Le emozioni delle cicale

PENSIERI e PAROLE / Omaggio a LUCIO BATTISTI

PEPPE SERVILLO VOCE – JAVIER GIROTTO SAX – FABRIZIO BOSSO TROMBA – FURIO DI CASTRI CONTRABBASSO

RITA MARCOTULLI PIANOFORTE – MATTIA BARBIERI BATTERIA     ARRANGIAMENTI JAVIER GIROTTO

FERMO – VILLA VITALI    20 LUGLIO 2017  h 21,30

Le emozioni delle cicale

        All’uscita da Villa Vitali, torniamo alle nostre Giornate Uggiose. Ma le cicale di Fermo no: il loro Canto Libero, incessante e poderoso per tutto il concerto, si è interrotto solo quando le Emozioni erano troppe. Ma sicuramente (col caldo che fa) quelle cantano ancora adesso, mentre ripassano a mente tutto il LUCIO BATTISTI che non conoscevano. Roba che resteranno in cima agli alberi fino al 29 Settembre. Qualcuna svolazzerà qua vicino su un campo di grano, altre – in quota – azzarderanno temerarie guidando a fari spenti nella notte, o disturberanno qualche povero miciotto innamorato. Se emozionate, le speciali cicale di Villa Vitali cantano perfino volando, lungo le discese ardite e le risalite… Di tanto in tanto si fermano, per Amarsi un po’: in caso di Battisti, anche le cicale hanno Pensieri e Parole.

Non è stata la solita cover di moda che scimmiotta Battisti, che comunque sarebbe arduo, o lo copi – ed è impossibile – o lo reinventi , ed è difficilissimo. Girotto & C. sono andati oltre: hanno scovato il Jazz che era in lui. Con arrangiamenti da orchestra sapienti e coraggiosi (anche eliminando la chitarra, che ai tempi era il fulcro di tutto). Facendo espandere all’infinito antiche emozioni già potenti e non arginabili, come il mare. Musicisti sopraffini e “di buona creanza”, capaci di approfondire forzando il giusto, mai indecifrabili: ne emergono gli enigmi di Lucio, le dolci asprezze, i suoi (e i nostri) sentimenti quotidiani. Naturalmente. Ogni sua canzone cambia forma, e lasciandosi approfondire (con sofisticati rallentamenti alla Arbore, con colpi di scena silenziosamente eccitanti, con giochi polifonici sax-tromba-contrabbasso d’esperienza…) perde l’età, acquista altra storia, altra estetica, altro umore, altro dinamismo.

Peppe Servillo che scandisce – quasi sillabandola – ogni parola, e si muove sul palco con l’eleganza selvatica di un condor; Fabrizio Bosso essenziale nei suoi geniali lampi dorati di jazz; Furio Di Castro (il Professore, gli danno del voi e del lei) che col contrabbasso ben puntato fa da baricentro; Mattia Barbieri con la sua batteria, giustamente misurato ma prezioso nel tourbillon di ritmi; Rita Marcotulli, il pianoforte che in Battisti non sapevi, l’avesse avuto lui una così; Javier Girotto (l’amico dei tassisti romani, sale in scena per primo a controllare se ce n’è qualcuno nei paraggi…) che dà i tempi e ciclicamente si fonde con la chimica di Bosso: Jazz inventato di notte e poi scritto, organizzato, rigoroso, perfino con tracce di ‘700, di Bach veloce, di Blues, di Cacerolazo…

Come potevano star zitte le cicale?

 

23 luglio 2017                      PGC                             

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LIBERA USCITA

LIBERA USCITA

 Ascoli Piceno. Davanti alla BANDIERA DI GUERRA, 420 “LO GIURO” in Piazza del Popolo

 

Dal Medioevo in qua, chissà quante truppe in armi sono sfilate solenni e/o minacciose nella prima piazza di Ascoli. Ma da decenni non succedeva più. Forse una dimenticanza, una trascuratezza.

