“Bella ciao” a Parigi

A Parigi il movimento di protesta suona e canta “Bella ciao”

 

Il movimento di protesta che si oppone al Jobs Act francese rispolvera “Bella ciao”. L’Orchestra Debout suona il celebre canto italiano della Resistenza a place de la République, occupata da settimane dalle persone contrarie alla riforma del mercato del lavoro di Hollande. Da brividi l’esecuzione dei musicisti e il coro dei cantanti professionisti.

http://video.huffingtonpost.it/esteri/a-parigi-il-movimento-di-protesta-suona-e-canta-bella-ciao/8706/8693

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MinCulPop sambenedettese

MinCulPop sambenedettese

 [San Benedetto del Tronto, Biblioteca Comunale: l’epurazione di alcuni Quotidiani]

       “Epurati” dall’oggi al domani – letteralmente – importanti quotidiani nazionali, cancellati dalla dotazione giornaliera della Biblioteca Comunale “Lesca” di San Benedetto. Restano Corsera, Repubblica, Sole 24 ore, Messaggero, Carlino e Corriere Adriatico (questi ultimi tre in qualsiasi bar cittadino te li tirano dietro, non serve andare in biblioteca a leggerli). E quelli di sport.

Eliminati Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Il Foglio, Libero, per citare quelli importanti, ma può darsi che la mannaia ne abbia fatti fuori nella foga altri minori.

“Disposizioni dall’alto”, a domanda esitanti rispondono come un disco rotto gli addetti. Risparmio per le casse comunali di circa 7 mila euro l’anno, dicono, in effetti una cifrona…

L’utente se ne deve accorgere per caso e de visu, perché non una voce si è levata chessò, dall’Opposizione, dai sinistrorsi, dai giornalisti locali (e figurati!), dalla “società civile” (e figurati!).

Senonchè, come l’assassino scemo che non sa neanche inventarsi un alibi credibile, questi non sanno spiegare come mai siano pure vuoti gli scaffali con le copie arretrate di “Manifesto”,  “Fatto” ecc. Nell’ottica del risparmio, ci avranno acceso i caminetti dei dipendenti?

Insomma, chi se la beve…

E’ che l’attrazione verso il modello di riferimento, per il sindaco destrorso e per l’amministrazione di uguale pensiero (oddio, “pensiero”…) è forte assai. Al punto d’aver riesumato dal Ventennio questa sorta di casereccio MinCulPop – Ministero della Cultura Popolare de noantri – che stabilisce cosa il popolo bue è igienico che legga e cosa no: allora avanti tutta i giornaletti locali e i giornaloni nazionali – Repubblica/Corsera/Sole/Messaggero – quelli che non si possono proprio eliminare, cani da riporto dei poteri forti e poteri forti essi stessi; via invece tutto il resto, alla faccia del pluralismo delle idee, hai visto mai che il troppo pensare…

D’altra parte l’emulazione del modello di riferimento è perseguita da quest’amministrazione con tenace coerenza. Insieme al MinCulPop ecco dunque, in questa democrazia fallita, prove tecniche di fascismo: per il secondo anno consecutivo, divieto rivolto all’obbediente Banda Cittadina di suonare Bella ciao al 25 Aprile; ecco poi gli illuminati discorsi pubblici del sindaco che di essere alla cerimonia proprio non può evitarlo ma per il secondo anno consecutivo gli scappa di dimenticarsi che Festa della Liberazione non è proprio lo stesso che festa della libertà – della mamma – del papà – della donna – del pregiato caciocavallo – del milite ignoto – dei caduti di tutte le guerre…  (E la sinistra locale è tanto stupida e disastrata che invece di protestare lì e subito, se la suona e se la canta Bella ciao la domenica dopo… Cosi – un unicum a livello nazionale – San Benedetto ha celebrato la Liberazione in due comode rate).

Gli addetti del MinCulPop, dopo l’enorme risparmio garantito dai tagli ai giornali della Biblioteca, si dedicheranno con accresciuto vigore ad espandere la missione civilizzatrice del Comune: stanziando ancora decine di migliaia di euro per il canzonettista di turno che intratterrà le masse sbevazzanti nei Capodanninpiazza; promuovendo nelle scuole dall’asilo in su lezioni magistrali di leadership-del-fare (!) ammannite da rapper, bancari, banchieri, rotariani, dirigenti d’azienda, calciatori, allenatori, campioni bolliti o in ebollizione, capitani coraggiosi di tutte le armi con mostrine ben lucide; recandosi in gita aziendale al Salone del Libro di Torino perché bisogna esserci e farlo sapere, e saper leggere non è richiesto all’ingresso.

