Le 3 piramidi (poco faraoniche) di San Benedetto

Le 3 piramidi (poco faraoniche) di San Benedetto

   Costruite anch’esse dai gatti come quelle egiziane, ma dai nostri gatti del Porto.
Sono i discendenti di quelli, e abitano nei cunicoli e negli anfratti lì intorno:

–   L’anziano striato di scuro, zoppo e con un occhio solo

–   La bianca e nera sempre incinta attorniata dai suoi ex piccoli, ormai indipendenti

–   La pezzatina superforastica dal pelo dritto

–   Il nero-tinta-unita contemplativo

–   L’altro nero con la macchia bianca, miagolante e affamato cronico

–   Il tigrato dagli occhi verde oliva, la coda arricciata e l’aspetto acrobatico

–     …

   Nessun gatto Sphynx, che sarà pure aristocratico ed egiziano ma è senza pelo: i nostri ruspantoni non ci tengono a essere chiamati  “spelacchiatoni”.

   I nostri gatti del porto sono ovviamente bravissimi a costruire piramidi, ma non di pietra, le fanno di cemento. Niente massi da trasportare, niente schiavi egiziani nè architetti tra i piedi: basta uno stampo e una colata di cemento. Tutto più facile e veloce, alla fine le piramidi sono pure più belle.

   Poi qua il cemento abbonda: basta rubarne un po’ nei tristi crateri di scuole e alberghi e cinema abbattuti, dove al posto di quelli nasceranno cubi di cemento stupidi e kitsch da vendere a banditi e pollastri.

  Insomma le 3 piramidine di San Benedetto (foto non-Baffoni allegata), le uniche al mondo bagnate dal mare, meritano una visita.

Per la Sfinge (di cemento) c’è invece da pazientare, i nostri gatti sono pigri, non gli piace sudare, le loro 12 vibrisse ne soffrono…

26 maggio 2020                  PGC

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La lingua del contagio

La lingua del contagio
ovvero

L’Italiano al tempo del colera

  “Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della Nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza”

(Pasquale Villari, 1866)
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       C’è qualcosa d’importante che la catastrofe del contagio ha messo a nudo in questi mesi nel nostro Paese, oltre al bubbone di una Sanità pubblica tragicamente nelle grinfie delle Regioni. Riguarda la nostra lingua, la sua condizione di malata terminale che l’elefantiasi dell’intero sistema dell’informazione mette ogni giorno sotto i riflettori, insieme con i tratti meno lusinghieri della cosiddetta identità nazionale.

       Se la lingua “esprime chi siamo veramente”, la nostra dice oggi ciò che siamo diventati in qualche decennio di malgoverni e impoverimento culturale (da sempre fisiologicamente a braccetto); di disinvestimenti in conoscenza, furbescamente sacrificata al totem della “crescita”; di populismi al grido di “carmina non dant panem”. Strategie vincenti nella trasformazione, da cittadini che (un po’) eravamo, in sudditi, e a cui dobbiamo gli ultimi posti europei nelle graduatorie OCSE in fatto di literacy (competenze linguistiche) e numeracy (competenze matematiche).

       Così, nella Babele pandemica del terzo millennio, mentre ci scopriamo tutti scienziati da bar con solide competenze virologiche infettivologiche epidemiologiche declinate in salsa anglofona, ci tocca come aggravio di pena l’ascolto coatto – quasi orwelliano – di politici dal bagaglio lessicale di 100 vocaboli ad esser generosi, di giornalisti in affanno di sintassi, di mezzibusti televisivi dimenantisi tra le rapide di una lingua che non controllano, risucchiati dal vortice di parole ed espressioni decentrate di senso.

       Più facile comunicare per slogan, questo si preferisce fare e si fa. Viene in aiuto il pescare a casaccio, come dentro il baule in soffitta, nel disordine di tutti i possibili linguaggi settoriali che tornino utili alla bisogna; di ognuno si sceglie il peggio e se ne spalma ogni sorta d’informazione e comunicazione: dai giornali alla tivù, dai social alla conversazione privata, al cicaleccio da bar dopo-riapertura.

I campi semantici fra cui spaziare abbondano, dalla guerra agli sport in genere, ma quello militaresco la fa da padrone, per antica e mai perduta vocazione italiota dall’Impero romano in su.

      Così di siamo in guerra – siamo in trincea – vinceremo – vinciamo – abbiamo/non abbiamo vinto grondano le cronache, la pubblicità, gli ispirati discorsi petto in fuori di chiunque abbia un microfono davanti alla mascherina (con una solida ricaduta comportamentale: i soldatini veri in tenuta mimetica e mitra caricati e spianati a controllare/sanzionare – come dimenticarlo? – i pensionati in gita di piacere al supermercato).

     Siamo un popolo di patrioti, che volete farci, inno di Mameli – bandiera a portata di finestra o balcone – mano sul cuore – tricolore pure sulla museruola.

     E se alla preistoria del contagio il mantra ”Io sto a casa”, duplicato nelle varianti “Restate a casa” e “Rimanete in casa” ha segato i nervi anche alle anime pazienti e pie, indotto qualche espressione greve pure in quelle in odor di santità, sollecitato legittime pulsioni omicide nella gente comune – non meno dell’Andrà tutto bene, dell’Insieme ce la faremo (facoltativo “un cazzo” nel finale), dei canti patriottardo/condominiali – più avanti nel tempo, poi, verbi a trazione anteriore come ripartire, locuzioni come rimettere in moto, o addirittura il mistico risorgere – più adatto alle note circostanze – hanno rubato la scena e le pagine e i palinsesti, sono dilagati nelle veline giornalistiche, hanno scatenato orgasmi collettivi in conduttori e conduttrici di talk show.