I militari stavano confinati laggiù in periferia: s’addestravano entro i recinti, sfilavano intruppati nell’abbacinante spianata di Piazza d’Armi, i loro “LO GIURO” a squarciagola non li sentiva nessuno. Mesti contavano i giorni. Quasi scansati dai “civili”, nelle fuggevoli libere uscite serali vagolavano in gruppetti, talvolta scortati da fidanzate preoccupate e/o genitori mediamente orgogliosi…

Ai tempi del 51° Fucilieri AUC, infagottati in legnose divise cachi di taglia sbagliata, capelli virtuali sotto baschi a disco volante, volti sfregiati da stanche lamette Bolzano, non ci restava che buttarci a plotoni nei cinema per poi – anche prima del The End perché s’era fatto tardi – schizzar via e incamminarci a passo svelto e con sprezzo del pericolo verso la lontana caserma Clementi. Quanto fiato avevamo.

Intere settimane ad addestrarci contro il nemico (spara che ti spara, campi ad Amatrice, marce estenuanti verso nessun posto, passo del giaguaro nelle pozzanghere, filo spinato, bombe che facevano cilecca, baionette, ridicoli travestimenti mimetici – foglie, rami in testa, carbone in faccia – assalti in salita, ore e ore di pulizia di armi pulite, esplorazioni chissà dove e tutti che si perdevano chissàcome…).

Avevamo giurato sulla Bandiera di Guerra, cacchio. Tanto era guerra per finta. Sempre meglio che eseguire certi ordini tra il sadico e il comico, tipo rifilare con le forbicine-tattiche da unghie l’immensa siepe di Piazza d’Armi, col colonnello al cannocchiale.

Da parecchio le cose sono cambiate. Le reclute – intanto, maschi e femmine – che bazzicano Ascoli oggi, sono volontari dalle divise orrendamente belle, pagati altro che 150 lire al giorno, che in libera uscita si volatilizzano come ragazzotti borghesi qualsiasi, pure coi jeans strappati. Capelli barbe tatuaggi a piacere, occhialoni da sole, automobili, SUV, orari trattabili… Quasi una vacanza in hotel. Eh, loro non contano i giorni…

Però il Giuramento sulla Bandiera di Guerra resiste gagliardo. Anzi, dall’altro giorno è diventato addirittura glamour: molto più pubblico, spettacolare, gioioso, reboante, prepotente, sfrontato.

L’intero battaglione, trasferitosi in Piazza del Popolo armato fino ai denti, si mette in vetrina-sfila-giura.

Al cospetto dei politici e delle più alte autorità civili militari e religiose, come da contratto, ma pure davanti al tripudio di cittadini e turisti e bimbi che sventolano bandierine (di guerra), tra negozi caffè ristoranti e ogni tipo di commercio: il Giuramento (sulla Bandiera di Guerra!) messo a reddito in una grandiosa festa popolare. Come alla Quintana. Che pensata!

         Ma l’art.11 della Costituzione che “RIPUDIA LA GUERRA” non dovrebbe, almeno, evitare che ancora si giuri davanti ad una BANDIERA DI GUERRA?

Si vede che la Costituzione può essere carta straccia – luminosi gli esempi recenti – se dappertutto ogni occasione è buona per sfilare in armi: dal 2 Giugno dei Fori Imperiali (quest’anno “arricchita” dai nostri sindaci terremotati che, anche loro intruppati come soldatini, hanno omaggiato con ubbidiente vergognosa sudditanza quei governanti che con tanta efficienza hanno “risolto” il dramma delle loro popolazioni), fino all’autocelebrarsi e festeggiarsi di tutte le migliaia di anniversari “militari” sparsi in tutt’Italia.

