Per le strade di Ripa

Per le strade di Ripa
 
Il sale a Ripa si trova per strada
Sacchi gialli da 25 chili (dalla Sardegna, saline di Cagliari)
Non lo danno d’inverno il sale a Ripa
per combattere il ghiaccio, lo sprecano a maggio
 a tener ritti i cartelli: 2 sacchi, 1 cartello.   
 
Il sale a Ripa lo trovi per terra
In zucca niente…
 
Anche l’asfalto a Ripa si trova per strada
Normale dirai, ma questo è nei sacchi:
“Conglomerato bituminoso a freddo”
 
Non ripara le buche, l’asfalto di Ripa,
lui regge i cartelli: 1 sacco, 1 cartello.   
 
Eh, pesa più del sale, l’asfalto…
Ma in zucca lo trovi
 
Per le strade di Ripa adesso si cercano voti
Sale e asfalto non valgono
 
 
25 maggio 2017                                      PGC

Ponte dei Sospiri

Ponte dei Sospiri
[Grottammare: lesionato e chiuso dal 20 aprile il ponte del lungomare sul Tesino]
 
       Scaduto il mese contrattuale, tutto è come prima: il ponte malato forse è vivo ma resta inagibile. A 34 giorni (!) dal ricovero non si sa ancora di preciso cos’abbia: i medici passeggiano attorno al letto ma esitano ad allestire la camera operatoria, preferiscono tenerlo in coma farmacologico. Senza consultare nessuno. Si registrano solo sospiri.
       Il primario Pierre-Gallin, col codazzo di medici-giornalisti ai suoi ordini, sospira a mezzo stampa. Stabilito per dogma di fede che solo lui ha la visione giusta del problema, guai a chi gli s’accosta per chiedere notizie, neanche i famigliari. Non mena ma strilla e offende (alla Merli). Guai dubitare che il Comune sia un ottimo ospedale.
      Gli ingegneri-infermieri, ricevuto il compenso che volevano, muti non si sbilanciano. Continuano a caricare il paziente con pesi “sostenibili” (per vedere l’effetto che fa), gli misurano l’elasticità, la temperatura, la compressione in fase plastica, lo snervamento, il rientro della freccia…  Impassibili fanno prelievi, misurano diagrammi… sospirano.
       I rassegnati Ristoranti-Pizzerie-Chalet del desertissimo lungomare, il 20 maggio hanno acceso una (prima) candelina sulla torta per festeggiare il primo mese quasi estivo a clienti zero. Guardano in aria, nessuno s’incazza. Sospirano. Qualcuno compra altre candeline. Quando il prof. Pierre-Gallin parla ex cathedra è infallibile come il papa: loro ci credono.
       Gli hotel invece hanno una chance in più: possono adescare i terremotati cacciati dagli hotel-senza-ponte. Ovviamente di incalzare i medici-del-ponte non se ne parla. Anzi, quando si voterà li rivoteranno.
       I cittadini di Grottammare, di San Benedetto, dei dintorni, sospirano nei bar, per strada, in macchina:  l’importante è non farsi notare, non disturbare il manovratore, non esporsi. Sarebbe autolesionismo.
       Io non sospiro. Ripeto che si sta in tutta evidenza perdendo tempo, che l’equipe del primario Pierre-Gallin non conosce i vaccini né la cura e che bisognava chiamare il GENIO MILITARE PONTIERI, che avrebbe già velocissimamente affiancato, ad est del ponte di Tesi’ malato, uno dei suoi collaudatissimi ponti carrabili modulari tipo “Bailey” in ferro. Che non sono neanche brutti, nel loro genere: anzi la particolarità di un simile manufatto lo avrebbe reso ulteriore insolita attrattiva turistica. (Basterebbe, con meno arrogante spocchia e più costruttiva umiltà, imitare esempi virtuosi, come quello recente (2016) di Frosinone e non solo; o documentarsi:
        Insomma, un immediato provvisorio e quasi gratis trapianto laterale per far campare il turismo, che oggi è l’emergenza più grave.
       Siccome non meditate, allora sospirate gente, sospirate.
 