Dei tagli ai fondi per i libri alla Biblioteca Comunale si sa da anni, adesso via dalla Biblioteca anche i giornali “optional”. A breve il MinCulPop di San Benedetto la chiude e ci fa un parcheggione. Vuoi mettere…

 

 

16 maggio 2018                                               Sara Di Giuseppe

Questo palazzo sa di tappo

Questo palazzo sa di tappo
 

 San Benedetto, via Montello 18. La premiata enoteca   internazionale BUGARI era qui, in una sobria palazzina dal fascino vecchiotto anni ’50, a occhio (cioè a memoria) alta meno della metà dei mastodonti vicini e dell’obbrobrio appena alzato al suo posto. Non mi è riuscito di trovarne una foto: “di alcuni angoli di San Benedetto non ne esistono” mi dice chi con passione ne conserva a centinaia e d’annata.

Soltanto, in rete, è possibile vedere una ruspa sbriciolare la facciata marron coi mattoncini rossi che guarnivano le finestre; e su Google Maps lo sbrago dei costruendi garage col vuoto soprastante. Ma adesso la puoi  ammirare dal vivo la nuova grande opera, se passi da quelle parti.

     BUGARI, dunque. Era un’istituzione: i migliori e più rari vini del mondo e tutto quanto di pregiato e gustoso esistesse da bere. Paragonabile alla famosa maison BVLGARI dei gioielli, salvo la “U” giusta, una “L” in meno, e merce… liquida. Quando ne salivi i gradini dell’ingresso era come entrare in chiesa… e quando uscivi, anche solo con una scelta bottiglia da regalare, ti sentivi sicuro, orgoglioso, ottimista… Buttati a mare oggi, dai nuovi barbari, 90 anni di “Civiltà e Cultura del Vino”.

         Che la “nostra” BUGARI ora non ci sia più è “normale”, Avec le temps, va, tout s’en va, cantava Léo. Abbattute la palazzina, la grande palma… normale pure questo? In questo residuale spazio di quartiere ad alto deficit estetico – il supercementificato fosso dell’Albula non è il Parco di Goodwood – non poteva poi certo materializzarsi la dimora d’autore del Duca di Richmond.

Ma è “normale” che sia sorto questo titanico sgorbio? Nel rispetto delle leggi! – già li sento strillare, i responsabili e i benpensanti – e certo col consenso di tutti, al massimo qualche borborigma da cattiva digestione, e sempre sottotraccia, si capisce, meglio non esporsi.

 Allego foto fresca, non oso commentare.

         L’altezza, le sproporzioni di questa torre abitativa da incubo – solo la più recente in una miriade di altre – più la “vocazione alcolica” del luogo, tuttavia mi innescano nella mente una visione onirica: una MAGNUM di vetrocemento alta una quarantina di metri, come una spettacolare installazione artistica, contenente però del vino del diavolo malamente contraffatto che sa di tappo e se lo bevi muori. Ovviamente pure il palazzo che ci sta dentro sa di tappo.No, nessuna “malattia del sughero”, nè roba da cattiva annata: è solo la nota, l’inguaribile, la letale malattia di San Benedetto, il brutto e l’osceno e il kitsch che vincono facile, con questi palazzinari, con questi tecnici, con questi affaristi, con queste amministrazioni.

         La tragedia è che questo palazzo-che-sa-di-tappo non puoi mandarlo indietro come al ristorante.  Tocca tenerselo.

 

       13 maggio 2018                 PGC

“A SUON DI SCHIAFFI”

OFFICINA TEATRALE 2017/18

Viaggio cosmico-letterario

IL FUTURISMO

di e con
Vincenzo Di Bonaventura 

Ospitale delle Associazioni – Grottammare Paese Alto –  10 Maggio2018  h21.15

“ A SUON DI SCHIAFFI”

 

        Ha bisogno di Futurismo il nostro oggi senza futuro, ha bisogno di essere rianimato “a suon di schiaffi” dalla rassegnazione, dal torpore, dal silenzioso nulla. E se anche non è più quel tempo e quell’età, e intellettuali di quella tempra non se ne fabbricano più, quell’uomo “carismatico, coraggioso e solare” che fu Marinetti può ancora sgomentarci col suo visionario profetismo, e parlarci ancora, libero dalle infantili schematizzazioni e dalle insulse categorizzazioni della cultura ortodossa.

       Degno della nostra serata – davvero “futurista” – è il possente armamentario acustico che Di Bonaventura dal suo glorioso Teatro Aikot 27 ha radunato qui quasi per intero.

         La “ionizzazione musicale” – l’avanguardismo delle composizioni di Edgard Varèse qui dirette da Pierre Boulez – ne è la trama, “massa sonora” (così lo stesso Varèse) di suoni percussivi e inarmonici, di ritmi irregolari, caotici e modernissimi. Materia che scuote il teatro come sisma, e quasi precipitante dal magma primigenio si avviluppa alla voce solista e al tambureggiare del suo djembe, vi si mescola in esplosiva reazione chimica: potrebbe perfino – futuristicamente – svegliare dalla narcosi questa città assente in catalessi culturale, e i suoi insegnanti, i suoi studenti, i suoi giornalisti, e l’indifferente annichilita satolla intelligentsiya. Di certo non i politici, così come notabili-imprenditori-bellagente: persi alla cultura, dall’incrollabile loro latitanza non li riesumerebbero nemmeno le trombe del Giudizio.