    Così dopo il lockdown (il più inquietante “confinamento”, nella nostra lingua ormai straniera) è il momento dell’orgia: non quella delle movide ritornate e dei funerali oceanici e delle benedette feste mafio-religiose che in questo gioco dell’oca ci rimanderanno tutti alla casella di partenza, bensì l’orgia linguistica dell’ “abbassare la guardia” col suo contrario “non abbassare la guardia”. La cui accezione – evocatrice di ludi pugilatori e scintillii di spade – pur inefficace contro le aggregazioni di cui sopra, è musica per la parte migliore di noi, quella che non vede l’ora di unirsi a coorte e schierarsi in occhiute ronde di quartiere per stanare gli indisciplinati e gli irresponsabili e giacchè ci siamo pure il vicino di casa che sempre m’è stato antipatico.

            Il meglio dei prodigi linguistici da analfabetismo di ritorno l’abbiamo avuto  nelle interviste e nelle dirette televisive: dalla (s)grammatica creativa di Bonaccini con un suo raccapricciante “chiedavamo”, al fine eloquio di un sindaco qui vicino che intervistato sui provvedimenti anti-covid parla dei “sistemi migliori che meglio si calzano (sic) nel nostro territorio”… E  avanti tutta a infilar perle…

       Siamo un grande popolo, lo dicono anche i giornaloni e i presidenti-(s)governatori di Regione, cosicchè nulla abbiamo da temere, e metteremo in fuga il virus guardandolo fisso negli occhi e battendo con forza il manganello sugli scudi come nelle cariche di alleggerimento.

Ci manca un po’ di linguaggio, è vero, ma non si può avere tutto; e poi per arringar le folle non serve la Treccani, basta qualche slogan dal costrutto elementare, fa niente se sgarrupato, piazzato nelle zone erogene e le contagiate folle saranno tue.

      Se poi qualcuno vorrà proprio fare il saputo, lo si rimetterà severamente al suo posto: come Mike Bongiorno, quando al concorrente che incauto aveva sparato un’espressione  latina disse perentorio “No no, qui niente lingue straniere!”.

21 maggio 2020              Sara Di Giuseppe

SCUOLA “CURZI” ADIEU

SCUOLA “CURZI” ADIEU

Ti hanno venduta e abbattuta per mancanza di alunni, erano sempre Assenti

Ma gli Assenti son tornati, in visita a congiunti/parenti/cugini. Nella Fase-2 si puo’.

Scesi indisturbati in città già nella Fase-1 (ma anche prima) i Lupi erano pronti.Avevano preparato il terreno, l’azione, i tempi. E oggi, sfoltita la “foresta” intorno, ZAC, ti hanno attaccata e sbranata. WOW…Senza che nessun cacciatore del Comune lì a due passi sparasse un colpo.
E senza un pianto di Piunti, si capisce.

Eppure tutti erano stati informati, tutti sapevano, tutti aspettavano.
Già, i Lupi fanno paura… ma pure gli Assenti sono così potenti?

Comunque adieu, cara amica Curzi [a scuola ci si chiamava col cognome]Diventerai un cubo di appartamenti vuoti e somari. Scrivono CUBE invece di cubo…

San Benedetto, 22 maggio 2020        PGC

QUELLO CHE CI MANCAVA

QUELLO CHE CI MANCAVA
ovvero
Gli sceriffi, i Savonarola, i Bertolaso, al tempo della Fase 2

          È stato bello, il nostro 4 maggio di riconquistata parziale libertà. Ancor più perché allietato dai nostrani campioni del comico che mai in quest’infinita quarantena si sono risparmiati per tener su il nostro morale  stremato.

Stavolta il momento del buonumore è il furgone della Protezione Civile (egià) che il 4 maggio batte le strade di San Benedetto diffondendo il nuovo messaggio alla cittadinanza dell’imperdibile performer Sindacopiunti.

        Lunghetto il testo, per essere itinerante: calcolando durata della fonica e andatura del mezzo, i fortunati cittadini incrociati lungo il percorso ne avranno ascoltato chi la prima parte, chi quella centrale, altri ancora soltanto quella finale. Con effetti esilaranti se nel ricostruirlo volenterosamente a posteriori ne avranno mescolato i passaggi, o perfino invertito l’ordine.

        Non per questo ne sarà sfuggito l’alto contenuto morale. Perché il testo, in una vertigine di registri da montagne russe, alterna il bastone alla carota: e se prosaicamente addita nel lavar le mani e indossar mascherine e guanti i baluardi della salute di questo medioevo ritornato, s’innalza poi a vette di lirismo nell’evocar gli “spazi di libertà che a prezzo di grandi sacrifici ci siamo riconquistati” (è la Festa della Liberazione ad aver suggestionato, molto suo malgrado, Sindacopiunti?); scende quindi a precipizio a fustigar severo “chi non rispetterà le regole” – per quegli sciagurati “non ci saranno sconti”!  –  e ancora su, fino all’acme emotivo di quel “grazie ancora per quello che state facendo” (qualunque cosa abbia voluto dire).