 

Oppure no. Allarghiamo ancora la festa. Castelli (sindaco di Ascoli) e Piunti (sindaco di San Benedetto), fratelli destrorsi in esemplare sintonia d’idee, organizzino il prossimo Giuramento del 235° RAV Piceno sul lungomare di San Benedetto. Tra gli chalet, la nuova pista ciclabile e le palme, passando poi in pettoruta rassegna i pescherecci e i potenti natanti dei Capitani Coraggiosi della Capitaneria. Ci sarebbero i fuochi d’artificio al porto, l’immancabile benedizione della Madonna della Marina, la messa… Sai la gente! Ma il momento clou, l’emozionante rude militaresco “LO GIURO” si terrebbe, of course, alla rotonda Giorgini che ha quegli altissimi pennoni per le bandiere: ammainata quella della Pace, s’alzi quella della Guerra.

Così anche i restanti cervelli andranno in “libera uscita”.

 

22 luglio 2017                            PGC 

Una ghigliottina anallergica  

FESTIVAL DI SPOLETO 60/2017

Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”

Progetto Accademia

European Young Theatre 2017

UN RICORDO D’INVERNO

drammaturgia e regia Lorenzo Collalti
Spoleto – Teatrino delle 6 Luca Ronconi  15 luglio 2017 h 20

Una ghigliottina anallergica

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        Se mai capitasse di ritrovarsi condannati alla ghigliottina, può essere di qualche conforto che il marchingegno in questione vanti una lama di qualità superiore, garantita al 100% anallergica come da manuale dell’utente di cui è diligentemente provvista.

E’ quanto accade a Claudio, giovane frastornato pittore capitato chissà come o perché nella remota città di Arcadia, in mezzo a personaggi strampalati e a situazioni che non lo sono meno: quella condanna non verrà eseguita per certi arzigogoli cronologico/burocratici, e il giovin pittore riprenderà la sua strada, o rimarrà in Arcadia, chissà.

Succede molto altro, nella deliziosa pièce “Un ricordo d’inverno”, nel piccolo teatro dai muri spessi e dal fresco/cantina nella Spoleto rovente di questi giorni che di arie condizionate sembra averne poche nelle sue molte sale (non fa eccezione neppure il prestigioso Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti).

 

Nasce come Saggio di diploma della Scuola di regia dell’Accademia (anno 2016, titolo originale “Ricordi di un inverno inatteso”, vincitore del bando Nuove Opere SIAE SILLUMINA) il lavoro del giovanissimo Lorenzo CollaltI: creazione geniale dove il divertimento intelligente e la risata mai fine a se stessa rimandano ogni volta a qualcosa di più complesso, pur restando perfettamente aderenti alla linea drammaturgica.

Il carretto di legno al centro della scena, scomponibile e multiforme – carro con ruote poi tavolo da pranzo, letto, palco da comizio e… ghigliottina – nella sua funzionale versatilità è sintesi concreta del continuo traslare dell’azione dal reale all’immaginario, dal concreto all’astratto.

Le due indolenti guardie poste a sorvegliare la città, Gianni e Giovanni (due Gianni, insomma), lo trascinano in tondo senza scopo apparente se non l’obbedire a un copione abbozzato su un foglietto, più volte letto dall’uno o dall’altro ad alta voce, con comico effetto di ridondanza sull’azione in svolgimento.

La città di Arcadia è la cornice, tanto nel nome evocatrice di realtà idilliaca e luminosa, quanto invece sperduta in una imprecisata lontananza, irraggiungibile e circoscritta da catene montuose dai nomi improbabili, dominata da un potere grottesco e autoritario, condizionata da inquietanti riti sociali (ogni venerdì notte i cittadini si rintanano perché possano aggirarsi liberamente in città le fanciulle che dopo essere state schiave del potere per un certo periodo, vengono esiliate nei boschi dove vivono allo stato selvatico).

Su questo tessuto invalicabile e compatto si affaccia intimorito e perplesso il giovane artista, pittore inviato ad Arcadia con disposizioni dall’alto contenute in un misteriosa lettera. Da qui in poi le situazioni si fanno imprevedibili, gli incontri inaspettati, nulla è pirandellianamente ciò che sembra tranne forse la fanciulla evanescente – una delle creature relegate nel bosco – concreta e reale più del contesto che la racchiude, tanto da innamorare di sé il giovane pittore con la sua grazia muta e gli scatti animaleschi.