        Vincenzo percorre la parabola futurista sulla traccia del Recital costruito in anni fecondi insieme con Giorgio Emiliani, Paolo Puppa e altri accademici dell’Ateneo veneziano. Ci osserva, dalle foto d’epoca sullo schermo, il gruppetto di austeri signori bassini e scuri in bombetta, vestiti con borghese decoro, come “in gita alla Fiera di Milano”. Difficile pensarli artefici della prima Avanguardia italiana (unico seme italiano nel vivaio delle avanguardie), ribellista e libertario movimento totale che abbracciò “arte e vita, costume e malcostume”, che sognò un mondo guidato dall’Arte ed ebbe in sorte “la sfortunata e autodistruttiva era del regime fascista”.

        Tiravano la vita coi denti – dice Vincenzo – e alcuni facevano più o meno la fame, ad eccezione di Marinetti, di famiglia benestante e di matrimonio danaroso. Eppure dalla vorticosa energia profusa nella vita e nell’arte essi “partoriscono un nuovo secolo” (Bontempelli).

        E se tutta la cultura del Novecento – letteratura, poesia, teatro, musica, arti figurative, moda, costume  – è loro debitrice, essi – pur se più “fortunati” dei Futuristi russi – sono troppo radicali innovatori per un paese tradizionalista (non certo per il resto del mondo) che li condanna ad una sorta di lunga damnatio memoriae (almeno fino agli anni ‘60).

        Perchè rivoluzionaria e dissacrante è la loro utopia (impensabile, nell’italietta pretigna – di allora, e di oggi ancor peggio – vagheggiare, ad esempio, lo “svaticanamento” del paese…) e loro bersaglio è l’insensatezza degli assetti costituiti, da rifondare nei modi più radicali e spettacolari: dalla riformulazione di ogni aspetto dell’arte e della cultura alla destrutturazione linguistica; dall’”assoluta originalità novatrice” per la scrittura drammatica (“Noi vogliamo che l’Arte drammatica non continui ad essere ciò che è oggi: un meschino prodotto industriale sottoposto al mercato dei divertimenti…”), al superamento dell’armonia musicale e delle sue leggi (L’Arte dei rumori di Luigi Russolo).

     Ed è un pullulare di Manifesti che seguono quello marinettiano del 1909: manifesti della Pittura, della Cinematografia, del Teatro (Sintetico, Aereo, VisionicoTattiledella SorpresaMagnetico, di Varietà), dell’Architettura, della Danza,della Musica; fino alle ricerche coreografiche e scenografiche di Depero e Balla (ideatori pure di un manifesto della Ricostruzione futurista dell’Universo).

         “Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti – così Marinetti narra la notte che vede la nascita del suo Manifesto – (…) Andiamo diss’io, andiamo, amici, partiamo! ( … ) Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro e presto vedremo volare i primi Angeli!…”.

         Ben oltre le puerili semplificazioni che parleranno di modernolatria e di adorazione della macchina, è piuttosto l’impeto prometeico dell’uomo nuovo che esalta Marinetti e i suoi, e la Macchina non solo è metafora di ritmo e avvenire, ma: “Per macchina, io intendo uscire da tutto ciò che è languore, chiaroscuro, fumoso, indeciso, mal riuscito (…)  per rientrare nell’ordine, nella precisione; la volontà, lo stretto necessario, l’essenziale, la sintesi”.

       Da una macchina finita a ruote per aria in un fossato a Milano – per schivare due ciclisti – lo avevano in realtà tirato fuori, Marinetti, pochi mesi prima e l’episodio divenuto aneddoto entra di peso nel progetto rivoluzionario del Manifesto: l’uomo estratto infangato – cencio, sozzo e puzzolente (scrive) – dalla macchina capovoltasi per evitare due “noiosi” ciclisti – la tradizione decadente! – è l’uomo nuovo futurista che guarda trionfante la nuova era: “Noi, contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della terra”.

        E “L’aeroplano” di Ardengo Soffici è “Mulinello di luce / (…) Crivello d’oro girandola di vetri venti e rumori ”; Aldo Palazzeschi – “teppista letterario” – si diverte, dalla sua, a demistificare modi e forme poetiche tradizionali (Il poeta si diverte, / pazzamente / smisuratamente. Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire…); a disarticolare la narrazione (l’Uomo di fumo nel Codice di Perelà) perché ne emerga quanto di insensato c’è nei valori costituti; a immettere – col “Manifesto del controdolore” – un’idea di vita in cui il riso, vera forza motrice dell’universo, è più profondo del pianto; a formulare con ironia una poesia antipoetica: unica possibilità di poesia che resta al mondo moderno è quella fatta con le parole del quotidiano, quella che mette in scena le ossessioni e le nevrosi della società urbana (“La passeggiata”: Andiamo? / Andiamo pure /(…) Grandi tumulti a Montecitorio / il Presidente pronunciò fiere parole. / tumulto a sinistra, tumulto a destra / (…) Luigi Cacace, / deposito di lampadine /(…) Giacinto Pupi, / tinozze e semicupi. Pasquale Bottega fu Pietro, /calzature. / Torniamo indietro? / Torniamo pure).

