Non ci resta che l’Aurora Boreale

Non ci resta che l’Aurora Boreale
[Ripatransone: arriva un secondo Commissario Prefettizio]

  Non deve per forza morire come nel caso dei papi
ma se un Commissario parte ne arriva un altro.
Come nelle indagini di un delitto:
quando un Commissario non ci capisce niente, lo sostituiscono.
Qui avevano mandato l’Aurora (aveva fino al tramonto per far carriera…)
Lei veramente si è subito impegnata:
ha fatto indagini, ha studiato il caso  (i “conti in ordine”!), ha agito.
ZAC, ha aumentato la Ta.Ri.
Qualcosa poteva, doveva succedere. Macchè, tutti a pagare.
Né il “colpevole” delle Elezioni fallite si è fatto scoprire.
Allora ecco un nuovo Commissario, un Commissario-uomo.
Con un nome così – Fiorangelo Angeloni – saremo certo ben custoditi, ma chissà,
con i sventolati “conti in ordine” non si sa mai…
Ha tempo fino a febbraio, circa, poi arriverà un terzo Vice Prefetto Aggiunto in carriera
Si chiamerà Arcangelo Di Sera, bel tempo si spera…
Oppure a Ripa dovremo accontentarci dell’Aurora Boreale

Che poi da queste parti manco si vede.

       15 novembre 2017                                  PGC

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A cena in Convitto

I SOLISTI AQUILANI  /  SERGEI NAKARIAKOV [flicorno]
E.Grieg F.J.Haydn F.Schubert
Teramo, Aula Magna Convitto Nazionale “M.Delfico”  9.11.’17  h21
la Riccitelli
                                                                                                                       MUSICA TEATRO DANZA Teramo

Sarà per i chilometri fatti saltando la cena per arrivare in tempo, che il profumo di cucina su per le scale del Convitto ci ha messo fame… Odori tipici di cena-di-Convitto: quelli del pranzo sono diversi, sempre inconfondibili ma diversi. Date retta, m’intendo, ricordi indelebili. Dato il modesto salto d’età, i Solisti Aquilani e Sergei Nakariakov stanno cenando assieme ai ragazzi? Speriamo di no, il concerto ne soffrirebbe. [Ai tempi, nemmeno una svelta partita di ping pong ci resuscitava dal fulminante sonno piombigno].

Della severa elegante architettura dell’Aula Magna, della sorprendente e involontaria buona acustica dissi all’altro concerto. Ma è l’imperdonabile allestimento volante del palcoscenico che grida ancora vendetta, con quella precaria quinta nera ormai a fine vita e il pavimento rialzato in legno di stonato verde-Benetton. Meno male i 4 fari da cinema (a mo’ di giraffe) anziché uno soltanto, ma neanche uno straccio di microfono direzionale, tutto come viene viene? Bah… Per fortuna non ce ne sarà bisogno: dei 14-15 Solisti Aquilani [l’ottimo violoncellista-dai-capelli-rossi all’estrema destra, dopo la suite di Grieg in cui ha fatto anche il solista, s’è confuso tra il pubblico – nonostante il frac -] abbiamo goduto ogni singola nota di ciascuno strumento, e del possente flicorno di Nakariakov ci è giunta anche l’anima.

Senza un direttore dichiarato e “visibile”, dei Solisti Aquilani impressiona innanzi tutto la precisione.

Perché altro è avere davanti la figura che ti “bacchetta”, altro è interpretare al volo dal primo violino (penso) gli impercettibili cenni, gli sguardi diagonali, le rughe provvisorie, i respiri anticipati o sospesi, le vibrazioni, i pensieri nascosti.

Poi i movimenti: capisci meglio la musica, quando è anche elegante linguaggio del corpo. Qui sono archi, ma mi viene in mente Paolo Conte: “i sax spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga / e la canzone andava avanti sempre più affondata nell’aria […] l’orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare venerato […] i musicisti un tutt’uno col soffitto e il pavimento”

Specie nella seconda parte dello schubertiano “La morte e la fanciulla” – quella parte lenta e silenziosa ma anche dolcemente sincopata – i violini all’unisono, quasi “ipnotizzati”, sono come cigni danzanti sul fiume che sanno dove andare ma non te lo dicono. Gesti parlanti, matematici, ripetitivi ma non nevrotici e noiosi come quelli dei tennisti. Facce espressive: gioiose, concentrate, preoccupate, felici. Neanche certi eccellenti turnisti ce l’hanno.

Preceduto dalla sua fama, il giovane flicornista russo Sergei invece non muove un muscolo. “Sembra” di ghiaccio. E noi ci mettiamo un po’ a capire che tutti quei suoni scaturiscono “solo” dal suo flicorno taglia XL, che pure ha 4 tasti invece di 3. Se chiudi gli occhi pensi a un trombone (a Lito Fontana per esempio), a una tromba classica, a un bombardino, un paio di volte perfino a un sax!