 

Sono sempre i due svogliati ubbidienti esecutori Gianni a Giovanni a riportare l’azione nei confini del nonsense ogniqualvolta sembri delinearsi una parvenza i normalità: il giovane pittore è pur sempre “lo straniero”, il diverso che il rigido tessuto sociale non sa inglobare; egli stesso non ne comprende i meccanismi, vani gli sforzi di ricondurre alla sua logica razionale benché spaesata la realtà di matti che lo circonda, durante i cinque anni che sono il tempo di questa storia, un “inverno lungo cinque anni”.

Così è quasi inevitabile che l’ottuso incalzante interrogatorio da parte delle due guardie estrapoli dalla normalità dei comportamenti e abitudini e reazioni del giovane, elementi di sicura “colpevolezza”: la condanna alla ghigliottina – pur non eseguita – è il punto d’arrivo.

Un plot surreale denso di implicazioni, allusioni, rimandi letterari, canovaccio pronto a  deragliare ad ogni istante verso l’assurdo, che strappa la risata aperta e spinge intanto alla riflessione; l’autore/regista – con la complicità del giovane gruppo di bravissimi attori –  maneggia senza sforzo i registri più diversi, che come su un piano inclinato scivolano continuamente l’uno nell’altro.

Le dinamiche sociali, le difficili relazioni umane, i grovigli del potere e le forme del suo controllo, tutto è presente in controluce in questa Arcadia geograficamente indeterminata, polis fantastica eppure non meno concreta di quest’altra che vive ogni giorno al di qua della scena.

E’ per questo che il dialogo telefonico dei due Gianni col “Servizio Clienti” della ditta produttrice della ghigliottina – ancora mai ”testata” (!) e dunque dal funzionamento ancora incerto, salvo per quella avveniristica rassicurante lama superanallergica – non è solo uno dei momenti più esilaranti, è anche specchio rovesciato e inquietante di un tempo fuori controllo (il nostro e forse non solo) e dei suoi ingranaggi impazziti, del nostro straniamento, della nostra facile resa all’assurdo e all’incomprensibile.

 

19.7.2017                                                       Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

LA STAGIONE DEL DOLORE

FESTIVAL DI SPOLETO 60/2017

Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde
di Moises Kaufman

Traduzione Lucio De Capitani
Regia scene e costumi Ferdinando Bruni  e Francesco Frongia

Produzione Teatro dell’Elfo

AUDITORIUM DELLA STELLA

SPOLETO

14 luglio 2017 h20.30

LA STAGIONE DEL DOLORE

 

Per noi non c’è che una stagione: quella del dolore

Oscar Wilde, De Profundis

         La formidabile pièce di Moises Kaufman, Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde”, in questa prima all’Auditorium della Stella di Spoleto, si apre sui dolenti passaggi di quel De profundis” che il poeta irlandese (qui, un intenso somigliante Giovanni Franzoni) scrive verso la fine della sua prigionia: questa, iniziata nel 1895 nel carcere di Reading con la condanna per perversione sessuale, segna “la morte civile dell’uomo e dell’artista” e si conclude dopo due anni di regime durissimo e di lavori forzati. La morte vera del poeta, genio e artista meraviglioso inesorabilmente distrutto nel fisico, dimenticato e in miseria, costretto a vivere sotto falso nome, avverrà in una fredda Parigi nel novembre del 1900, a soli tre anni dalla scarcerazione. Dodici persone seguiranno il funerale dell’artista che 20 anni dopo sarebbe stato “l’autore inglese più letto dopo Shakespeare”.

         La “narrazione” dei tre processi ad Oscar Wilde è nel testo di Kaufman trascinante ricostruzione polifonica: la tragedia ne emerge con le voci e le differenti visioni dei personaggi che l’hanno vissuta, travalica i confini storici del moralismo vittoriano, diviene epitome della ferocia di tutti gli oscurantismi e ipocrisie sociali.