        Non basta. Appena il giorno dopo ecco il nostro Savonarola arringare la desertissima spiaggia sambenedettese con un audio-sermone diffuso da Pubblicentro: modalità e contenuti che sarebbero inquietanti se non fosse che il riso vince di prepotenza.

        È quello che ci mancava, nella tetraggine del presente.

Costretti, i Sindaci-Sceriffi, ad accantonare lo sceriffismo degli ultimi mesi (ah, quei corroboranti inseguimenti in spiaggia per acciuffar camminatori solitari e runners!), ecco pronti i Sindaci-Savonarola a rampognar le folle, a un passo dal “Ricordati che devi morire” seguito dal “Sì sì mo me lo segno” dell’indimenticato Troisi.

        È quello che ci mancava, anche, nel surreale smarrimento di ogni normalità, la prosa d’arte di questi sermoni in overdose di gerundi e in deficit di consecutio e sintassi…

           Ma li capiamo, l’occasione per i protagonismi delle starlettes locali è troppo ghiotta perché se la lascino sfuggire.

Così:  là un sindaco tuona che il lungomare di Sant’Elpidio “troppo pieno, è un disastro”;  qua, un comitato di quartiere vuol chiudere (sic) le spiagge a San Benedetto di sabato e domenica “per i troppi visitatori” (visitatori?!); più in là, il sindaco di Acquaviva Picena comunica che i “Volontari del Gruppo Comunale” insieme a quelli di Radio Club Piceno faranno ronde per intercettare i “cittadini che male hanno interpretato gli ultimi decreti” (sic); al Cimitero sambenedettese si entra coi numeri come al supermarket poi i numeri finiscono e rimane il custode a contare gli ingressi col pallottoliere, finchè i congiunti (!) dei cari estinti cominciano a entrare di soppiatto dal retro, “dalla zona dove insistono gli uffici” (insistono?!).

        Detiene però sempre saldamente la maglia rosa, tappa dopo tappa, il Presidente sforna-ordinanze, che oggi dalla Regione finalmente consente la raccolta di funghi e asparagi selvatici – come potevamo farne a meno? – mentre purtroppo per salire in moto in due bisogna essere conviventi (duro colpo al sogno di molti di saltare sul sellino della prima moto di passaggio e agganciarsi allo sconosciuto conducente); ma soprattutto  consente, vivaddio, la toelettatura dei cani: magnifica orwelliana inversione di ruoli che vedrà animali gioiosamente freschi di parrucchiere accompagnare umani dalle chiome incolte e dal folto pelame (e pure con la museruola igienica).

        E’ quello che ci mancava.

E tuttavia non è il peggio che ci capita: il peggio è veder planare ancora una volta sulle nostre disgrazie – come su quelle milanesi – il Guido Bertolaso che ha attraversato anni e governi e catastrofi a cavalcioni della sua palla di cannone come il barone di Mϋnchhausen; il Bertolaso dio dei terremoti, dei rifiuti, degli incendi, dei G8, dei siluri nucleari nel Golfo di Napoli, della SARS, dei Mondiali di ciclismo, del Giubileo, del post-terremoto di Haiti, dei Paesi africani in via di Sviluppo e, oggi, delle pandemie; il Bertolaso che tanto meritò a capo della Protezione Civile nei tempi lucrosi del pregiudicato Berlusconi e del terremoto dell’Aquila. 

        Il peggio è assistere, ancora e sempre impotenti, all’opaca tela tessuta oggi dalla Regione Marche intorno all’erigendo Fiera Hospital di Civitanova – con Bertolaso padrino – uguale a quello partorito – padrino ancora Bertolaso – dalla Regione Lombardia, in Fiera pure quello, guarda un po’: inutili costosi dannosi “provvisori” Ospedali Covid-19; plateale sintesi, ambedue, di errori e orrori, incapacità e arroganza e – va da sé – robusti interessi politici e di saccoccia.

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Si vedevano gli uomini più qualificati senza cappa né mantello […], negletta e trasandata ogni persona; lunghe le barbe di quelli che usavan portarle, cresciute a quelli che prima costumavan di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature […] per esser divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e condannato, come untor famoso, uno di loro…”

A.Manzoni, I Promessi Sposi, cap.XXXIV

 6 Maggio 2020                     Sara Di Giuseppe

EFFETTO COLLATERALE

EFFETTO COLLATERALE
ovvero
La divisa ai tempi del colera

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Queste medesime parole, Vediamo come va […] furono pronunciate dal Ministro che in seguito precisò il proprio pensiero, Volevo dire che potrebbero essere quaranta giorni, ma anche quaranta settimane, o quaranta mesi, o quarant’anni, bisogna però che non escano”.

J.Saramago, Cecità, 1995
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     Diffusa a livello nazionale e più ancora locale, la “Sindrome da Divisa” – endemica nel Belpaese di provata vocazione destrorsa e fascistoide – si acutizza quale effetto collaterale di situazioni particolarmente gravi o addirittura emergenziali, inducendo nelle categorie e nei soggetti colpiti una mutazione psicofisica del tipo L’incredibile Hulk (esclusa la colorazione verdastra).