La velocità di un pianista, l’espressività di un violoncellista, il calore di un flauto, l’impeto di un percussionista… Ma non gli si scompongono neanche i lisci capelli. Sergei è tanto in sintonia coi Solisti Aquilani da sembrare nato con loro: non gli serve guardarli, lui davanti, loro alle spalle. Come se niente fosse, neanche una sbavatura. O se succede, per dirla ancora con Paolo Conte ”sbagliano da professionisti”: non ce ne accorgiamo.

 

11 novembre 2017                       PGC

letteraturamagazine.org

Una mite sapienza

OFFICINA TEATRALE 2017/18

Viaggio cosmico-letterario in Recital
Manzoni: l’uomo, l’artista

di e con Vincenzo Di Bonaventura
e con Loredana Maxia 

Associazione Culturale Blow Up

Teatro dell’Arancio  –  Grottammare Paese Alto  –  7 novembre 2017  h21.15

       “Un vestito dimesso, un piglio semplice, un tono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s’avvicina…”: il Manzoni che vive nella lettera di Niccolò Tommaseo a G.Pietro Viesseux, 24 novembre 1826, è anche “l’uomo che in ogni via che calcò impresse un’orma indelebile”*

       Quest’orma noi calchiamo stasera nel Recital intorno al Manzoni del nostro Di Bonaventura, regista e attore, talvolta non-solista: oggi è con lui la brava Loredana Maxia, antica allieva dei tempi del TeatrLaboratorium Aikot27, che condivise le glorie di quello spazio magico in via Fileni, quando “il teatro lo facevamo anche per strada” e – scherza Vincenzo o forse no – “eravamo magnifici!”.

       Anche oggi l’attore “sparisce” per farsi – attraverso la parola alta (“La parola è un condottiero della forza umana” per Majakovskij) – testimone e “fulcro conoscitivo di un’era”** e il suo recitar cantando disegna  l’uomo e l’artista così come emerge dal lavoro anni fa realizzato con il regista e autore teatrale Giuseppe Emiliani.

       Vi si intersecano il rendiconto della complessa biografia manzoniana e la dimensione artistica, poetica, ideale, finanche psicanalitica di quel grande.

A cominciare dalla nascita non banale, da quella Giulia Beccaria figlia di Cesare e – pur se le malelingue attribuivano, pare fondatamente, la vera paternità a Pietro Verri – da quel “malinconico gentiluomo di nobiltà minore”, Pietro Manzoni, di ventisei anni più vecchio di lei, genitore distratto e anaffettivo.

Allevato dalla nutrice (“la quale vogliono che fosse svelta, vivace e piacevolona”), poi allontanato dalla famiglia e dall’amore materno in una lunga via crucis di “piccolo coscritto” rinchiuso in austeri repressivi collegi religiosi (i frati Somaschi di Merate, i Somaschi di Lugano, i Barnabiti…).

       Precedenti che ti rendono psicopatico o killer seriale; o forse invece ti allungano la vita, stando a quella, ragionevolmente lunga, del Manzoni. Certo ne divenne “un grave nevrotico con spunti ossessivi nonché patofobici”: agorafobia e altro… “Un enigma” dice di lui Pietro Citati “per la singolare forma della sua mente, che combina le qualità più discordanti tra loro”.

      Ma fu soprattutto “uomo che trasse il suo genio dal cuore (è ancora il Tommaseo), impresso di quella bontà che l’ingegno, non che guastarla, rende più sicura e profonda […], colui che ha insegnato agl’Italiani la vera via della storia”.

       Capace di autoironia (“un Lepore finissimo ne il carattere” – Tommaseo), respinse l’offerta di un seggio di deputato nel primo Parlamento del Regno “giacchè sono balbuziente… Mi ci vede – rispose a Emilio Broglio – davanti a una così solenne assemblea che dico giu…giu…giuro! Farei ridere tutti”

       Dovette pregarlo Cavour in persona, e Senatore lo fu poi davvero, nel ’60, e l’anno dopo votò l’Unità d’Italia. [Perché pensiamo subito all’oggi e agli inverecondi gnomi che popolano quegli scranni?…].

La folla lo atterrisce, da quarant’anni non esce da solo, eppure gli universitari lo acclamano sotto casa, vanno a trovarlo perfino Garibaldi, perfino Verdi che alla morte scriverà per lui la sublime Messa da Requiem.

       C’erano stati prima gli anni giovanili, di pienezza e d’impegno, del riannodato rapporto con la madre a Parigi, del tardivo edipo che a 20 anni lo lega saldamente a Giulia dopo la morte del compagno di lei Carlo Imbonati (“Ella è continuamente occupata… ad amarmi e a fare la mia felicità” – Lettera al Pagani,1806).

E lei sarà presto suocera amatissima di Enrichetta Blondel – una specie di Trinità, chiosa Vincenzo – sposata sedicenne ad Alessandro e madre dei 10 figli che quasi tutti gli diedero il tormento – ma non volle collegi per loro, gli erano bastati i suoi – e quasi tutti (tranne due) gli premorirono.