Dal processo intentato da Wilde contro il marchese di Queensberry – padre del giovane amatissimo Alfred Douglas – per averlo diffamato riferendo del suo “atteggiamento sodomita”, e conclusosi con l’assoluzione del marchese, scaturiscono come effetto boomerang gli altri due processi, stavolta contro Wilde stesso, che verrà condannato al massimo della pena (che il giudice ritiene inadeguata) per atti osceni e sodomia in “violazione del Comma 10 Sezione 2 della Riforma del Codice Penale”. La rovina si abbatte sull’artista: bruciati i libri, messa all’asta ogni sua proprietà, spezzati i legami famigliari, della sua vita non resteranno in breve che macerie.

Sta crollando tutto, e con che fragore… Pensavo solo di difenderlo da suo padre…”: così Wilde guarda precipitare la vita – occorre un orribile coraggio per affrontare tutto ciò – eppure la sua figura piegata resta titanica nello spazio claustrofobico dell’aula di tribunale, nudo contenitore teatrale il cui perimetro si riduce con le sbarre che gli attori gli stringono intorno; qui i nove interpreti consumano le tappe della tragedia, di volta in volta personaggi, narratori ed anche “coro”, voce collettiva della strada (“Ammazzate quel finocchio!”) aizzata da cronisti senza scrupoli e da un giornalismo scandalistico e bacchettone.

“Non so rispondere a prescindere dall’arte”, dirà Wilde all’avvocato che lo incalza intimandogli di rispondere. E  lui che ha fatto “dell’arte una filosofia e della filosofia un’arte”, che ha “cambiato la mente degli uomini e il colore delle cose”, risvegliato l’immaginazione del suo secolo, sulla scena del tribunale è l’esteta beffardo e prodigioso il cui genio trionfa sulla miseria dei suoi accusatori, ed è infine l’uomo annientato alla lettura della sentenza (E io?… Non posso dir nulla?).

“Le vere tragedie della vita avvengono in maniera così inartistica”, scrive, e tuttavia la sua figura di artista che “reclama all’arte uno statuto di libertà assoluta” giganteggia sull’accanimento di legulei che nell’ossessiva lettura delle sue pagine cercano le prove di perverse deviazioni sessuali, si erge nella coerenza soave del proprio sentire che nulla concede ad ipocrisie e apparenze, si staglia nitida negli squarci poetici che spezzano l’azione concitata, che stemperano il pathos quando giunge al suo acme.

La domanda da cui muove la ricerca teatrale di Moises Kaufman – come può il teatro raccontare la Storia – trova dunque risposta nell’appassionata ricostruzione di un’aberrazione giuridica che muove dagli atti originali del processo (la cui trascrizione è comparsa in maniera fortunosa da non molti anni) e in sapiente montaggio lega atti processuali, lettere, scritti di protagonisti e comprimari, articoli giornalistici, componimenti e memorie dello scrittore. Impianto complesso, straordinariamente unitario e coerente pur nella pluralità di voci e nell’intersecarsi di piani narrativi e temporali.

Dalla “povera luce sporca” che passa dalle sbarre di quella sua cella, da quel suo tempo imprigionato dove “per noi non c’è che una stagione, quella del dolore”, la figura di Wilde ci parla e c’interroga ancora: gli straordinari interpreti e la regia che l’hanno resa viva sulla scena per oltre due intensissime ore l’hanno restituita intera alle nostre distratte coscienze.

Lasciandoli, ci chiediamo se nel tanto che nel tempo è cambiato, tutto sia davvero cambiato, e se scorie di quell’oscurantismo, dell’ottusità di quei poteri, della ferocia moralistica di una società e di un’epoca, non sopravvivano ancora in troppi anfratti, non sempre nascosti, del nostro vivere odierno.