 
       24 maggio 2017                              PGC 

162 ANNI

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Ascoli Piceno Present

II˚ Festival delle Arti Sceniche Contemporanee 

Ascoli Piceno – Chiesa Santi Vincenzo e Anastasio

“MINIMAL MUSIC”
(PHILIP GLASS & ARVO PÄRT)
Pianoforte Fausto Bongelli

FORM Ensemble – Orchestra Filarmonica Marchigiana
Direttore Stefano Pecci

12 Maggio  h17.30

162 ANNI

        Hanno 162 anni in due, e Philip Glass e Arvo Pärt potrebbero far proprie le parole di Erik Satie: “Sono venuto al mondo molto giovane in un tempo molto vecchio”. Giovanissima e sorprendente è la musica che s’innalza oggi qui, fra gli archi e i travertini della Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, gioiello romanico fra gli innumerevoli che Ascoli non merita, dall’incredibile facciata a riquadri che illumina la piazzetta un tempo incastonata nel verde, poi “riqualificata” e desertificata degli inutili alberi come usa da queste parti.

Protagonista è oggi il minimalismo musicale:  “elitario e raffinato movimento d’avanguardia” che nei due grandi compositori nulla ha a vedere col fenomeno popular intensivamente sfruttato dalle mode e dal mercato internazionale che hanno “inevitabilmente modificato la concezione estetica e compositiva dei brani minimalisti” (G.Andreetta, “Minimalismo e ascolto musicale”).

Ispirato interprete di Philip Glass è qui il piano di Fausto Bongelli, con la sua danza solitaria che crea spazi musicali ipnotici, fra note che procedono per ripetizioni e sovrapposizioni quasi in fuga bachiana.

E’ prima il flusso continuo di Mad Rush, complesso tessuto sonoro generato da micro-variazioni nel mare di arpeggi, in cui il pianista sembra quasi suonare due pianoforti diversi grazie all’ambientazione riverberante, perfetta per questa musica di cui amplifica il fluire.

E’ poi la dimensione sospesa quasi metafisica degli Etudes for piano, Book 1: senza superflui virtuosismi e con tecnica sapiente Bongelli declina l’apparente “monotonia” del minimalismo musicale in un’accezione labirintica e atemporale: è “musica che sogna se stessa” nella ripetizione dell’ostinato che lentamente allontana il pensiero dal presente.

Non conta la penitenziale durezza dei vetusti banchi ecclesiastici che ci accolgono, perché siamo ora nella migliore disposizione per aderire al minimalismo sacro del compositore del silenzio Arvo Pärt.

Diretta oggi dal giovane talento di Stefano Pecci, l’eccellente FORM Ensemble è un vero “tutti per uno” : c’è qualcosa di matematico nei 21 archi che si muovono in rigorosa unanimità e ieratica lentezza, nessun solista a primeggiare e invece violini viole violoncelli contrabbassi sempre tutti insieme (al massimo stan fermi i contrabbassi); perfetta compenetrazione fra direttore e orchestra che vedi riflessa nel feedback continuo tra sguardo dei musicisti e gesto del maestro.

L’austero Cantus in Memory of Benjamin Britten sembra giungere da un altro mondo, nel ritmo discendente che l’insolita campana tubolare scandisce e si fa sempre più lento e maestoso nelle note lunghe e nella sonorità rarefatta, “portatrice – scrive lo stesso Pärt – di un’anima come quella che esisteva nei canti di epoche lontane”.