       E poi il ritorno a Milano, la dolorosa vendita del Caleotto a Lecco, secolare proprietà dei Manzoni, e il distacco da quelle terre lecchesi, contenitori di irrisolte memorie (solo tre anni prima di iniziare il Romanzo che di quegli affetti e ricordi porterà i segni). E poi l’amatissima villa di Brusuglio, ereditata da Carlo Imbonati, che diviene approdo e rifugio dove giocare all’agricoltore, estenuare paure e nevrosi in camminate di ore, appassionarsi di botanica sentendosi “un novello Linneo”; lui e il suo amore per gli uccelli, la sua pietà per quelli in gabbia, la sua avversione per la caccia (un grande anche in questo)

       E’ tutto quel mondo, a occhieggiare e trasfigurarsi nella scrittura del gigante che donava a noi Italiani la nostra lingua (e che lingua!) – sola cosa che dia a un popolo dignità di nazione – e una letteratura che spezzava barriere regionali e sociali.

       “Quel ramo del lago di Como” egli lo vedeva dal Caleotto, così pure Pescarenico (parecchio del giovane Manzoni scorre nelle vene di Lodovico/Fra’Cristoforo); e la località di Acquate, parte dei possedimenti di famiglia, è il villaggio dei Promessi Sposi. Luoghi carichi delle reminiscenze più care, cosicchè il distacco di Lucia nel romanzo è anche il suo: cacciata dall’Eden e perdita d’innocenza, tutt’uno con la conoscenza della negatività del reale (“… e seduta com’era, sul fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente”).

       “Ciò che nel Romanzo del Manzoni piace è il Manzoni stesso” scrive A.De Gubernatis, e tutto nel Romanzo è specchio reale del suo tempo e del nostro: il sopruso eretto a sistema e gestito mafiosamente; le “colonne infami” e le cacce agli untori; la peste, la fame, la guerra. Sull’affresco potente e corale s’innalza il sentimento individuale dell’artista e quella pietà per l’offesa all’uomo che pure non rinuncia alla speranza. La madre che nello strazio composto consegna la figlioletta, appoggiata nella morte al suo petto, al carretto del turpe monatto – ”Addio Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme…” – è acme lirico e contrappunto al degrado morale e fisico di un’umanità atterrata e travolta ma non senza redenzione.

        Il “turbine vasto” dei grandi movimenti collettivi, delle passioni e dei moti interiori, delle masse e degli individui, “l’ombra irriducibile della Storia”, tutto questo urge in ogni singolo componimento di quel grande: poiché compito della poesia, lievito e fondamento assoluto dell’arte, è tendere alla verità.

“… Il bisogno della verità è l’unica cosa che possa farci attribuire importanza a tutto ciò che apprendiamo” (A.Manzoni, Lettre à Monsieur Chauvet).

       Quel bisogno di vero è anche il senso profondo di questo teatro testimoniale: esso sottrae il respiro titanico di quel genio tormentato alle banalizzazioni scolastiche, alle esegesi pretigne, alle facili consolazioni di presunte Provvidenze, per riproporci integri quel messaggio etico e la grandezza di quell’arte.

E a questo teatro ancora una volta siamo grati per i bagliori di verità che rischiarano il nostro deserto presente e il “teatro confuso del mondo”.

 “… Se il Manzoni fosse stato perfetto in ogni cosa, non ci rimarrebbe altro che adorarlo.
Ma poich’egli era mortale come noi e soggetto ad errare e alcuna volta può avere anch’esso umanamente errato, sarà utile a noi l’apprendere in qual modo egli vincesse le sue battaglie ideali, e quale ostinazione  virtuosa egli abbia messo per vincere”

   (Angelo De Gubernatis, Letture alla Taylorian Institution, Oxford, 1878)

  *    Niccolò Tommaseo – G.P.Viesseux, Carteggio inedito – Primo volume (1825-1834)

  **  “Dialogo con Vincenzo di Bonaventura, inarrivabile attore solista”  di Alceo Lucidi, in The Life Magazine

  10 Novembre 2017                                    Sara Di Giuseppe

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Purple Whales “Inspired by Jimi Hendrix”

           Simone Graziano / piano, Fender Rhodes, sinth, arrangiamento-composizione
           Alessandro Lanzoni / piano, Fender Rhodes, arrangiamento-composizione
           Naomi Berril / violoncello, voce
           Michele Tino / sax
           Dimitri Grechi Espinoza / sax
           Stefano Tamborrino / batteria, voce

                 Teatro Comunale – Porto San Giorgio     4/11/’17    h21,15                      tam  tutta un’altra musica

“Inspired by Jimi Hendrix”. “Ispirati”? Mmm… Poco e per fortuna, secondo me.

