’opera – tanti quante generazioni si sono succedute sulle sue pagine – confluiscono oggi in quella che il suo traduttore Franco Fortini definisce “una catastrofe pietrificata”. Non è vero, afferma, che dopo Auschwitz non si possa più leggere Faust, poiché anzi proprio dopo Auschwitz è possibile leggerlo “distinguendovi meglio tutta la parte di negatività e di orrore” che Goethe aveva immesso nell’opera pretendendo di esorcizzarla, e che assedia e minaccia “ogni umano tentativo di autenticità”.

Con buona pace delle mode, così come delle opposte fazioni dei faustiani e dei mefistofelici, l’opera è ancora vita rovente che combacia in pieno col nostro tempo e resiste alle sue catastrofi.

6 gennaio 2018                      Sara Di Giuseppe        

    

UNA SERA DA HOBBIT

OFFICINA TEATRALE 2017/18

Viaggio cosmico-letterario in Recital

Barbalbero di J.R.R.Tolkien

di e con Vincenzo Di Bonaventura

UNA SERA DA HOBBIT

Associazione Culturale Blow Up

Teatro dell’Arancio  –  Grottammare Paese Alto  –  28 dicembre 2017  h21.15

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       Lo dobbiamo al nostro Di Bonaventura attore-solista se stasera proviamo a sentirci un po’ Hobbit – “amabili, buffi, profondamente seri” – così come li ha creati la fantasia di J.R.R.Tolkien filologo e narratore di rango, nel fluviale romanzo Il Signore degli Anelli; e ad aggirarci in quel bosco di colori bruni e caldi e di lisce cortecce grigio-nere simili a lucida pelle; e se per una volta parole come Terra di Mezzo e boschi (eventualmente con maiuscola) non conducono il pensiero al nostro sinistro presente. Anzi.

Voce solista e djembe ci proiettano, quasi in carne e ossa (e cappotti, qui è più freddo della foresta di Ärus), nell’universo fantastico – e parallelo perché verosimile – dove il Bene e il Male “radici delle res gestae universali”*, duellano fino alla catarsi finale; ricreano la voce possentemente vegetale del vecchio Ent, il pastore di alberi Barbalbero dalla “voce bassa e profonda come il suono di un profondo strumento a fiato”; cantano con la voce di lui la canzone elfica di quando il mondo era giovane e gli Ent conobbero gli Elfi e parlarono con gli Alberi…

       Il libro centrale – il secondo dei tre, “Le due Torri” –  è irto di spine, doloroso – scrive Quirino Principe – così come in una malattia il cui decorso prevedibile sia di tre giorni, il secondo giorno è il più penoso. La serenità antica è perduta per sempre, cupi sortilegi incombono e con essi ombre minacciose, la salvezza è lontana e la finale vittoria del Bene avrà un prezzo altissimo.

       “Sembrava vi fosse dietro le pupille un enorme pozzo, pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente e costanti meditazioni”: così, nel Capitolo IV, a Merry e Pipino appare Barbalbero, “l’essere più straordinario che avessero mai visto”.

      C’era “una specie di infinita stanchezza” in quegli occhi, e “il pozzo profondo ne era ricoperto”. Parla a lungo ai due Hobbit il vecchio Barbalbero (“Siamo i pastori degli alberi, noi vecchi Ent”), parla e canticchia con dolce mormorio (Nei boschi di olmi d’Ossiriand erravo d’estate) mentre il bosco tutt’intorno tace.

       Sono stati gli Elfi ad insegnare agli alberi a parlare, i primi a conversare con loro, ma con l’arrivo della Grande Oscurità essi fuggirono in vallate lontane, per nascondersi e cantare “i giorni che non sarebbero mai più tornati”. Erano giorni in cui ogni cosa era più ampia e spaziosa – narra Barbalbero – e i boschi più giovani e forti. E il profumo dell’aria! Impiegavo una settimana soltanto per respirare.