E davvero da epoche lontane giunge l’ispirazione di Silouans Song: dagli scritti mistici del monaco Saint Silouan del monte Athos discendono le armonie arcaiche e modernissime, il leggiadro disegno degli archi che sostano e riprendono con lentezza, musica senza tempo perché senza tempo è il dolore dell’uomo; dal difficile incontro di due culture giunge a noi l’inquieto Orient & Occident, fino al conclusivo Festina Lente (l’augusteo Affrettati lentamente”), il rapido-lento cui il riverbero acustico  aggiunge misticismo, spettacolare gioco ad incastro in cui il tema si trasforma e sguscia continuamente, sembra lì di fronte all’ascoltatore, ma eccolo che si divincola e sparisce (Senza la musica”, 2013).

       Gioisce l’austero romanico, s’illuminano le lignee capriate e i ruvidi travertini ai raggi quasi orizzontali di un mite sole pomeridiano: come noi queste pietre hanno goduto i settanta minuti di puro piacere, di emozioni intense eppure serene. Potere della musica, fascino di esecuzioni eccellenti, intelligenza di repertorio ben scelto. Hanno taciuto perfino gli stolti cicalanti in fondo alla chiesa, e quelli arrivati in ritardo convinti d’ essere al Gran Caffè Meletti.

 

 

 

16 maggio 2017                                         Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

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REQUIEM PER RIPA

REQUIEM PER RIPA
[Ripatransone, votazioni comunali 2017: un’unica Lista per NON partecipare]
 
 
          Il titolo suona bene, ma la musica non c’è.
          Non ci sono più i Requiem di una volta, pieni di partecipazione, eleganza, austerità, ritualità, emozione corale e forte silenzio. Requiem per soli coro e orchestra, che univano gli animi in arrampicata verso qualche paradiso, che innescavano una “dialettica dubitante” (laica e religiosa) sulla morte, che riempivano d’energia i vuoti del vivere…
          Questo per le votazioni comunali di Ripa, invece, è un Requiem sordo e zoppo, solo per soli. Azzerati coro e orchestra. Un trionfo di solitudine e di noia muta low cost. Noia da isolamento, da diffidenza, da rassegnazione. Noia desertica e perniciosa, noia da occhi bassi (o da calo della palpebra), noia di futuro. Ma pure noia auto-rassicurante per il PD, che l’ha inventata alimentata e prodotta in quantità industriale.
          Dopo averlo forzosamente “ascoltato” questo immanente Requiem per Ripa, nessuno ne uscirà “vivo”, come capitava con gli altri Requiem conosciuti. Dovremo smaltire l’aglio, strapparci il grigio di dosso, scoprire un contravveleno, inventarci un’ “Art of Rebellion”, per ripartire dall’abisso.
          D’altronde, se in un Requiem non c’è la musica, quando mai avremo il Rock?
 
          14 maggio 2017                        PGC 

Il Deserto di Tesi’

[ Grottammare: lesionato e chiuso dal 20 aprile il ponte sul Tesino sul lungomare ]

       Nel Deserto non c’è nessuno, infatti si chiama deserto. A Tesi’ non c’è nessuno, quindi  “è” deserto.

Oggi 11 maggio h 11,11: dopo 21 giorni dalla chiusura precauzionale, sopra e sotto il ponte nessuno che lavori [vedi foto] nel cantiere che – stando a quanto proclama il sindaco – dovrebbe formicolare di tecnici e operai impegnatissimi contro il tempo a capire (solo capire) cosa gli è successo, al ponte. Ieri invece un po’ di movimento c’è stato, ma alle 17.15 i 4 gatti – proprio 4, uno con la faccia d’ingegnere – se ne sono andati su un camioncino e un SUV. Per dire che il Tesino è solo, c’è un silenzio come a Chernobyl.