        Dopo i bidelli scolastici dei bei tempi andati, con le loro strisce dorate e rosso-viola sul colletto della giacca e che incutevano terrore pure al preside, oggi la vertigine della divisa è più che mai trasversale, che tu sia nei corpi militari o civili, e ti dice che dall’alto di quella tu puoi controllare, indagare, accusare, sanzionare, sentirti Minosse che avvolge la coda intorno a sé più volte e il disgraziato va giù di altrettanti gironi d’Inferno.

E non basta, poserai in parata con sindaci e autorità, e gazzelle e volanti, e droni ed elicotteri in minaccioso volteggiare sopra i berretti.  Sono soddisfazioni.

         Vedi per dirne una, sabato 11 aprile vigilia di Pasqua-al-gusto-covid. Schierati per la foto di gruppo come in gita scolastica, le Polizie locali di Grottammare e di Cupra Marittima – in divisa, of course! – e i rispettivi sindaci Pierre-Gallin e Pierre-Simon (separati alla nascita, i due?): “soddisfatti di questa unione di forze […] per monitorare insieme i due territori a tutela dei cittadini” (sic) in irresponsabile assembramento (ma con mascherine, eh!): roba da sanzione immediata e conseguenze penali.

Manca, o ce lo siamo perso, il numero dell’equilibrio in piedi sulla moto in corsa, ma qualche lezione ci giunge comunque chiara dalle performance circensi gentilmente offerte.

        Per esempio, un certo modo di intendere l’esercizio del potere, sintetizzabile nella filosofia del Marchese del Grillo, il noto io-so’-io-e-voi-nun-siete-un-cazzo: per il quale il controllore può violare, e passarla liscia, le stesse norme sul rispetto delle quali è tenuto a vigilare. I sudditi intendano e si adeguino.

        Segue nella pratica, a mo’ di corollario, un esercizio dell’autorità che vede il tutore della legge esibirsi in prove muscolari con sacrificio di sé e sprezzo del pericolo, meglio se su obiettivo piccolo e insignificante perché lì si vince facile.

Così ecco “l’autorità” nella sua schematica divisa da poliziotto inseguire sulla spiaggia il runner ma quello corre di più, è più leggero e meglio (s)vestito e se la squaglia veloce e all’autorità le fanno la respirazione bocca a bocca.

Ecco “l’autorità” sanzionare il tizio intercettato mentre sta a 300 metri da casa propria invece che a 200 – ogni sindaco decide qual è per lui il metraggio lecito, vuoi mettere che gusto – con una supermulta che neanche al sequestrato Force Blue di Briatore. (A proposito, ci sono percentuali, sulle multe? chessò, per incentivare e motivare i tutori dell’ordine…).

Ecco, ancora, “l’autorità” perlustrare in elicottero il deserto intorno e, incurante di sperpero di pubbliche risorse, con quello abbassarsi rombante sul camminatore solitario (un untore di certo, che altro sennò?).

      Ciò che conta insomma è sentirsi più in alto del miserando mortale sulla rampa di lancio del potere. Dove al gradino più basso, in attesa di decollo, ci sono i delatori, gli spioni del vicinato: se non proprio l’orwelliano “fanciullo eroe” che denuncia i genitori, è certo il “vicino eroe” che dalle serrandine abbassate vigila occhiuto e denuncia.

Quindi via via innalzandosi, ecco le “orrendamente belle” divise, le mostrine, gli alamari, le medaglie, i cappelli a due piani che non entrano nelle automobili, ecco i gradi – li vedremo presto cuciti sulle mascherine! – ed ecco i sindaci (le enormi fasce tricolori col batacchio dorato abbagliano meglio delle divise) e più su ancora, ecco i “governatori” cosiddetti: ah! l’ineffabile godimento del proprio nome dato a un’ordinanza, a una circolare più severa… Ci sono cose che non si possono comprare…

Più si sale, più il cipiglio è fiero, feroce il ghigno, minaccioso il dito puntato contro di te che, diosolosa come, tramavi contro la salute pubblica…

       In questa Pasqua di bontà farlocca, di retoriche a buon mercato, di andratuttobene al mulino bianco, di tricolori e inni patriottardi che col contagio c’entrano come la mia gatta Pippi, di volemosebbene alla nutella da farsi venire una carie al giorno, una sensazione si affaccia chiara, fastidiosa e tenace: che l’accanimento censorio e sanzionatorio, lo zelo autoritario e non autorevole che si propaga per li rami dei poteri locali medi, piccoli e piccolissimi, non sia da parte di tutti questi che un “vendicarsi” sul cittadino-suddito delle proprie colpevoli inettitudini, frutti malati di un potere coltivato come fine a se stesso, ignaro della nozione di bene pubblico, e che nell’autoreferenzialità ha il proprio marchio di fabbrica e il proprio peccato originale.

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        “Disgraziatamente […] le aspettative del Governo e le previsioni della comunità scientifica andarono semplicemente a rotoli”.

J.SaramagoCecità.
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 13 Aprile 2020                                          Sara Di Giuseppe

INCUBI E AUTODICHIARAZIONI

INCUBI E AUTODICHIARAZIONI

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“… Non era cambiata la strategia per combatterla, ieri inefficace e oggi apparentemente vincente. Si aveva solo l’impressione  che la malattia si fosse esaurita da sé, o che si ritirasse, forse, dopo aver centrato tutti gli obiettivi. In un certo senso, il suo ruolo era concluso.”

A.Camus, La peste, 1947

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         Ho un incubo ricorrente (si alterna all’altro, meno frequente, in cui il vicino di casa delatore-psicotico avvisa i CC d’avermi vista sulla soglia di casa… Perché è la parte migliore di noi, quella che scopriamo con l’emergenza…).