        Scuotere insomma l’Italia “a suon di schiaffi e dinamite” (G.B Guerri ) è la missione dei Futuristi: ma il marinettiano Zang tumb tuuum è appena un “urlo di italico candore”, la cui portata rivoluzionaria sarà presto surclassata dal totalitarismo fascista e da un progetto politico che ne raccoglie solo gli aspetti superficiali e agli intellettuali assegna ben altro compito che la missione liberatoria dell’individuo da essi vagheggiato.

      “Ci credeva davvero – scrive, di Marinetti, G.B.Guerri –  e in questo suo sogno non c’era niente di sbagliato. Era il sogno di un artista, non di un politico”.

        Un po’ di quella “caffeina d’Europa”, di quell’impeto rivoluzionario restituirebbe forse dignità e vita al nostro deserto presente: certo alcune particelle ne sono piovute qui oggi, grazie al nostro attore-solista e per noi l’aria intorno si è come ionizzata. “Andiamo? / Andiamo pure”.

Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi son cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!

(Aldo Palazzeschi, Lasciatemi divertire – Canzonetta)

12 maggio 2018                                                                 Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

Resistere  resistere  resistere

Resistere  resistere  resistere

San Benedetto. Grande Pino Bar: ancora esiste e resiste ]

       Ha riaperto oggi, finalmente. Eravamo preoccupati per il ritardo, anche perché la feroce potatura della storica pineta aveva inspiegabilmente evitato di spelacchiare (o segare) proprio i pini più grandi e belli, quelli intorno al PINO BAR. Malfidati come siamo, avevamo perfino ipotizzato le ruspe, poi un reboante cantiere edilizio, e infine la comparsa di una modernissima agghiacciante struttura tutta cemento-acciaio-marmi-vetro disegnata da un’archistar, per soddisfare le brame del turismo sambenedettese sempre proteso ai record… bla bla…

       Come siamo maligni. La tenace resistenza di Maria invece ha convinto i cattivi, fatto arretrare gli invasori, riportato il sorriso e lo sguardo lieto ai “vecchi” appassionati amici/clienti che già vagavano inconsolabili per il lungomare.

       Stamattina, caduto il telo verde che lo circondava, alzate le serrande, il PINO BAR è riapparso uguale a come l’avevamo lasciato. Senza cambiare di una virgola. Andrebbe premiato per questo: l’unico e ultimo locale storico vero, non vecchio ma vintage, con intatta l’atmosfera affettuosa di tempi più sereni, col silenzio e l’ombra naturali, senza televisori e radio e musicacce e tossiche pubblicità. Un posto franco.

       Per i coraggiosi gestori di sempre è stata dura, quasi come resistere sulla Linea del Piave, o come una Lotta di Liberazione, ma non è finita. Pur col conforto delle leggi, Maria non dovrà abbassare la guardia, dovrà resistere ancora: alla burocrazia, al canagliume amministrativo, alle invidie, all’inciviltà dilagante, all’affarismo, al cattivo gusto.

       Resistere  resistere  resistere è il minimo che le tocca fare.

 8 maggio 2018                            PGC

Bello ciao

[ … una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor (?) ]

       E’ successo al cittadino-medio-di-Porto-d’Ascoli, l’altra mattina si è svegliato e ha trovato l’invasor: in fondo a Via del Mare, quasi sul mare, il nuovo “bel” palazzone di 8 piani al posto di quello normalmente brutto, vecchio di 60 anni e grande la metà. Quindi il cittadino-medio l’ha salutato giulivo: bello ciao, benvenuto tra noi, ti aspettavamo, ohhh qua ci stai proprio bene.

       Questo gigantesco e triste monolite stile anni ’70, ogni piano perimetrato da cupi balconi “abitabili”, scale (d’emergenza?) en plein air non ancora disvelate del tutto, una miriade di appartamentini-ini virtualmente di lusso che comunque ne faranno un vivace alveare abitativo, mi somiglia tanto ma tanto all’HOTEL HOUSE di Portorecanati (magari l’archistar è di quelle parti).

Lo stesso “fantasioso” impatto, anche senza la pianta a “Y”, solo un po’ più basso – 8 piani invece di 16 – e grigio topo invece del meritato color cacca. Se l’indimenticata POLISTIL delle macchinine si fosse dedicata anche a far modellini di quest’edilizia orrenda lo avrebbe fatto proprio così, fallendo molto prima…

        Però, caro cittadino-medio-di-Porto d’Ascoli, hai voglia a gridare all’invasore. Tu non ti sei svegliato adesso, mica dormivi, e non sei Biancaneve: tu ti sei adattato volentieri al “lecito” saccheggio del tuo territorio e ti sta bene, anzi ti piace, ne sei orgoglioso, non sei nel posto-più-bello-del-mondo? E le vedi tutti i giorni, specie in questa povera Via de Mare e dintorni, le infinite inconcepibili recenti mostruosità edilizie (e ambientali): ne hai conosciuto i progetti, le hai viste crescere e completarsi, le hai subite – se non ingoiate con gusto – cieco sordo e muto come le tre scimmiette. Non hai mai mosso un muscolo, indifferente o codardo o colluso. Salvo isolati brontolii da bar che si auto-estinguevano la sera stessa.