Il mese che vi siete presi sta scadendo e non si sa ancora niente. Solo proclami e autoincensamenti a raffica (quanto siamo bravi e veloci noi, e scemi quelli che mugugnano).
20 giorni per sbaraccare dalle viscere del ponte materassi coperte pentole vestiario e rifiuti di chi ci “alloggiava”; 20 giorni per trovare uno straccio d’ing. che, rimettendoci, accettasse l’incarico per soli 25.000 euro; 20 giorni per far quadrare i conti e decidere di spendere complessivamente solo 72.000 euro per una prima diagnosi; 20 giorni per impiantare il cantiere, mettere raffazzonati cartelli scritti a mano, spegnere i semafori del circondario e tirare a sorte qualche vigile che complicasse la circolazione (che coi semafori lampeggianti dentro Grottammare finalmente è una delizia); 20 giorni per prelevare campioni di cemento e asfalto da mandare ad analizzare; 20 giorni per scovare quel marchingegno spaziale che consentirà, guardando “dentro”, di sentenziare la salute del ponte – in pratica una TAC: per conoscere le sezioni dei tondini di ferro e la loro “salute” in realtà basta un clik ma ci metteranno di più.

Mica è finita: ora bisogna trovare i camion, caricarli di sabbia o sassi, portarli sul ponte, parcheggiarceli e vedere l’effetto che fa. Poi pregare. Vedi come passa il tempo…

Nell’attesa del responso che chissà quando arriverà il ponte resta chiuso per tutti. Traffico sull’Adriatica paralizzato da e verso sud, attività turistiche del lungomare (e non solo) sospese, previsioni buie. Eppure, a parte due consiglieri di minoranza che non ci stanno, tutti sembrano rassicurati dalle informazioni irradiate a reti unificate dal Palazzo.

Sempre per quel che vale, si capisce, ribadisco quanto segue:

  •  Chiamate subito il Genio Militare dell’Esercito (non quello Civile, che siamo rovinati…) per montare un ponte di ferro provvisorio lato mare, che il ponte stia bene o che stia male. Avete perso già 20 giorni. Può costare quasi niente. Solo così si salva la stagione turistica.
  •  Non fate trucchi. Sempre secondo me, voi state brigando per confezionare un responso tecnico che vi pari il culo. Tipo che che 70 anni fa facevano i ponti a casaccio, che hanno messo i ferri sbagliati per ignoranza o per lucrarci come usa oggi, che nel cemento hanno messo sabbia di mare o sabbie nere, che hanno sbagliato i calcoli perché non avevano i computer…Ma non mettiamo limiti alla vostra fantasia.

 

 

11 maggio 2017                                                PGC

VecchioTOMMASI, il jazz che crea un’atmosfera

VecchioTOMMASI, il jazz che crea un’atmosfera
 
AMEDEO TOMMASI TRIO
[ Amedeo Tommasi/pianoforte  Giovanni Tommaso/contrabbasso  Marco Valeri/batteria ]
COTTON LAB – Ascoli Piceno    5 maggio 2017 h21,45                        www.cottonjazzclub.it
 
 
 
      Stasera il Cotton Lab è una nave. Quando il grande Tommasi alla fine “scende” dal pianoforte, scende anche dalla nave. E dietro, dalla nave del jazz, sbarchiamo noi – equipaggio e passeggeri.
      Per l’ultimo concerto stagionale del CottonJazz (più Premio alla Carriera), jazz essenziale, intimo, primordiale, comprensibile. Da Storia del Jazz, da “Leggenda del pianista…”. (Il piano ha fatto il piano, il contrabbasso ha fatto il contrabbasso, la batteria ha fatto la batteria).   
      Suoni naturali, veri, seri: quelli degli strumenti quando furono inventati. Quindi familiari, riconoscibili, puri. Senza additivi. Ma musica infinita, “da non vederne mai la fine”. Jazz sterminato, “dove dentro c’è tutto”.
 
      Eppure Tommasi avrà usato, al massimo, 30 degli 88 tasti a disposizione, e senza mai agitarli. Bastava che gli sussurrasse BLUES, SWINGe quelli BLUES, SWING Da sognare.
Pochi tocchi, molti sguardi. Per noi, atmosfere di vecchia Trieste e profumi di Oceano. All’orizzonte, al Perigeo, Chet Baker, Ennio Morricone…
      Amedeo Tommasi è un quadro sul muro. Ben saldo.
      Il Premio è alla sua carriera infinita, “non si riesce a vederne la fine”.
 