       E c’erano state le Entesse, dai nomi dolcissimi. (Oh! la bellezza di Fimbrethil dal passo leggero, nei giorni della nostra giovinezza!). Non morirono, no, le perdemmo, dice Barbalbero: quando giungemmo nel loro paese, ogni cosa era bruciata e sradicata dalla guerra devastatrice, e le Entesse non erano più lì. Le chiamammo a lungo, coi loro bei nomi, e gli Elfi composero per loro canzoni che furono tramandate nella lingua degli Uomini.

       Nel giorno che declina le avventure degli Hobbit s’intrecciano ai ricordi lontani dell’Ent: raccontano, gli Hobbit, della missione – distruggere l’Anello prima che il Male se ne impossessi per soggiogare il mondo – che li ha portati fin lì tra mille ostacoli, braccati da forze innominabili e misteri incombenti, inseguiti da ombre alate, attaccati dagli Orchi brutti ceffi trasandati e sozzi, salvati a volte da cavalieri valorosi.

       “Sta accadendo qualcosa di molto importante, me n’accorgo […] e forse si avvicina il momento in cui tutti i boschi avvizziranno”: il vecchio Ent sa che è necessario agire, all’orizzonte incombe l’ombra sinistra di Saruman lo stregone (“Il suo viso sembrava una finestra un muro di pietra”) col suo disegno malvagio di potere. Egli complotta con gente immonda: “Lui e i suoi miserabili servi stanno devastando tutto. Giù ai confini tagliano alberi, alberi buoni. […] Vi sono deserti di ceppi e rovi, là dove prima si udiva il bosco cantare”.

       Quella voce vegetale, poderosa e dolente, è per noi reale quant’altre mai. Detestava l’allegoria, Tolkien, eppure il suo epico affresco lo è: non fiaba serenatrice – e tuttavia “le fiabe parlano di cose permanenti”- né cinematografico fumettone per bambinoni, bensì metafora e presagio delle ghignanti truppe di stregoni e miserabili servi del nostro tempo; di questo oggi di Orchi dall’aria dabbene e di bell’aspetto e in doppiopetto, intenti a cucire le squallide trame di un potere senza grandezza.

       “Sono rimasto inattivo, ho permesso che continuassero” (è la voce di Barbalbero, dovrebbe essere la nostra). Ma ora che qualcosa di terribile sta per accadere, ora gli Ent, pur se rimasti in pochi, non possono restare inattivi; se lo facessero, l’ora della distruzione giungerebbe ugualmente, e anche se questa fosse l’ultima marcia degli Ent, può darsi “che aiuteremo le altre genti prima di scomparire”.

       La trasformazione degli Ent – “lenti, strani, pazienti” – è improvvisa come l’irrompere di acque a lungo trattenute da una diga, Barbalbero è riuscito a destarli (“Noi Ent non amiamo essere destati, non ci destiamo mai, salvo che i nostri alberi e la nostra vita non corrano grave pericolo”). Ed eccoli marciare – dopo animatissimo conclave – contro le mura di Isengard e contro le forze del male lì asserragliate. Avanzano con ritmo cadenzato, Barbalbero in testa, battono il tempo percuotendo il fianco con una mano.

“Pipino si voltò a guardare. Il numero degli Ent era aumentato. Possibile che le piante di Fangorn si fossero svegliate, e che la foresta ascendesse al colle marciando verso la guerra?”. Eppure sì, avanzano inesorabili nella notte le grandi ombre grigie – shakespeariana foresta di Birnam in marcia verso le colline di Dunsinane  – e il loro rumore è un mormorio, “l’ombra di un bisbiglio tra molte foglie trascinate dalla corrente”.

“Isengard è immerso nella notte, disse Barbalbero”.