L’incubo: in movimento con regolare autodichiarazione, vengo fermata per controlli da anonima “autorità” (auto blu priva di contrassegni per meglio stanare il cittadino furbetto-fino-a-prova-contraria): ahimè, un nuovo modulo è stato emanato nella notte e invalida il mio, avrei dovuto saperlo e stamparlo. Il reato è gravissimo, vengo brutalmente messa in ceppi e condotta  verso…

Mi sveglio. Sollievo: i moduli sono lì, in rigoroso ordine di apparizione dal primo al più recente;ho lasciato ampi vuoti per i prossimi, sono previdente, io.

Li conserverò, un giorno mi ricorderanno questo spazio della vita in cui l’inimmaginabile è diventato quotidiano.

L’inimmaginabile sono – anche – quei moduli. Summa di ogni sordo burocratese stratificato in secoli di funzionari asburgici-austroungarici-savoiardi-papalini-borbonici; linguaggio che arriva fino al nostro cupo millennio pandemico immutato nei contorti stilemi, nella grafica compressa e chiaroscurata, nella disumanante afasia.

Ci sono dirigenti, funzionari, impiegati, vertici militari – “persone oltre le cose” – dietro quei moduli, così come dietro i Decreti/Ordinanze Ministerial/Regionali/Comunali i cui articoli (a volte anche solo due) li leggi dopo quattro pagine e lenzuolate a due piazze di visto questo visto quello e visto quell’altro e visto quell’altro ancora…

Ci si chiede cosa di buono possa mai venire, in questo passaggio apocalittico, da apparati pachidermici, mummificati perfino nella comunicazione.

Non è da quelli che verrà la salvezza: questa, se ce ne sarà una, verrà da coloro che oggi, dalle disperate trincee ospedaliere, dalla miriade di postazioni in tutta Italia dove si combatte e si muore, da dentro le impossibili tute marziane, rifiutano di alzare bandiera bianca.

 Tutti gli altri sono a vario titolo responsabili del disastro e ne risponderanno alle proprie disperse coscienze. Mai, temo, al Paese e ai cittadini.

– Sono gli apparati politico-amministrativi delle Regioni, inconcepibilmente privi di piano pandemico regionale, a cominciare dalla fulgida Lombardia.

Che hanno omesso di creare in anticipo strutture dedicate e interventi sul territorio (dopo aver impoverito le strutture pubbliche privilegiando un privato che non poteva essere all’altezza) e “colti di sorpresa” hanno praticato – a cominciare dalla Lombardia – un’ospedalizzazione che è stata benzina sul fuoco dell’epidemia.

[Che in Lombardia hanno omesso di chiudere Alzano, nel bergamasco, dove – presente fin dal 23 febbraio, dopo la zona rossa di Codogno – un focolaio è stato lasciato libero di circolare e diffondersi. (cfr.G.Barbacetto, Il Fatto Quotidiano 30 marzo) ]

– Sono i vertici sanitari nazionali che hanno recepito senza far nulla, quando si era ancora in tempo, le previsioni epidemiologiche della comunità scientifica diffuse da Ministero della Salute già i primi giorni di gennaio; e almeno fino al 21 febbraio hanno trascurato le informazioni dettagliate degli scienziati sulla sintomatologia del virus omettendo perfino di informarne i medici di base. [Senza contare che il Ministero della Salute deve strutturalmente avere – come ogni altro Ministero – piani gia’ predisposti per qualsiasi tipo di emergenza, anche la più catastrofica]. Invece: “siamo stati colti di sorpresa” e, per dirne una, ci si accorge addirittura solo ai primi di marzo che i ventilatori li fabbrica un’azienda italiana…

– Sono i vertici della Protezione Civile riuniti il 31 gennaio nella loro sede romana con burocrati e vertici di tutti i Ministeri, più Croce Rossa, ANCI, funzionari delle Regioni, rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità e – va da sé – alti militari di ogni ordine e mostrina: che stabilirono di controllare i voli da e per la e Cina, di misurare la febbre agli sbarcati, di recuperare uno a uno gli italiani dallo Hubei, anche un aereo per ciascuno.

E – simpatici sbadati! – dimenticarono di parlare di capienza degli ospedali, di personale sanitario e di aumenti di organico, di terapie intensive, di protocolli per i soccorsi urgenti, di acquisti di respiratori e mascherine e tamponi e tutto l’ambaradan che ormai sanno pure le pietre.

Preoccupati dei rapporti economico-diplomatici con la Cina e di non creare allarme sociale, e convinti – bontà loro – che ”il sistema italiano reggerà” si offrirono con sorridente ottimismo in favore di telecamere.

 – Sono i componenti del comitato operativo della Protezione Civile, che in continue riunioni a gennaio e a febbraio, e con l’allarme già diffuso  da Ministero Salute e OMS, non ritennero di dover effettuare uno straccio di calcolo sulle necessità e dotazioni di cui sopra. Tutto come col terremoto dell’Aquila, tutto déjà-vu, compreso Bertolaso: che la Lombardia chiama, viste le luminose prove offerte in passato, e lui subito qui, dall’Africa a Milano e poi  fino ad Ancona a  spargere… positività (chiedere a Ceriscioli).