Foto Festival Spoleto 60

 

18.7.2107                                                             Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

 

Adieu, PONT-VERT de Tesi’

Adieu, PONT-VERT de Tesi’

[ Grottammare: anche la demi-Grand Opéra di Tschumi/Pierre Gallin non si farà ]

 

Esaminando il bel rendering dell’ex marciapiede del (demi) PONT-VERT di Tesi’, documento trafugato dalle mie brave talpe nell’ufficio del sindaco, vien purtroppo da pensare che anche quest’altra piccola Grande Opera non si farà.

Archistar TSCHUMI ha rinunciato ai “giganteschi alberi fronzuti” in favore delle solite palme raccomandate dal punteruolo-rosso, e non ha messo gli indispensabili giochi per bambini, cui tanto tiene sindaco Pierre Gallin. Se n’è scordato, dei giochi e dei dissuasori.

Adesso, appena verrà a saperlo, la Fondazione CARISAP negherà i fondi. Certo che sarà una scusa. Ma se gli è andata bene con l’ANIMA buonanima…

Proprio un peccato rinunciare all’ombra e ai giochi su mezzo ponte. Toccherà inventarsi qualcos’altro: quello, in un ponte design-oriented, non può restare un banale marciapiede. Però va già riempiendosi – abusivamente, perché è tuttora sbarrato – di pensionati grottammaresi e sambenedettesi che incantati osservano lo spettacolo di camion-bus-camper “fuori misura” che – non avvisati se non quando ci arrivano sotto – sbattono sui dissuasori/prosciutto: una goduria, tutti a scommettere, SBAMM, centrato, casca… non casca… piegato… ferito…

 

18 luglio 2017                              PGC

Rendering

 

SPIAGGE PER CANI, SPIAGGE DA CANI

SPIAGGE PER CANI, SPIAGGE DA CANI 

         San Benedetto del Tronto.

 

Ci risiamo. A cadenza annuale, puntuali come le zanzare, le amministrazioni comunali indigene diramano sgarrupate veline sull’apertura – udite udite, anche da noi che già siamo i più bravi i più belli i più civili del  mondo – di spiagge per cani.

Dopo Grottammare che tutto fa prima e meglio e da anni spaccia per tale, con tenace sprezzo del ridicolo, un’arida spianata quarantatreesimaparallela senz’ombra di ombra, sorvegliata da un surreale cane in travertino e da due gendarmi secchi a forma di palma, è ora la volta della limitrofa San Benedetto.

         I velinari della stampa locale obbedienti raccolgono e, dopo il comico imperdibile Buone notizie per gli amanti degli animali”, precisano che il tratto interessato è quello “a nord dell’opera foranea di soprafflutto del porto di S.Benedetto del Tronto” (non che fosse necessario dopo tanta chiarezza, ma ci viene spiegato trattarsi della “spiaggia retrostante il molo Nord”).

Dopo un sussiegoso richiamo alla “cartellonistica” – sic – sulle norme di civile convivenza, il clou tragicomico è nelle due righe finali che – quasi fosse un piccolo dettaglio – ricordano che “in tale area vige il divieto di balneazione di cui all’Ordinanza… bla bla bla”. Che vale ovviamente solo per gli umani, non per i cani eh!, dunque dov’è il problema, ci s’affretta a sottolineare più avanti, in sede di commenti…

Ecco dunque contenti e gabbati gli “amanti degli animali”, specie non-protetta, scassacabasisi e fuori moda come i figli dei fiori e i rasta, da tenere buoni con cialtronesche corbellerie come queste, improntate al più retrivo specismo.  Va’ a sapere sennò che ti possono combinare: magari si mettono a sbraitare perché ‘sti Comuni consentono che animali vivi e indifesi siano merce da fiera nelle feste di santipatroni e santimartini e via santiando; e perché accolgono circhi con animali, incuranti dei diritti e della dignità di esseri viventi… Cose così.