       La nostra sera da Hobbit si conclude; ma ci sentiamo fortunati, potremo ancora ascoltare la monumentale lettura dell’intera trilogia raccolta anni fa in CD dall’attore solista, le incredibili quasi 70 ore di ascolto del romanzo, scrigno dal denso profumo di saghe nordiche, fiabe popolari, mitologie classiche e medievali. Divenute abituali compagne di viaggio Milano-Siracusa – ci dice Vincenzo – per l’amico camionista Rocco che all’arrivo col suo truck DAF coinvolge entusiasta i colleghi, offre in prestito il CD, vuole che l’ascoltino anche loro e qualcuno, è sicuro, lo manda a quel paese.

                *Quirino Principe, Prefazione a Il Signore degli Anelli (II) – Le due Torri

1 gennaio 2018                                            Sara Di Giuseppe

PERSIANE CHIUSE

PERSIANE CHIUSE

       Immagine-240 Un’ inesauribile miniera d’arte, la “Pietraia dei poeti” di Marcello Sgattoni; un prezioso piccolo museo la sua affettuosa casa azzurra di piazza Bice Piacentini (da dove vedevi anche la sfilata delle nuvole…), ormai con le persiane chiuse.

       Se Marcello se ne va – perché la sua San Benedetto “non lo ama” – la pietraia in collina potrebbe diventare una steppa kazaka buona per il più rombante motocross, e la casa azzurra l’ennesimo untuoso B&B.

Ai sambenedettesi andrebbe bene così, a meno che già a capodanno non corrano in massa alla pietraia a far scorta di pietre aguzze per frantumare le zozze vetrate del Comune. La Cultura che si arrabbia.

      Ma non succederà. Come nulla è successo un mese fa, dopo l’”uccisione” (per 5.000 euro l’anno!) della locale sezione della Gioventù Musicale Italiana L.Petrini: i soci e le (giovani) vittime potevano almeno far urlare di dolore i loro strumenti per tutta la città, invece niente. Li hanno riposti quieti nelle custodie, come nelle bare.

       Adesso, l’amore per San Benedetto che Marcello ha dimostrato a sue spese per decenni, arricchendola di pittura-scultura-poesia-musica-letteratura, sacrificandosi e andando sempre contro corrente, non serve più.

       A questi amministratori, sordi e ciechi (anche) in fatto di cultura perfino più dei loro predecessori, importa solo che la Pietraia dei Poeti “renda”. Con fascisteggiante rapidità pretendono pure arretrati e interessi.

      Per loro che, per citarne solo una perla, tentarono di liberarsi della scultura di parole“Lavorare Lavorare Lavorare preferisco il rumore del mare” di Ugo Nespolo raccogliendo migliaia di firme, la cultura è come lo sport: mercato, spettacolo, moda, autoreferenzialità, chiasso, desolazione sontuosa. Ah, e cinema-TV a livello di “Scomparsa”.

       Scomparissero loro nel 2018, invece che Marcello.

 31 dicembre 2017                  PGC

Rubano ancora prosciutti

Rubano ancora prosciutti

[SUL PONTE TESINO DEL LUNGOMARE DI GROTTAMMARE]

       Sono di ferro neanche ben stagionato ma ormai costano più dei San Daniele, forse per questo li rubano. Appesi a sbalzo a gruppi di cinque sul malandato ponte Tesino ad impedire il transito ai veicoli alti. Recentemente perfino irrobustiti e quasi corazzati, ma niente da fare: li rubano in continuazione, lasciano appeso solo l’osso zincato… (v.foto)

       E’ diventato un gioco come alla Quintana di Ascoli, dove il cavaliere a cavallo, dopo una furiosa rincorsa sulla pista del campo Squarcia, prende tot punti a seconda di “come” infilza con la lancia il bersaglio sul braccio sinistro del saraceno-rotante. Ma qui facciamo meglio: la rincorsa si fa – a ben altra velocità – sul lungomare diritto, e in ultimo sul ponte di Tesi’ ben delimitato da new jersey giallo/neri di cemento; invece del cavallo puoi scegliere tra camion, camper, furgone, bus… o qualsiasi altro veicolo alto minimo 2,80. La scomoda lancia non serve, fai tutto con la cabina. Se è robusta non ti farai male (ma cominciano a vedersi i caschi…).