Purple-Whales

Non solo e non tanto perché le cover hanno ormai stufato (e col jazz non c’entrano niente) ma perché, se questo gruppo s’è davvero ispirato a J.H., lo ha fatto arrangiandolo con studio e intelligenza, estraendone il meglio, non la teatralità e gli eccessi. Studiando reinventando e riscrivendo solo quello che c’è di unico speciale inimitabile e intramontabile. E, con questo bagaglio ma con originalità propria, continuando con la loro musica, la loro  personalità.

Un concerto “moderato”, quello di stasera: un ossimoro, data l’ispirazione. Nulla fuori dalle righe, non  rumori, grida, tumulti, droga, turbolenze, sul palco o tra il pubblico. Niente chitarre spaccate o bruciate, niente di violento o appena tellurico. Non è dovuta intervenire la polizia.

Lo spirito rivoluzionario di Jimi Hendrix in un piccolo antico teatro marchigiano, pure col suo bel CASTIGAT RIDENDO MORES sulla facciata (sai le risate di Jimi…) e con appena 100 anime: non in uno stadio o in un’arena d’America.

Poi si sa che Porto San Giorgio non è Woodstock. A fine concerto, se l’Alessandro Lanzoni non l’avesse confessato “che ci crediate o no, siamo partiti da Jimi Hendrix”, sta’ sicuro che non ci avremmo creduto.

Così come, tapino, conosco poco Hendrix (appena Hey Joe, Angel e qualcos’altro) e perciò forse poco lo amo, altrettanto imperdonabilmente non conoscevo questi sei musicisti. Sono venuto al buio, tanto se confidi in “tam” non bagli. E non ho sbagliato: un’ora e mezza saldamente incollato alla sedia (come tutti), che se lo sa Hendrix che lo abbiamo ascoltato così…

Un concerto-quasi suite, “moderato e ordinato” ma coraggioso. Un ascolto talvolta impegnativo, certo. Magicamente narrativo nei suoi scenari jazz-rock, comprensibile sempre, e godibile se seguito più con la testa che con le orecchie, respirando a tempo, senza distrazioni.

Se arrangiare J.H. – mi dicono e ci credo – è quasi impossibile, questi sei ci sono riusciti unendo il rigore alle loro calcolatissime fantasie, con poliritmie improbabili ma avvolgenti, senza scivolare in chewingum sonori ubriacanti ma poveri di emozioni. Niente accordi bellici né aggressività. Nessuna agitazione, tutti quieti ai loro posti, ogni gesto al ralenti. La buona musica non può essere solo spettacolo. E torrenti di note ordinate, arrangiamenti intensi in punta di penna, quasi una seducente flanérie musicale.

Assente apposta (ma presente nell’aria) la mitica Fender Stratocaster, la “scena” – si fa per dire – se l’è presa il violoncello d’Irlanda, anche per la sua giovane e bella e femminile voce di bosco. Note lunghe, coloriture pensose, spruzzi d’oceano, attese, silenzi di tundra.

Dal canto loro, i due piani (un coda d’ordinanza e per l’occasione un raro Fender Rhodes – sarebbe lo zio della Stratocaster…, che ha dovuto pure inventarsi contrabbasso) e i due ottimi sax hanno dialogato quasi incessantemente tessendo e disfacendo melodie che mai ci resteranno in mente, tanto sono jazz.

Antitesi di J.H. soprattutto Alessandro Lanzoni sullo Yamaha: tocchi riflessivi, levigatezza dei dettagli, niente sfoggio di tecnicismi; suona solo le note necessarie, le altre le lascia (come raccomandava sempre Joao Gilberto); corde mai arroventate, “calde” sì, ma non nel senso della fisica. Orchestrazione epica, quasi da camera, e il suo batterista (Tamborrino, nomen omen) anche lui tanto statuario quanto completo e solido: i suoi vuoti-pieni, gli eleganti tratteggi ritmici, i chiaroscuri architettonici, i suoi momenti sospesi, i suoi tocchi cristallini, i suoi  (contro)tempi dispari…

Un “ensemble” da riascoltare subito, ma non hanno portato il CD… Magari, in qualche parte, ci sarebbe anche stato spiegato questo titolo strambo: “Purple Whales”, balena purpurea. Scusate l’ignoranza – ve l’ho detto che Jimi Hendrix l’ho poco frequentato e me ne pento – ma che vor di’?

 

7 novembre 2017                PGC                                

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BORSETTATE

BORSETTATE

 

Le “ricche” – così le definisce l’Orsini – signore di Barcellona certo non sono violente, anzi sono proprio signore, l’han dimostrato sfidando coraggiose e inermi la polizia spagnola.

Però meglio non dir loro che in un benpensante giornale italiano un commentatore-opinionista-professore le prende per il culo.  [A.Orsini:”Il Narciso irresponsabile”, Quotidiano.Net, 3-11-2017] http://www.quotidiano.net/commento/il-narciso-irresponsabile-1.3508118

Perché per l’Orsini sarebbero minimo borsettate in faccia.