– Sono i responsabili che non hanno ritenuto necessaria la mappatura epidemiologica – ricostruzione dei contatti dei positivi, fattibilissima anche se non siamo Seoul – che avrebbe contenuto il contagio e preservato la categoria più esposta: medici e operatori sanitari. E hanno scelto di considerare solo i sintomatici.

Sono gli stessi che ora nelle varie Regioni corrono ai ripari con interventi tragicamente affannosi e tardivi – ospedali da campo, strutture dedicate ecc. – spacciati ai microfoni dell’informazione compiacente come manifestazioni dell’eccellenza lombarda, lombardo/veneta e di altre fulgenti Regioni.

E saranno santi subito, da scommetterci: lo sarà il Presidente sto-tutti-i-giorni-in-tivù, con la mascherina d’ordinanza e l’abito buono da preghiera col vescovo e la porgimicrofono adorante e genuflessa; lo sarà il fido scudiero (pardon assessore-“andratuttobene”) che già si candida a sindaco della martoriata Milano. Altra calamità in arrivo. Dio aiuti Milano.

Poi ci siamo noi, cittadini-sudditi o popolo bue: trattati tutti – per l’imbecillità di pochi criminal-cialtroni da mettere in gabbia e gettar via la chiave – come irresponsabili/disobbedienti/untori/furbetti fino a prova contraria. Martellati fino alle più remote sinapsi, con una comunicazione da grande fratello orwelliano, dai minacciosi continui offensivi “state a casa”. Come fosse, ciascuno di noi, un minus habens bisognoso di reiterate supponenti istruzioni-raccomandazioni-ordini e, se del caso, anche delle maniere forti.

        Come se avessimo voglia, in questa apocalisse, di giocare a dadi con la nostra pelle e con quella del prossimo; come se non ci bastassero tutto il dolore che vediamo e sperimentiamo, tutta la sofferenza e tutta la tristezza di quei morti che se ne vanno soli, senza persone care che possano, per loro, rapire “una scintilla al sole a illuminar la sotterranea notte”.

                          #andratuttobeneuncazzo

 31 Marzo 2020                Sara Di Giuseppe  

BANDIERE & LIBRERIE

BANDIERE & LIBRERIE

    –  Anche se a noi il marcio proprio non ci manca, tuttavia non siamo la Danimarca. Dove su ogni casa scuola giardino mercato piazza sventola – rettangolare o triangolare – la bandiera nazionale rossa-con-croce-bianca-magra-e-sdraiata.

I danesi ne sono orgogliosi con naturalezza, quella bandiera fa da sempre parte del loro paesaggio, della loro identità. Non è un’intrusa, né qualcosa da tirar fuori, come da noi, quando serve a coprire certe sporcizie. Guarnisce anzi l’ambiente al pari di un bell’albero o di una pianta fiorita, di un’architettura, di una fontana, di un’opera d’arte… E’ come un brand, ma “naturale”, senza pubblicità, forzature, imposizioni. Accettata e amata più per cultura che per tradizione. Immune dal virus della retorica. Se “c’è del marcio in Danimarca”, la sua bandiera non c’entra.

  Ma noi italiani – primatisti negativi in tanti campi e imbattibili nell’esaltazione opportunistica della bandiera – in questi tristi tempi di coronavirus la sorpassiamo perfino, la Danimarca, perché di colpo da noi è tutto un garrir di bandiere: nelle tivù, alle spalle dell’intervistato – chiunque egli sia – ne compaiono sempre almeno tre, grandi, nuove, stirate che si vede ancora la riga, non sventolanti solo per mancanza di ventilatori. Ti fanno una figura bestia, spiccano più dei faccioni sparlanti e dei quadri dei vivi e dei morti e dei santi alle pareti.

Partito anche, dai social-pulpiti, l’ordine di imbandierare col tricolore l’intero mondo creato (bandiere made in China, ovvio): balconi, terrazzi, finestre, facciate di case, condomini, palazzi… altro che ai mondiali di calcio! e di cantare tutti l’Inno di Mameli fino a strozzarci, così andrà tutto bene. Col patriottismo tutto passa, è come Aspro.

Dunque bandiere e Inno (Bella ciao no, quella solo in Germania): cura da cavallo di entusiasmo e ottimismo che manda in paradiso i vivi e i morti-subito. Ma cerrrto che abbiamo obbedito, molto più che all’ordine di restare a casa.

 C’è poi il paradosso delle librerie, che devono restare chiuse perchè superflue e inutili. Se “un’ordinanza al giorno toglie il coronavirus di torno” [cpr. Giuseppi], neanche una delle 6-7-8-9 ordinanze e decreti succedutisi a raffica ne ha cancellato l’irragionevole chiusura. Dice: le librerie, coi loro libri, provocano confusione, file, angoscia, resse pericolose. Non servono, punto. Giusto ucciderle. Mica sono tabacchi-grattaevinci-lotterie-banche…

Ma ecco: a rimarcare l’invalicabile baratro culturale tra noi sudditi ignoranti-ubbidienti e il Potere forte sapiente e saggio, oggi proprio le librerie sono sfondo o quinte di palcoscenico – oltre alle lustre bandiere, dicevo – per tutti i faccioni sparlanti a ruota libera nelle tivù.