        Per cui ora te lo terrai, il “tuo/nostro” HOTEL HOUSE. Che non resterà solo, si capisce. Il vicino già scalpita e gli architetti già fremono: chiunque vorrà, potrà costruirsi i suoi bravi 10-piani-di-morbidezza Anche per non passare da fesso.

      “Bello ciao” potrai così esclamarlo con finta sorpresa quasi ogni mattina, cittadino-medio-di-Porto d’Ascoli.

Nelle 2 immagini l’HOTEL HOUSE prima e dopo la cura. Le foto non sono mie ma lo dico, non faccio come il Carlino…

5 maggio 2018                   PGC 

La fragilità del Jazz

TOM HARRELL / Moving Picture

Tom Harrell  tromba/flicorno   Danny Grissett  piano   Ugonna Okegwo  contrabbasso   Adam Cruz  batteria

Cotton Lab – Ascoli P. 21 Aprile 2018  h 21,45     www.cottonlab.it

        Se uno non va ad un concerto di Tom Harrell non può capire quanto certo Jazz sia anche fragile, avendolo normalmente creduto solido, sicuro, spavaldo (oltre che snob). E non pare un caso che proprio questo sia il concerto conclusivo del 28° ciclo stagionale del Cotton Club/Cotton Lab, dopo che sul suo palcoscenico si sono succeduti  – alcuni pure “recidivi” lungo gli anni e i decenni – i nomi e le formazioni più reboanti del pianeta-jazz.

       A noi che religiosamente li ascoltammo dal vivo per tanti venerdì, mancava qualcosa. Non per chiudere il cerchio – giacchè altri cicli straordinari ci attendono al Cotton Lab – ma per scoprire meglio e nel profondo l’enigma-jazz, “la più anarchica delle espressioni musicali”.

       Guardare e ascoltare Tom Harrell ti inchioda alla sedia. Inizialmente per la sua fisicità-senza-il-fisico, inutile negarlo. Prima che dalle inconfondibili note della sua tromba o flicorno, rimani stupito da “come” possano formarsi quelle note. “Dove” prendano l’aria, la forza, l’anima, il colore. Attorno a schemi apparentemente elementari, si snoda tutta una costruzione faticata e fantasiosa di armoniche disordinate e tragressive, che destabilizzano il prestabilito.

       Musica senza spettacolarismi, senza movimenti del corpo – ad Harrell sono quasi del tutto negati – eppure con scalate ribelli, arrampicate stupefacenti e commoventi, improvvisazioni calcolate e rischiose, invenzioni risolutive geometriche e liberatorie. Suoni eleganti, mai forzati, mai ermetici, che quasi te l’aspetti ma non è vero: non potrai nemmeno ricordarli, se non riascoltando Moving Picture. Note fuggevoli veloci e pastose, restano nell’aria il tempo della loro caduta, come cristalli ma morbidi, come gli echi nelle altissime cattedrali inglesi, che s’arrestano d’improvviso.

      Eccola, la sensazione di fragilità: di un suono, non di un corpo. Pare che ad Harrell il corpo gli vada stretto, quindi non lo usa, ma è un gigante. Quando non suona non concepisce il riposo: pensa, chissà cosa pensa… Va a passettini di robot verso il suo angolo appartato, tromba e flicorno appesi alle mani come pipistrelli cromati. Passate le 16 battute (o multipli), torna al ralenti in postazione. Senza sguardo: come gatto di notte, vede quello che tu non vedi.

Ci sentiamo osservati. Pare un acrobata immobile già caduto, ma vivo. Ci sorprende quando, dopo una smorfia chissà se di dolore, estrae lentissimo dalla tasca della giacca di pelle da motociclista una boccetta contenente più elisir che olio e, accucciandosi pericolosamente, lubrifica come un meccanico i pistoni della tromba. Quindi, altre note ovattate, scorticate, spaventate, nascoste, le sublimi “intermedie” che nessuno fa…

       Superlativi per forza, i tre fidati compagni di viaggio che da anni lo accompagnano. Non si scompongono mai, sono un tutt’uno con Harrell, complementari al suo talento solistico ma con individualità sopraffine che centellinano a tempi contingentati. Un motore perfetto questo quartetto, anzi un orologio, di quelli complicati e ipnotici, ad ingranaggi, con gli essenziali indispensabili e ripetitivi movimenti del suo bilanciere che fornisce jazz vitale al tuo tempo ordinario.