E se quelle signore – senza infrangere la legge – lo mettessero nella Plaza de toros Monumental di Barcellona con una pelota in mano in compagnia di un toro di 6 quintali poco accomodante, sarebbero cornate. [Il Parlamento catalano – giudicato fino ad oggi uno dei più avanzati al mondo – le aveva abolite, le corride, nel 2011; Madrid gliele ha reimposte: tanto per dire dove sta la civiltà, ma se all’Orsini piace…].

 

Se quel “Narciso irresponsabile” di Puigdemont lo leggesse, lascerebbe provvisoriamente Bruxelles per venire a conoscerlo: l’Orsini gli fornirebbe gratis preziosi consigli per uscire dalla sua “situazione miserabile”, e lui si consegnerebbe bel bello ai Carabinieri.

O non succederebbe che, invece di “frenare il suo progetto di spaccare uno dei Paesi più liberi e pacifici del mondo al fine di pagare meno tasse” – così la profonda articolata analisi politica del prof-di-Luiss – il catalano gli spacca la faccia?

Orsini, dovresti temerlo, se quello – come incautamente scrivi oggi – “è privo delle qualità tipiche dei politici di professione, che sono il senso di responsabilità e la lungimiranza”

 

Non possedendo Puigdemont – tu dici – neanche “doti carismatiche straordinarie” ed essendo pure privo di valori morali (sic), oltre che “narcisista” ed “estremamente cinico” (traduco: uno scemo pericoloso), se con te menasse le mani agirebbe anche in questo caso senza badare alle conseguenze; né alcuno gli mostrerebbe solidarietà: se uno ti offende non puoi menarlo. Elementare, Watson.

Ma si dà il caso – te lo  ricordo – che Puigdemont & C. siano stati ingannati offesi e menati. E adesso arrestati. E tu liquidi la questione in 300 parole (di scarsa qualità, consentimi).

 

Prof-di-Luiss Orsini, lascia perdere, è meglio. La politica non è proprio la tua materia (come neanche la mia, ma io non mi imbarco sui quotidiani in analisi superficiali raffazzonate irriguardose e pesanti, anche se tifo Barcellona).

Da’ retta, non banalizzare la richiesta di indipendenza della Catalogna – come del resto ha fatto quel Re-Travicello nella sua vergognosa uscita che neanche uno scassato attorucolo di teatro.

Sei certo capace di prenderti mezza paginetta (300 parole) sulla stampa benpensante che ti ospita parlando di castagne, vini novelli, di donne e di calcio, magari ti va meglio.

In Catalogna sono mediamente seri, le signore non sono tutte ricche, non c’è solo gente che cerca unicamente i soldi e il successo come credi tu. Chi aspira all’Indipendenza normalmente non nuota nell’illegalità, come dalle nostre parti. Hanno idee. Né cercano “compassione”.

Magari, se ti leggessero, gli faresti compassione tu.

 

3 novembre 2017                           PGC                          

LA BLUSA GIALLA

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario in Recital

MAJAKOVSKIJANA

a 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre

di e con Vincenzo Di Bonaventura
e con Laura Piermartiri

Associazione Culturale Blow Up

Teatro dell’Arancio  –  Grottammare Paese Alto  –  24 ottobre2017  h21.15

LA BLUSA GIALLA

 Ehi, voi!
Cielo!
Toglietevi il cappello!
Me ne vado!

      (V.Majakovskij, La nuvola in calzoni, 1915)

      “Gialla blusa cucita con tre tese di tramonto e fazzoletto rosso al collo: così abbigliato – la sua divisa da futurista – il giovane gigante Majakovskij declamava la sua poesia ovunque, viaggiando in treno fino a Vladivostok, nelle piazze e nei circoli intellettuali, e a Pietroburgo (prima che divenisse “Pietrogrado”, in odio ai tedeschi) dove in un teatrino mise in scena una tragedia e… ”fischiarono tanto il mio lavoro fino a crivellarlo”, come scrisse più tardi.

Al Teatro dell’Arancio, Vincenzo e la giovane Laura vestono idealmente stasera la gialla blusa del poeta: essi “sono” la sua voce titanica e l‘anima fragile, la sua passione e l’urlo poderoso. Vincenzo e il fido djembe recitano cantano e perfino danzano Majakovskij, un’ora e mezza di versi completamente incredibilmente a memoria; Laura presta insospettata potente voce alla “tragica allegria”, allo sghignazzo, all’utopia civile.

Sullo schermo, diapositive, immagini da reportage fotografici dell’epoca; e poi musica, energica e severa: bene accompagnerebbe “un film di Ejzenštejn sulla Rivoluzione”, e certo ricrea qui un’innevata Prospettiva Nevskij, pur nella mite marittima sera di mezzo autunno e non con un vento a trenta gradi sotto zero.