E giù mega librerie che occupano tutto lo schermo; o classicamente serissime coi tomi omogenei e possenti (forse un tanto al metro) rilegati in oro-argento-pelle umana; o di design e firmate, casual-style, con libri sfusi in studiato disordine misti a eleganti cataloghi d’arte varia, riviste rare (straniere bene in vista); foto incorniciate di famiglie felici, calendari dei carabinieri in ordine millimetrico (per forza!); e bomboniere della nonna, gingilli, oggetti etnici per il tocco d’esotico, più ciaffi vari.

Tutto è lì per caso, chi ne dubita, l’intervistato manco se n’era accorto, ma di certo gli conferisce status e autorevolezza: lui è uno che pensa e che sa, con quella bocca può dire ciò che vuole, anche quel che non sa, e quei libri gli coprono le spalle, lo proteggono.

Capita pure, ma sempre per caso, che qualche faccione sparlante si sistemi talvolta con furba nonchalance proprio “ad angolo”: da lì si vede meglio che la sua libreria non finisce mai, che lui molto ha studiato e studia, lui le cose le sa, lui sì, tu no.

           Ah noi tapini, che non possediamo (né amiamo) nessuna bandiera, che magari abbiamo in casa solo una scorticata libreria “Billy” fintolegno IKEA, noi che causa contagio ci hanno pure chiuso le poche librerie rimaste… dove pensiamo di andare? Non ci resta che infettarci.     #andratuttobeneuncazzo

 

26 marzo 2020                      PGC

 Tutte le zeppole del presidente

 Tutte le zeppole del presidente
ovvero

Protagonismi e deliri ai tempi del colera

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Muti e terrorizzati, gli animali lentamente rientrarono nel granaio [….]. Napoleon* […] annunciò che da quel momento le sedute della domenica mattina sarebbero state sospese. […] In avvenire tutte le questioni relative al lavoro della  fattoria sarebbero state definite da uno speciale comitato di maiali presieduto da lui stesso. […] Gli animali si sarebbero ancora riuniti la domenica mattina per il saluto alla bandiera, per cantare “Animali d’Inghilterra” e ricevere ordini per la settimana; non vi sarebbero state più discussioni”.
*(“Napoleon era un grosso verro [maiale] del Berkshire dall’aspetto piuttosto feroce”)

G.Orwell, La Fattoria degli Animali
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        Dobbiamo aver gravemente peccato, se oltre alla catastrofe globale – piovuta in una manciata di settimane su tutto quest’atomo opaco del male – noi italiani abbiamo avuto in sorte già da molto prima anche le Regioni, e affidato ad esse il Sistema Sanitario Nazionale e, non bastasse ancora, ci ritroviamo certi presidenti e infine certi sindaci.

        Dal lombardo Fontana (quello che si garrotava in diretta armeggiando con la mascherina) al veneto Zaia (quello che i-cinesi-mangiano-topi-vivi-li-ho-visti-io) al marchigiano Ceriscioli (quello che indispettito dall’imminente uscir di scena fa ordinanze a manetta per battere in velocità il Governo così-vedete-chi-sono-io) al campano De Luca (quello che sulle zeppole di San Giuseppe vendute per strada ha visto il virus danzare la rumba): il campionario – qui solo parziale – è ricco e democraticamente spalmato da nord a sud.

        Macchiettismo sconsolante che unisce alcuni presidenti di Regione a sindaci di ogni dove: ecco Emiliano da Bari, che in favore di telecamere insegue agile in spiaggia i feroci untori; ecco Piunti da San Benedetto, che lo copia e gongolante va oggi sulle locandine dei quotidiani; ecco Fioravanti da Ascoli, che in pompa magna consegna in Duomo le chiavi della città al vescovo…

        Un ininterrotto fil-rouge di surreale comicità si dipana, mescolato a pulsioni autoritarie e fascistoidi che l’emergenza sta impudicamente scoperchiando.

A un De Luca furens che ai dementi in festa di laurea manderebbe “i carabinieri col lanciafiamme” (e basterebbe per affidarlo a un TSO d’urgenza) fanno eco sceriffi d’ogni taglia e pezzatura in una sudamericana scomposta voglia di militarizzazione. 

Dalle Regioni ai Comuni, è tutto un gridare all’armi! e invocare esercitiE l’esercito infatti c’è, nelle strade lombarde, a controllare col mitra spianato i criminali che escono a far la spesa…

       Esercito, militari, ronda, maniere forti sono i termini più usati, nella semantica bellicista del momento, culminante nei carri armati che il  sindaco di Ercolano manderebbe per dare una bella ripassata ai cittadini: c’è un nauseante tanfo di caserma nel messaggio politico che ne emerge.

           È evidente, allora, che il coronavirus è solo il SECONDO dei nostri problemi; il PRIMO è aver lasciato per decenni che le Regioni governassero e lo facessero attraverso rappresentanti, non dissimili da quelli di oggi, dal tocco distruttivo quanto quello di Medusa; aver lasciato che i territori fossero impunemente depredati e spogliati nei servizi pubblici essenziali a beneficio del privato; che si inseguissero – vedi la Lombardia – modelli di crescita e sviluppo il cui prezzo è altissimo, se infatti questa regione ha oggi più morti che tutta la Cina. Nulla c’è di casuale in questo, nè di fatale. E al primo posto nelle responsabilità ci siamo noi, colpevoli di averli votati, rivotati e lasciati agire indisturbati gli  spudorati che adesso danno a noi la colpa del virus e ci puntano contro i fucili!