   26 aprile 2018            PGC

                                                                                                        letteraturamagazine.org

OFFICINA TEATRALE 2017/’18
Viaggio cosmico-letterario

Canti Orfici di Dino Campana
di e con
Vincenzo Di Bonaventura

 Ospitale delle Associazioni – Grottammare Paese Alto – 26 aprile 2018  h21.15

 Come i fiumi

       I poeti sono come i fiumi, dice Vincenzo, si fanno strada da soli, tracciano da soli il loro percorso.  E passano lasciando il loro inesorabile segno. C’è dunque un motivo se alle prove del Recital la dolce Toffee – unica ammessa – è così rapita che si dimentica pure di scodinzolare; e se stasera “soffrirete tutti – dice – di sindrome da scavo” davanti allo svelamento continuo, alla “corrente irresistibile” che è la poesia di Campana (Dino Campagna e Canti Orifici, per certa stampa locale…).

       Che si sia in dodici come stasera – è Grottammare, bellezza – o folla come in altre platee che hanno accolto i suoi Recital, per Di Bonaventura (Mi nutro bacchicamente di poesia, dice) sempre la poesia avrà lasciato la sua orma bruciante, e di quella “oltranzista” di Campana conserveremo a lungo la sensazione di fiamma.

       Ladro di fuoco sente di essere Campana, sacerdote di poesia, religione che reclama il suo sacrificio e il suo sangue quanto più lo avvicina all’essenza dell’uomo.

“… Io che vivo al piede di innumerevoli calvari”, scrive di sé, consapevole del proprio difetto esistenziale: e la malattia – cui certo concorrono anaffettività e autoritarismo paterni, ottusità dell’ambiente e “mentalità medievale del tempo e desiderio di riempire i manicomi” – se lo emargina da un contesto di società che non tollera  fuoruscite dagli schemi, lo rende però veggente, lo conduce al centro delle cose, assegna alla sua poesia potere orfico e iniziatico.

Se la parola poetica sempre trasfigura il reale e lo ricrea, quella di Campana lo sospende oniricamente fra passato e presente, lo scarnifica in pure immagini e puri suoni, procede per illuminazioni vitali e gioiose o si ripiega sui sentieri tortuosi dell’inconscio affollati di fantasmi notturni .

       E’ la notte, che reca il panorama scheletrico del mondo, che è madre di tutte le forme d’esistenza, a dominare i versi e le prose poetiche, è la buia notte dell’inconscio, “la notte dell’uomo d’ogni tempo” e vi tremano attese e inquietudini.

        I versi dei Notturni, orfici per eccellenza – cifrati, mistici – ci precipitano addosso, qui, con la forza di un vento; la voce dell’attore ne porta ogni fremito, ogni tremore, ogni eco di miti lontani, fluisce in tutt’uno con la traccia sonora, diventa moto tellurico nel ritmo percussivo di djembé (Era la notte / Di fiera della perfida Babele / Salente in fasci verso un cielo affastellato un / paradiso di fiamma). Figure misteriose emergono dalla notte di Campana, ed è la Chimera, sembianza femminile, viso di leonardesca Gioconda – Dolce sul mio dolore  –  a farsi, dal mito, emblema di poesia  – E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera 

       Quando si è “matti”, molto meglio si vedono le miserie, i fariseismi, le viltà del reale. “Il lazzaronismo eretto a sistema”, particolarmente nell’arte, lo disgusta. “Ci fu un tempo –  scrive – prima di prendere coscienza della civiltà italiana contemporanea, che io potevo scherzare. Ora questa civiltà mi ha messo addosso una serietà terribile. Per questo io sono anche tragico e morale”.

       Fuggirne dunque, viaggiare dove cieli e mari possano fondersi col suo io tormentato finalmente libero, in perfetta comunione con la Natura. I suoi molti, molti  viaggi sono in realtà, è stato detto, un unico viaggio in quella direzione.

Non solo terre esotiche, vergini e sconfinate, dove trovare l’Uomo, ma anche luoghi a lui vicini: come Genova – Pei vichi antichi e profondi  / Fragore di vita, gioia intensa e fugace: / Velario d’oro di felicità – città di porto e di mare, di vita febbrile che s’addormenta nel ritmo dell’acqua e nello scricchiolio dei cordami.

E sempre dovrà esserci un mare  – Le vele le vele le vele! (…) Ah! Ch’io parta! Ch’io parta! – o il mistero di terre sconfinate – “la Pampa deserta e uguale in un silenzio profondo” – dove rinascere “riconciliato con la natura ineffabilmente dolce e terribile”, dove poter, libero, tendere le braccia “al cielo infinito, non deturpato dall’ombra di Nessun Dio”.

             E l’amore, anch’esso, offre ali e vele al sogno di libertà: presagito o ricreato nell’evanescenza del sogno o del ricordo (O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi […] O non accenderle! Non accenderle: tutto è vano vano è il sogno), sfiorato già prima dei Canti Orfici (“Tu mi portasti un po’ d’alga marina / Nei tuoi capelli, ed un odor di vento […] Oh la divina / semplicità delle tue forme snelle”).  E’ ancora viaggio, quell’unico disperato amore, per il povero troviero di Parigi (Io povero troviero di Parigi / Solo t’offro un bouquet di strofe tenui) in cerca di libertà, ma sarà invece una guerra furibonda, consumata fra liti feroci ed esplosioni d’ira.