Ma era d’aprile, quando il fragile gigante della rivoluzione si tirò un colpo al cuore nella piccola stanza della komunalka, al numero 15 di vicolo Gendrikov: lasciava l’enorme corpo “steso sul pavimento, le braccia spalancate…” – era alto due metri. “Anche da morto Majakovskij è ingombrante”* – e una lettera scritta due giorni prima: “Non incolpate nessuno della mia morte […] Come si dice – l’incidente è chiuso […] Io e la vita siamo pari […] Buona permanenza al mondo”.

Il tuo sparo fu simile a un Etna / in un pianoro di codardi e di codarde, scriveva Pasternak per il poeta che solo pochi anni prima aveva pianto Esènin suicida nella solitudine dell’Hotel d’Angleterre.

Quei poeti si dedicavano versi l’un l’altro, ricorda Vincenzo. Avevano la poesia in comune, il battito epico della fede rivoluzionaria, l’inquietudine e il tormento della verità, il dolore per la mortificazione dell’uomo, l’utopia di un società nuova.

Io vedo chiaro / d’una chiarezza allucinante – scrive Majakovskij e  – il vostro trentesimo secolo / sorvolerà lo sciame di  inezie / che dilaniano il cuore. Cent’anni appena dalla Rivoluzione d’Ottobre, e quel breve inizio di secolo appare oggi una distanza siderale. Forse allora una cometa passò sull’umanità e ne fiorirono quegli slanci e quelle menti, le passioni civili e politiche, le arti immense e le invenzioni e il genio, le scoperte epocali, i futurismi, l’accelerazione prodigiosa che in ogni campo mostrò la scintilla divina nell’umano.

Poesia, musica, arte, architettura, scienza si diedero convegno in quella manciata d’anni, come gli artisti nel caffè parigino del geniale nostalgico Midnigth in Paris di Woody Allen.

Poi il secolo divenne “breve” e trascolorò in un opaco oggi senza bluse gialle, senza una Prospettiva Nevskij dove incontrare per caso Igor Stravinskij.

“Tempi di leggenda” furono i giorni incandescenti dell’Ottobre, la parabola densa che convogliava inquietudini ed esasperazioni in una fiducia esplosiva e nuova, disegnava l’uomo tutto intero, indicava il punto d’appoggio per l’avvenire.

       Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati: non ci sono resurrezioni (Resuscitami, / voglio la vita non vissuta!), e l’uomo che “con la sua infinita angoscia e l’infinita volontà di bene” si muove nella poesia di Majakovskij, in questo nostro presente mostra i denti “solo per stridere e addentare”

Appena cent’anni dopo – nel ventunesimo e non “nel vostro trentesimo secolo”! – non più futurismo ma neppure futuro: siamo feroci ma non rivoluzionari, accomodati ma non emozionati, il nostro orecchio è coperto di grasso e la bellezza riunisce in un teatro una ventina di spettatori, sempre gli stessi.

Eppure di Majakovskij c’è più che mai bisogno, nel nostro deserto di anestetizzata opulenza e di sazi orizzonti, di mediocrità intellettuale e burocratica cultura, di soffocante ottusità politica: c’è bisogno della sua ardente poesia, dell’ispirazione satirica, grottesca, lirica, epica, dell’implacabile umore critico, di quell’ansia di vita che fu senso incombente di morte. Ma – scrisse di lui Marina Cvetaeva – “col suo passo veloce è arrivato lontano, molto lontano dal nostro tempo, e da qualche parte, dietro l’angolo, gli toccherà aspettarci ancora a lungo”.

 

E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare

l’alba dentro l’imbrunire.

(F. Battiato, Prospettiva Nevskij)

*Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Adelphi, 2015

 

26 ottobre 2017                                       Sara Di Giuseppe

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PINO BAR come un fortino

PINO BAR come un fortino

       Sotto la pineta ormai deserta si sentono solo le antiche canzonette della giostra. Alla Palazzina Azzurra entrano riluttanti a spintoni gli ultimi salvatori dell’Uomo in Mare. Sulla panchina di ferro l’uomo legge un giornale locale benpensante.

L’uomo si allarma: “Il Comune ordina lo sgombero del PINO BAR, sta scritto in grosso. Il piccolo PINO BAR ce l’ha alle spalle, chiuso e silenzioso, già in letargo invernale, circondato da un superabilissimo innocuo telo verde. Nessuno dentro, neanche sulla torretta d’avvistamento. Pare un fortino indifeso. Per ora non si vedono neanche i nemici, ma si “sentono”. L’uomo li sente. Quando attaccheranno per lo sgombero? Di notte? All’alba? Con quali caterpillar cingolati? C’è una calma che minaccia tempesta, il bel sole d’ottobre, qualche sfaccendata bicicletta… ‘ntanto me scanso, pensa l’uomo della panchina.

Ma nel Quartier Generale del Comune non si perde tempo. Il Generale-Sindaco, fascia tricolore appena stirata, illustra sulla mappa il piano d’attacco ai Colonnelli, alla truppa e ai giornalisti: assalto da mare e da terra, dal cielo no (causa i pini, ci siamo dimenticati di segarli); requisite le ruspe e i caterpillar giapponesi che battono la fiacca sui lavori del lungomare e i mezzi pesanti e leggeri di Picenambiente, ammesso che funzionino. Ma l’attacco s’ha da fare, i nuovi padroni del PINO BAR scalpitano, non possono più aspettare. Glielo abbiamo promesso: via Maria!