Adesso non vorranno mica insorgere solo perché il Comune di San Benedetto e la prestigiosa sua Capitaneria spacciano come spiaggia per cani una landa zozza e più deserta del Gobi e accuratamente interdetta alla balneazione (per gli umani eh!). E’ vero che chi ha voglia di ammazzare il suo amico può farlo in maniera più rapida e feroce – ci sono esempi luminosi – che non facendolo giocare in acque avvelenate, ma suvvia è pur sempre un’ulteriore chance che viene offerta, e con i crismi della legalità!..

Insomma, dovremmo averci fatto il callo, invece restiamo di stucco nostro malgrado, ogni volta che l’insipienza di queste amministrazioni supera le più audaci previsioni o slanci di fantasia, e ogni volta che la (cosiddetta ) informazione se ne fa osannante megafono.

Come pure non dovremmo aspettarci, dai cento e più Capitani Coraggiosi che affollano la nostra Capitaneria, che scrivano in una lingua somigliante all’italiano: perché tanto ci saranno sempre, pronti a raccogliere quelle presuntuose archeologie linguistiche, volenterosi scrivani ignari, mentre collezionano corsi di giornalismo e “crediti”, che il Giornalismo  – come l’Italiano – è altra cosa.

12 luglio 2017             Sara Di Giuseppe

Le PONT-VERT de Tschumi / Pierre Gallin

Le PONT-VERT de Tschumi / Pierre Gallin

[ Grottammare incroyable: mezzo ponte Tesino messo a verde, une demi-Grand Opéra ]

 

Ancora un po’ di pazienza e il marciapiede-ovest del sofferente ponte sul Tesino, lungomare di Grottammare, diventerà una clamorosa area verde per ombreggiare e rinfrescare i veicoli sotto a 35 quintali e 2,8 metri di altezza, ma solo quelli abilitati al transito da Nord verso Sud. Chi invece va da Sud a Nord – anche in bici – crepi pure tranquillo sotto il sole da 18.000 gradi Fahrenheit!

L’ex marciapiede è tuttora invalicabile e deserto, ma lo sbalorditivo progetto non resterà segreto per molto: inutile che Pierre Gallin faccia il sordomuto, quando gli chiedono perché non mettono le ringhiere e non spostano quei guardrail-nani buttati di traverso a sbarrare il passaggio.

Affidabili talpe, infatti, nel far trapelare che il progettista è guarda un po’ lo stesso archistar Tschumi dell’ANIMA morta (verrà fuori anche il rendering, non appena si raccapezzano sullo scarabocchio trafugato dalla cassaforte del sindaco), rivelano anche – sembrerebbe una boiata pazzesca – che avviteranno direttamente sul marciapiede una ventina di giganteschi alberi fronzuti a chioma squadrata (Tschumi-style), omaggio della Fondazione CARISAP; e che infine, per guarnire, sull’esiguo rotolo-di-prato lungo circa 80 metri, come il ponte – un lato a picco sul fiume, l’altro a filo di guardrail e traffico – voilà: fantasiosi giochi (definitivi) per bambini in eccedenza…

Forse nessun fantozziano coglionazzo vi avrà ancora pensato, ma con qualche mille euro in più perché non applicare ai dissuasori/prosciutto – già ammaccati dalle craniate pazzesche dei veicoli  – dei contatori digitali abbinati a una raccolta-punti, tipo un punto ogni craniata? Magari si vince qualcosa, sul PONT-VERT…

 

 

10 luglio 2017                        PGC

Gli scemetti del pon-Tesino 

Gli scemetti del pon-Tesino

Pierre-Gallin & C. “collaudano” il ponte pirsonalmente di pirsona certificandone il “miracolo”.

Neanche 48 ore dopo i DISSUASORI-PENDENTI-A-PROSCIUTTO vengono divelti.

Sul ponte sventola bandiera bianca.