       Lei, Sibilla Aleramo, ape regina dai numerosi amori eccellenti, amica di letterati, scrittrice di fama e femminista ante-litteram, colta ed eccentrica e coi suoi dieci anni di più, forse lo ama amando in lui le ossessioni e la follia, la reticenza (“Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia” gli scrive), le notti insonni e la devastante gelosia. Gioco tragico a due, sadico e crudele o forse solo appassionato; nella disperazione del poeta si alimenta la sua “follia”: si sono incontrati nell’estate del 1916, agli inizi del 1918 Campana entra per sempre in villa Castel Pulci “ricovero dei dementi”. Vi resterà per quattordici anni scanditi dalle sedute di elettroshock, vi morirà nel 1932.

       La libertà cercata scavalcandone il cancello, ferendosi e morendone di setticemia, il poeta l’ha infine trovata: di nuovo atomo, frammento dell’universo, corre tra forze primitive, le braccia levate come nel presago “Sogno di prigione” (… in fuga io? Io ch’ alzo le braccia nella luce!); lo accoglie il cielo infinito, svanita l’ombra opprimente del vecchio Dio… “Io ero in piedi: sulla pampa, nella corsa dei venti, in piedi sulla pampa che mi volava incontro (…) Un nuovo sole mi avrebbe salutato al mattino! O era la morte? O era la vita?…”

28 aprile 2018                               Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

 

“IL PROTOCOLLO NON LO PREVEDE”

“IL PROTOCOLLO NON LO PREVEDE”

[Anche quest’anno niente “Bella ciao” alle Celebrazioni del 25 Aprile a San Benedetto del T.]

25-aprile-2018

         Siccome me l’aspettavo, per saperne di più mi sono attrezzato: sperando che durante la Cerimonia qualche “coraggioso” avrebbe avvicinato il sindaco per chiedergli il perché del suo divieto alla Banda Cittadina (per il secondo anno) di suonare “Bella ciao”, gli ho piazzato con destrezza ben tre cimici supertecnologiche. Una infilata nel taschino della giacca, una autoadesiva sul nodo della cravatta, una sulla frangia dorata della fascia tricolore. Poi, a distanza di sicurezza, appollaiato comodo sulla bici, mi son messo all’ascolto. Non prima di aver anche addestrato alla rischiosa missione un’attempata amica dall’accento sambenedettese doc, con l’aria da balda partigiana e tanto di fazzoletto tricolore al collo. Nel caso che nessuno avesse osato far quella domanda al “Nostro”.

          Ah le cimici, che grande invenzione: ho registrato tutto forte-e-chiaro, sia le domande che le risposte. Anzi, mi conforta il fatto che, oltre alla mia “inviata”, anche altri hanno chiesto al sindaco: “Perché non fai suonare “Bella ciao”?”La risposta sempre la stessa, come un disco rotto: “IL PROTOCOLLO NON LO PREVEDE… suoneranno Il Piave” … “IL PROTOCOLLO NON LO PREVEDE… suoneranno Il Piave” … “IL PR…

           Forse intimiditi, non ho però sentito nessuno replicare tipo: … ma Il Piave è una canzone della prima guerra mondiale, mica della seconda… oggi festeggiamo il 25 Aprile… la Resistenza… la Liberazione dal nazi-fascismo, mai sentito parlare? … Ti è pervenuto? … Hai sbagliato festa? … Il 4 novembre è lontano…

No, purtroppo neanche la mia “inviata” ha avuto questa prontezza di riflessi.

            Sicchè niente “Bella ciao”. Del resto, mica puoi chiedere ai musici di disubbidire, sai le rappresaglie che subirebbero. E neanche gli spartiti avevano, invece l’anno scorso quanti ne avevo trovati sotto gli oleandri, stropicciati con rabbia… Alle majorette poi, se gli dici “Bella ciao” credono che è per loro e ci credono… Ai lustri politici odorosi di dopobarba, come fai a dirgli di intercedere, dovresti “arredare” la richiesta con qualcosa di losco… Ai canuti rappresentanti degli ex combattenti e dei partigiani, dopo che hanno ri-tirato fuori dai cassetti mostrine bandiere fazzoletti e decorazioni, se gli dici “Bella ciao” si mettono a piangere… Né puoi avvicinare i militari dalle sbrilluccicanti divise: guardano di continuo l’orologio, hanno caldo, faticano a mantenere la posa migliore… E troppo impegnati i giornalisti a far l’inventario delle personalità, per farcire domani le pagine di nomi e cognomi. Guai se omettono qualcuno!

        Eh no, proprio non la suoneranno “Bella ciao”. Ci appalleranno invece con la tristissima canzone del Piave e con altre marcette, anche per far pericolosamente roteare i bastoncini delle majorette finchè non te ne arriva uno in testa. Infine la fotona di gruppo, che imperversa già nei social. La allego, ma non è mia e lo dico (non faccio come il Carlino, che adopera le foto dei miei pezzi per i suoi articoli e zitto).