L’uomo della panchina – si sposta come un bradipo ma vorrebbe essere più veloce – questo immagina, ma forse si sbaglia. Le quasi 2.000 firme a sostegno del diritto di Maria a restare non possono soffocarsi con l’arroganza borbonica dei Conquistadores, già da tempo alla guida di una sfrontata forzuta impressionante “macchina del fango”.

E il Fortino-PINO BAR “sembra” deserto, invece è vivissimo: il suo juke-box vigila, sempre pronto a suonare la carica per respingere gli assalitori e ributtarli in mare o al di là della ferrovia. Oppure in Palazzina, tanto lì c’è già l’Uomo in Mare che sono mesi che non se la passa bene…

 

20 ottobre 2017                           PGC

“LETTURA DI FURORE”

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario 

ASPASIA di Giacomo Leopardi 

di e con Vincenzo Di Bonaventura 

Associazione Culturale Blow Up
Teatro dell’Arancio  –  Grottammare Paese Alto  –  10 ottobre2017  h21.15

“LETTURA DI FURORE”  

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        “Vi invito a leggere con furore questi poeti” – dice l’attore solista al suo pubblico – perché essi sono l’epoca, sono il secolo, essi sono i contemplatori dell’eterno. Leopardi, Majakovskij, Pasolini, Manzoni, Campana, Montale, Wilde e altri, indietro fino a Sofocle, avanti fino a Dimarti: protagonisti del viaggio cosmico-letterario di un anno, iniziato stasera con Di Bonaventura che quella poesia “ferocizza” e canta e reinventa, così come un sisma scuote e sovverte e riscrive i luoghi conosciuti.

Oggi è Leopardi a parlare “dentro” l’attore, e la voce di questi frantuma stereotipi e scolastiche immaginette del poeta che nessuno ignora e pochi conoscono.

La musica sottolinea la parola, tuttavia diversa da quella pensata dall’attore/regista: la bobina prescelta ha incontrato il macchinario vecchiotto ed è saltata. C’è anche il proiettore vetusto che “crea da solo gli effetti speciali”, sfoca le diapositive (ne esistono ancora) e ogni tanto gli serve un colpetto… Affettuosa atmosfera di cose pensate con passione, amorosamente scampate alle gelide perfezioni tecnologiche.

 

Ma quando su tutto si alza la voce dell’attore, ci par di essere tra i cinquemila (!) suoi spettatori in una Venezia di tanto tempo fa: dimentichiamo il teatro mezzo vuoto, l’assordante indifferenza, il deserto di pensiero di queste nostre cittadine paghe e stanche di superba satolla opulenza.

In quella voce quasi non riconosciamo i versi pur milioni di volte ascoltati e letti e saccheggiati: è come incontrare per la prima volta quel dolore, la ribellione aspra, l’esperienza di sé che diviene meditazione sul destino umano.

Sono così stordito dal niente che mi circonda…”: emoziona sullo schermo la grafia elegante del poeta nella lettera disperata al Giordani dopo l’inutile fuga da casa, riprecipitato a forza nell’ angustia bigotta del natio borgo selvaggio; e in quella ad Adelaide Maestri: “Quanto a Recanati […] io ne partirò, ne scapperò, subito ch’io possa”. E da Firenze, alla sorella Paolina: “Il ritratto è bruttissimo, nondimeno fatelo girare, acciocchè i Recanatesi veggano con gli occhi del corpo (che sono i soli che hanno) che il gobbo di Leopardi è contato per qualche cosa nel mondo, dove  Recanati non è conosciuto pur di nome”.

Frammenti di vita che disegnano la storia di un’anima (quella che il poeta progettò giovanissimo) e in essa  il maturare di una “coscienza del tutto chiara del destino proprio e di tutti gli uomini” (Fubini).

Il perpetuo circuito di produzione e distruzione” con cui l’universo garantisce la propria conservazione, è del tutto indifferente alla felicità o infelicità degli uomini (“… Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me n’avvedrei”, risponde la Natura all’Islandese che la interroga e l’accusa): ecco allora la pietà profonda per ogni individuo e per ogni specie, il rigetto delle mistificazioni antropocentriche, dello spiritualismo consolatorio, dell’ottimismo del secol superbo e sciocco, e quella filosofia, infine, “disperata ma vera” che non cerca risarcimenti, ma di cui il poeta rivendica il valore positivo e umanitario (“La mia filosofia […] di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare […] quell’odio che tanti e tanti portano cordialmente ai loro simili…”).