       Si partecipa gratis a tutte le ore, meglio di notte: presa la rincorsa, i giocatori cercano abbattere quanti più prosciutti. E’ difficile fare strike, a meno di non frenare all’ultimo istante derapando. Per regolamento, i prosciutti caduti a terra bisognerebbe lasciarli lì, così il Comune li ripara e li riappende… Invece li rubano! Ecco il guaio.

Succedesse alla Quintana, il magnifico messere darebbe ordine di impiccare il ladro.

       A Grottammare invece il sindaco strilla e si dispera perché i vigili non vigilano ed è un affronto alla sua Grande Opera. E i costi salgono. Servono continuamente nuovi prosciutti, che a loro volta saranno abbattuti e poi rubati…

       Però se per l’estate ai lati del ponte si costruissero due tribunette a pagamento…

24 dicembre 2017                        PGC

IL SUICIDIO DI “SPELACCHIO”

IL SUICIDIO DI “SPELACCHIO”

Non l’ha ucciso la fatica del lungo viaggio dalla Val di Fiemme a Roma, o, come s’è detto, l’ignoranza di chi gli avrebbe maldestramente “riaperto” i rami.

Nè può essere morto di freddo – neanche Gesù Cristo – abituato com’era al clima rigido del suo Trentino.

Né certo è stato avvelenato: figurati se qualcuno, a piazza Venezia, gli iniettava veleno in favore di telecamere…

Più facile un avvelenamento da gas di scarico, a Roma ci si muore, ce lo dirà l’autopsia.

Sicuro è solo che SPELACCHIO è morto anzitempo e senza avvisare.

Dimenticavo: “Non è stato un omicidio” dicono i Carabinieri.

Segato a pezzettini dopo Natale e bruciato nel camino l’avremmo pensato “regolare”:

i 50.000 euro (!) coprivano anche lo “smaltimento” oltre al trasporto. Firmato Raggi.

Ma ho fatto indagini per conto mio: è suicidio.

Causa: umiliato e offeso come e più dei suoi simili,

SPELACCHIO si è suicidato per dignità e per protesta. Platealmente in piazza, tiè!

Non ce lo dirà come ha fatto. Però è stato buono, dato che è Natale: non s’ è lasciato precipitare di schianto, che avrebbe fatto un macello.Ringraziamolo.

 Piuttosto teniamo d’occhio quell’altro abete, quello di piazza San Pietro.

SPELACCHIO gliel’ha detto, che si sarebbe ammazzato [gli alberi tra loro comunicano] e quello, pure se è polacco, ha capito e approvato.

Anzi, ci sta pensando anche lui…

Molto più grande e grosso, lo hanno fatto viaggiare per un mese, 2.300 km dai Laghi Masuri a Roma. Un “trasporto speciale”. E blocchi del traffico, feste, messe, benedizioni a ogni tappa…

 Questo regalo dei cattolicissimi polacchi sarà costato cento volte Spelacchio – alla faccia di santa povertà e del Poverello di cui Bergoglio s’è dato il nome – e ora troneggia in Vaticano.

L’omicidio a dopo Natale. Amen.

Esempi di stupido incomprensibile sperpero, di denaro e di ambiente.

 La stupidità poi è contagiosa: dice che il prossimo anno Trump ci regalerà una sequoia dei Parchi Nazionali. Per i servigi resi.

Ma la stupidità si paga. E gli alberi, che già hanno cominciato a suicidarsi, ce la faranno pagare cara. Magari facendo in modo che siamo noi a suicidarci: è già successo in un film, fantascienza che attinge alla scienza.

Questa sa e dimostra che il mondo vegetale risponde al pericolo comunicando o sottoterra attraverso le radici, o in modo volatile, quasi “olfattivo”, come avviene tra gli animali. E attuando strategie di difesa, come la produzione di tossine. Meditiamo…

21 dicembre 2017                               PGC