         E’ San Benedetto, bellezza! San Benedetto, provincia di quell’Ascoli Piceno dove certi vicepresidi fanno gli auguri al Fuhrer e poi dicono che non volevano. San Benedetto che si gemellerà con Todi il cui sindaco ha negato il Patrocinio del Comune alla Festa della Liberazione del 25 Aprile.

San Benedetto che a questa Festa non porta il mondo della Scuola, troppo impegnata ogni giorno a prendere lezioni da calciatori, cantanti, banchieri, militari, campioni di ogni sport, attori, nani e ballerine.

           Chiudo qui, vado a recuperare le cimici. Anzi no, sono dell’ultima generazione, si auto-distruggono…

           25 aprile 2018                         PGC

 

La musica del quotidiano

STOMP

Teatro dell’Aquila – Fermo

24 aprile 2018  h21

La musica del quotidiano

      Un pubblico vivace come non t’aspetti  – perché abbondantemente adulto, non giovanissimo – gremisce e fa venir giù dall’entusiasmo il bel teatro, negli applausi finali. E durante lo spettacolo asseconda con divertita complicità e discreto senso ritmico la straordinaria comunicativa degli interpreti.

      Della compagnia – Stomp –  che con ovvi ricambi si esibisce in tutto il mondo dall’inizio del secolo scorso – nascita a Brighton, Inghilterra, e lancio a Broadway – tutto il dicibile è stato detto, evidenziati e studiati tutti i richiami – colti e folclorici, contemporanei e vintage, esotici e metropolitani – sottesi alle creazioni del gruppo: le reminiscenze flamenche (del “tablao flamenco”) e della clog dance forse olandese che si fa con zoccoli di legno; le allusioni a Fred Astaire e al tip-tap statunitense; i ritmi tribali e le danze afro; le citazioni dalla Pop Art di Deschamps; e poi gli scampoli di circo, di hip hop, break-dance, heavy metal, lotta giapponese kendo, e chi più ne ha…

      Forse troppo, e si fa torto allo spettacolo, la cui cifra è piuttosto l’assoluta originalità: competenza musicale tradotta in sapiente “drammaturgia del suono”; geometrica distribuzione dei ruoli e rigorosa sincronia nell’apparente caos; perfetta coordinazione e preparazione atletica; audacia acrobatica e fantasia; il tutto coagulato nella prorompente presenza scenica degli interpreti, capaci di creare senza dialoghi né battute personaggi dall’umorismo incontenibile del cinema muto.

       Soprattutto, ogni cosa è comunicazione sonora qui, dove la creazione musicale nasce da materiali e oggetti tra i più diversi e imprevedibili ma legati da

un tratto comune: l’appartenenza al quotidiano, al ritmo martellante del nostro presente, quello domestico e quello urbano, quello delle periferie industriali e delle riciclerie, del nostro compulsivo consumo e del nostro spreco.

       Così bidoni e barattoli, scope e tubi d’aspirapolvere, carrelli di supermarket, pentole e coperchi, lavelli da cucina e guanti di gomma, scatole di fiammiferi e accendini, gomme di camion e altro creano quella che qualcuno ha chiamato “una maestosa sinfonia urbana”;  e gli oggetti vivono per due ore un proprio sogno musicale, poetico a suo modo, che nella possibilità di creare suono, ritmo, quindi musica, li riscatta dal grigiore, dalla bruttezza accettata e ovvia dell’utensile casalingo, dello scarto industriale, del materiale da discarica. Per un tempo breve tutti loro saranno, come nella favola, la zucca e i topini trasformati dalla fata madrina – qui, gli otto atletici energumeni in sdrucite vesti da lavoro – nella principesca carrozza per il ballo a corte.

       E il corpo anch’esso, diviene strumento: mani che battono, piedi che coi pesanti anfibi percuotono il pavimento (lo “stomp”, appunto) creano il ritmo e generano la “musica”, e il richiamo al flamenco è nel suono che si fa dialogo e rimando continuo fra gli interpreti e nel movimento che lo accompagna con intensa fisicità.

       Sull’enorme pannello metallico che invade il fondale i musicisti-mimi-danzatori-acrobati-eccetera, inerpicati e imbracati con cinghie, “suonano” – come su un’incredibile batteria/vibrafono – pentole e coperchi, tubi e secchielli, cerchioni e segnali stradali. Enormi bidoni metallici creano il finale in un crescendo percussivo tra l’orgiastico e il tribale, il suono penetra in ogni fibra del corpo, scuote come corrente elettrica, nessuno di quegli oggetti è più utensile o materiale urbano, tutto è suono, ritmo, corporeità prorompente e dionisiaca. Controindicato agli emicranici.

       Da scommetterci, che una volta a casa metà almeno di noi spettatori ha provato a suonare una pentola o una sedia, o il tubo dell’insospettabile aspirapolvere…

https://www.youtube.com/watch?v=US7c9ASVfNc

25 aprile 2018                                   Sara Di Giuseppe

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