Ma ineliminabile nell’uomo è l’istanza di felicità, irrinunciabile il diritto ad essa: di questo anelito è l’Amore l’espressione più energica e la “suprema manifestazione vitale”. La voce dell’attore ci scaglia dentro la profondità di quella feroce ansia di vita, di quel bisogno insaziato d’amore che si fa Pensiero dominante (“Dolcissimo, possente / Dominator di mia profonda mente…”) e passione violenta, contemplazione sensuale, poi definitiva tragica disillusione. Allontanata allora nel ricordo la figura di Aspasia (“Torna dinanzi al mio pensier talora / il tuo sembiante, Aspasia”), rivolto il disprezzo verso quella parte di sé che ha ceduto agli inganni, non resta che l’infinita vanità del tutto, sola titanica certezza.

 

In questo teatro “necessario e testimoniale” ascolteremo, di serata in serata, altre voci di altri poeti: rivoluzionarie come quella del Leopardi e ancora nostre compagne di strada, esse ci salvano dal clamore pubblicitario che sovrasta le coscienze; ci sottraggono alla prigione dell’oggi che confonde il desiderio di felicità con la soddisfazione dell’avere, ad una società tanto assordata dal proprio strepito che sul gigante recanatese perfino imbastisce senza imbarazzo un film e ne fa – non bastasse – occasione di marketing e di vaneggiante promozione turistica.

 

 

 

13 ottobre 2017                           Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.com

 

¡Hai visto il Re!

                        ¡Hai visto il Re!
                                       ♫

Filippo VI  Re di Spagna non piange sulla sella

tante lacrime da bagnare anche il cavallo.

Anzi ridacchia.

Ah! Ah! Ah! (ma sa l’è, matt?)

A Felipe non gli han portato via un bel castello

di trentadue che lui ne ha, e neanche un’abbazia.

Figurati se si fa sfilare la Catalogna.

Il Referendum? Neanche il solletico a Sua Altezza
[alto 1,97, chi ci arriva…]

Altro che Povero Re. Un discorsetto in TV e via:

“Catalani, non ci riprovate! Basta baccano, chè vi rimando la Guardia Incivil…”

Ah, beh; sì, beh; ah,beh!

 

E sempre allegri dovete stare

che il vostro pianger (di botte) fa male al Re.

Ah beh!

 

 

5 ottobre 2017           PGC  (saccheggiando Dario Fo*)

*Dario Fo “Ho visto un re”, 1968

“GIORNALE RADIO. IERI, 29 SETTEMBRE…”


GIORNALE RADIO. IERI, 29 SETTEMBRE…”

 

– Giornale Radio [spagnolo]. Ieri, 29 settembre, a 2 giorni dal Referendum in Catalogna, il Governo di Madrid ha quasi terminato i lavori per impedirlo e bloccare quei fetenti che chiedono l’indipendenza. Scuole dei seggi incatenate, tutta la Guardia Civil in assetto di guerra per le strade e le piazze, avvertimenti a ripetizione. “La consultazione è illegale”, quindi verrà impedita o repressa con tutti i mezzi. Date retta, vi conviene ripensarci. Invece di andare a votare restate a casa o andate al mare  – come si diceva in Italia, in Spagna è facile anche in autunno.

– Giornale Radio [spagnolo]. Oggi, 30 settembre, vigilia del Referendum, il Governo di Madrid è pronto alla guerra, i secessionisti catalani non avranno scampo. Naturalmente si continua con le muscolose esortazioni paterne: ripensateci, state a casetta vostra, guardate com’è calmo il mare… Ahò, perché non reagite, fetenti? Neanche un preventivo disordine? Nei caffè di Barcellona pare pensiate ad altro,guardate il mondo che vi gira intornod’improvviso sorridete… Gatta ci cova.

               ITALIA. Il solito Giornale Radio [spagnolo] domani dirà: oggi, 1° ottobre, in Catalogna si vota. [O forse no]

 

Mentre noialtri staremo massimo a guardare Mentana, con distaccata curiosità. Che ci frega? Siamo italiani, europei… Quindi saggi, guai impicciarci. Infatti neanche abbiamo fatto BU, nessuno che abbia cercato di far capire al cattolicissimo Governo di Madrid che con la sua intransigenza e le sue violenze lo Stato Centrale lo sta legittimando, questo Referendum che sarà FORSE-ILLEGALE ma è proposto da un Parlamento – quello catalano – tra i più civili al mondo [fu il primo, fra l’altro, a vietare la corrida (2011) contro il forzuto governo madrileno che gliel’ha reimposta blaterando di anticostituzionalità e di (sic) “bene culturale”].

E’ che siamo inguaribili guardoni. Anzi, come a una partita di calcio o a una corsa di F1, godremo se succederà il peggio. Partiranno prontamente i moduli prestampati istituzionali di condanna/vicinanza/partecipazione, cipiglio delle grandi occasioni, telegrammi, cinguettii (adesso a 280)… Papi Presidenti Governanti e lacchè in servizio permanente effettivo.

Sempre così, eddài! E qualcuno se ne uscirà con “Catalogna porta scalogna”.

 

30 settembre 2017             PGC