         Una gelida sensazione di déjà-vu c’è, alla fine, nelle immagini degli stralunati militari lombardi in mimetica armati di mitraglione, nelle muscolari dichiarazioni dei “governatori”, nel protagonismo bulimico e ignorante di sindaci-sceriffi e di sindaci-Savonarola.

E non basterebbero tutte le “zeppole al coronavirus” del presidente ad addolcirne il sinistro presagio.

22 marzo 2020                                                   Sara Di Giuseppe

IL COMICO AI TEMPI DEL COLERA

IL COMICO AI TEMPI DEL COLERA
ovvero
I sindaci ai tempi del virus

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.Si fece un silenzio così diafano, che attraverso il disordine degli uccelli e le sillabe dell’acqua sulla pietra si coglieva il respiro desolato del mare

G.Garcia Marquez, L’amore ai tempi del colera, 1985

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        Che le esternazioni dei politici – di quelli locali in special modo – siano per noi sudditi frequente motivo di imbarazzo/costernazione/incredulità, è una consolidata certezza.

Non mancano tuttavia, le stesse, di offrirci gradite occasioni di svago attraverso la comicità, pur involontaria, che rischiara la cupezza emergenziale delle nostre giornate.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta nella piena fluviale di annunci/dichiarazioni/comunicati/esternazioni dei sindaci rivieraschi e collinari in ansia da prestazione.

   Il sempre favorito è Pasqualino-sindaco da San Benedetto, l’Usain Bolt del comico.

       Si parte con le esternazioni sulle passeggiate dei suoi sudditi: “E’ vero che una passeggiata si può fare ma qualcuno sta esagerando” dice, rimanendo serio.

       E noi a fare scommesse (passatempo domestico, dunque lecito) su cosa abbia inteso dire: forse che qualcuno s’è fatto scoppiare le coronarie in una corsa all’ultimo respiro, o che il vecchietto ha eluso la badante per dedicarsi al percorso-vita e chi lo riacchiappa… Non è dato sapere, ma conta il momento di sana comicità che ci è stato gratuitamente offerto.

        Segue a pari merito l’“ordine di non creare assembramenti nei cimiteri” con la minaccia di “prendere provvedimenti restrittivi anche lì”  [già fatto! n.d.a.].

Come non partecipare (da casa, ci mancherebbe) alla costernazione dei cari estinti, privati delle tante occasioni di socialità e aggregazione offerti dal Resort (ops) che li ospita; alla loro indignazione per l’inaccettabile rinuncia al terapeutico tressette col morto fra vicini di loculo… [pure a meno di 1 metro]

        Il must del pregevole cabaret è però l’annuncio dell’apertura della stagione turistica sambenedettese che con ordinanza sindacale slitta, causa contagio, dal 28 marzo al… 4 aprile: è evidente infatti come alle frontiere già premano frementi file di turisti col canottino sul portapacchi e i motori accesi, pronti allo sprint che il 4 aprile li calerà quaggiù come saette spalmandoli festanti sulle spiagge.

Bisogna esser pronti, dunque, a costo di strozzare il virus a mani nude.

         Distanziato appena di poche lunghezze si colloca sindaco Pierre-Gallin da Grottammare: teso a rammentarci che per la cultura come lui non c’è nessuno, eccolo proporre “per non spegnere” la stessa, che ”le case diventino teatri” (più di quanto lo sono già?) con il contributo di chi voglia postare, su fèssbuc o altro, un’esibizione, una poesia un canto ecc.

Dio ci aiuti.

         Derive da protagonismo, sindrome perniciosa che nei soggetti colpiti ottunde finanche la percezione del ridicolo.

E passi se ci facessero solo ridere, ne abbiamo anzi bisogno di ‘sti tempi.

È quanto siano dannosi, il problema: quanto lo siano certi Presidenti di Regione che se non scavalcano i decreti del governo non si divertono, e quelli che nel delirio d’onnipotenza fanno più disastri d’un plotone di virus; quanto lo siano i numerosi sindaci che, inconsolabili nel vedersi rubare la scena dal governo che decide per tutti, si passano parola e giù a chiudere parchi e giardini e cimiteri perché secondo loro ci s’ aggrega un po’ troppo.

          Gli fa un baffo ciò che le disposizioni ministeriali chiariscono recependo le linee guida dell’OMS: che parchi e giardini pubblici “possono restare aperti per garantire lo svolgimento di sport e attività motorie (cioè fisiche!) all’aperto, come previsto dall’art.1 comma 3 del dpcm del 9 marzo, a patto che non in gruppo e che si rispetti la distanza interpersonale di un metro”.

Dimenticano che basta ogni tanto un vigile per contenere e controllare l’afflusso ai nostri piccoli parchi (quelli che la furia desertificatrice di tutte le amministrazioni ci ha lasciato, poveri e spelacchiati). 

          Presto, nella foga decisionista vieteranno l’accesso alle spiagge. Qua vinceranno facile: fra la continua linea cementizia  degli chalet-bunker e le private transenne a difesa degli stessi, l’esistenza della spiaggia è già un atto di fede, impedirne la fruizione sarà appena un corollario.

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        “…E lasciamo stare che l’un cittadino l’altro schifasse […] ed i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano, era con sí fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava, ed il zio il nepote, e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito…”

G.Boccaccio, Decameron, Giornata Prima / Introduzione

15 marzo 2020                 Sara Di Giuseppe