            Come improbabili stecchiti prosciutti di ferro, 10 dissuasori pendevano (e tuttora pendono) da due possenti forche – in gruppi di cinque – a 2,80 metri dal piano stradale, per dissuadere dal transito sul ponte acciaccato i veicoli di peso superiore a 35 quintali. Confondere il peso con l’altezza è da scemi: come se un’impalcatura che non reggesse operai in sovrappeso limitasse l’accesso solo a quelli… alti uno e sessantacinque. E invece di pesarli ben prima dell’ingresso nel cantiere, li misurassero all’ultimo momento con l’implacabile asta graduata che s’usava al servizio militare…

Eppure: 120.000 euro spesi, anche per quelli.

Ma, come perfino i miei gatti avevano previsto, il primo sfortunato camper che c’è passato sotto provenendo da Nord – proprio perché non preavvisato – s’è scoperchiato il cranio; da Sud invece, il primo (o il secondo) camion che vi è transitato – ignaro o quasi – ha proprio fatto strike, e a rimetterci di più sono stati i cinque dissuasori-prosciutto, che si sono accartocciati.

Come la vogliamo chiamare: miseria progettistica? improvvisazione? SCEMENZA?

Grottesco, che meno di 48 ore prima sindaco giunta dirigenti e tecnici – per uscire dal Comune chi aveva timbrato il cartellino, chi s’era scritto il permesso da solo… – avevano provveduto di persona al collaudo del ponte scorrazzandovi, in allegria come liceali in merenda, col pullmino a clacson allazzato. Tutto perfetto. Anzi, Pierre-Gallin aveva gridato in TV al miracolo, e quest’amministrazione passerà alla storia (sic) per aver compiuto una Grande Opera (finalmente!), e in “soli” 70 giorni. Lo aveva detto con tutto il cuore, ops, con tutta l’ANIMA…

Stamattina i cocci: operai trafelati in ginocchio a raddrizzare col martello preso da casa i dissuasori storti, l’assessore a dare ordini e gesticolare, il vigile a telefonare, due volenterosi con le mani nei capelli a deviare avventurosamente il traffico. Stato confusionale. Una comica alla Buster Keaton.

Però niente giornalisti, niente foto, niente veline del Comune. Quindi non è successo niente. Adesso, pendono solo 9 dissuasori-prosciutto feriti, graffiati, ammaccati, storti. Per il decimo non c’è stato nulla da fare: morto e seppellito.

A Grottammare, dopo i Furbetti del Cartellino vanno in scena gli Scemetti del pon-Tesino. E’ sembrato a tanti di vederlo, dalle parti del Kursaal, il pullmino giallo con la scritta “Striscia la notizia”

1 luglio 2017                                  PGC

“Bella ciao” per Stefano Rodotà  

“Bella ciao” per Stefano Rodotà

 

“Un banditore di cose giuste. Un bene comune. C’era e combattè fino alla fine le sue lotte da ragazzo”, scrissi quando fu quasi-Presidente ma l’italietta dei nani non lo volle e scelse il mal de Naple (copyright Ph.Daverio).

https://faxivostri.wordpress.com/2013/09/19/un-presidente-diritto/#more-3808 ]

Lo hanno salutato sulle note di Bella ciao, ieri alla Sapienza di Roma. Certo a San Benedetto non gliel’avrebbero intonataordini superiori e bande ubbidienti, come da sperimentato copione (cfr. 25 Aprile 2017). Per un sapiente, così scomodo e nemmeno Presidente della Repubblica, avrebbero scelto un motivetto più ”pigro”.

 

 

27 giugno 2017                        PGC

Festival Filosofia Modena

LUCE GHIBELLINA SULLA CASERMA GUELFA

[ Prodigio a Porto d’Ascoli: Torre e Caserma Guelfa non sono più buie ]

 

E’ stato un blitz de iGuzzini?

E’ stata CPL Concordia per farsi perdonare?

E’ stato un regalo di Pasquali’ a Porto d’Ascoli?

Certo s’illumina il paesaggio, se finisce l’Oscurantismo Pontificio.

 

26 giugno 2017                          PGC