 
      7 maggio 2017                                             PGC

I RIPASCIMENTI HANNO ROTTO IL PONTE DI TESI’

I RIPASCIMENTI HANNO ROTTO IL PONTE DI TESI’
[Grottammare: lesionato e chiuso il ponte di Tesino sul lungomare]

      Dal 2009 al 2012, al tempo dei folli ripascimenti con le sabbie nere, al tempo dei trasporti intensivi di massi per moli e scogliere, al tempo della furba “fabbricazione” di ghiaia sull’adiacente argine Sud, transitavano sul ponte di Tesi’ del lungomare di Grottammare decine di massicci camion-da-cava al giorno. Li contammo. Li fotografammo. Ne scrivemmo a più riprese.
       Allora, osavamo protestare (quasi soli-soletti) per l’invasione di sabbie nere estranee al nostro ambiente, per l’inquinamento e i rumori e i disagi, per le scogliere peggiorative, per l’abusiva “fabbricazione” di ghiaia di vario calibro direttamente sull’argine (non si sa chi la comprava nè chi ci guadagnava), per i costi pubblici spropositati… 
Salvo i Carabinieri del N.O.E. di Ancona – che fecero indagini appurando pesanti responsabilità loschi affari e ruberie anche in Regione – nessuno ci diede retta. Anzi ci irrisero per anni, i nostri bravi Amministratori che quei lavori a suo tempo li richiesero e brigarono per ottenerli, e solo quando finirono in un palese insuccesso un po’ se ne preoccuparono. 
Di quelle “battaglie”, che solo una stampa minoritaria parzialmente seguì, non resta nulla. Neanche le sabbie nere, per fortuna, che – pur lautamente pagate – se ne sono andate da sole senza “ripascere” un accidente.
       Ma allora non immaginavamo che altri guasti sarebbero venuti a galla come “effetto collaterale”. Prima che gli studiosi e le commissioni approntate in tutta calma lo appurino al modico costo di 72.000 euro, noi pensiamo (gratis) e per quel che vale lo diciamo, che le lesioni del ponte sul Tesino siano state provocate dall’uso intensivo che se ne fece al tempo dei ripascimenti.
       Temiamo verrà fuori che quel ponte fu progettato per sopportare un traffico “normale” di lungomare turistico, non per farci passare intensivamente (40 transiti al giorno!) grandi camion stracarichi di pietre e sabbia, giganteschi vibrantissimi trattori cingolati, infernali macchinari di lavorazione della pietra e quant’altro
        Le lesioni di oggi dunque non sarebbero imputabili (solo) all’età e all’assenza di manutenzione e controlli (pazzesco che non vi siate neanche accorti che nelle sue scatolature il ponte era “abitato” a turno da poveracci, involontari realizzatori del “progetto di ponte abitato di Le Corbusier” [PLAN OBUS, Algeri – 1931]. E’ già una fortuna, comunque, non avervi rinvenuto cadaveri!).
      Insomma: il ponte sta (forse) per schiattare semplicemente perché è stato troppo sollecitato con carichi e vibrazioni “abusive”. Siccome è educato, avverte. Con le crepe.
 
        No, allora non l’immaginavamo, ci dispiace. Altrimenti l’avremmo detto.
 
        4 maggio 2017                           PGC                          
                   

Ci vuole il “GENIO”

Ci vuole il “GENIO”
Grottammare: lesionato e chiuso il ponte sul Tesino

Girano cifre e stime impressionanti per il presunto danno al ponte di Tesino sul lungomare:
– Sopralluoghi 70.000 euro, di cui 25.000 di parcella all’ingegnere
– Costo riparazione (se necessaria) da 700.000 euro in su
– Tempi: Intanto già 30-40 giorni di chiusura precauzionale. Poi, probabile inagibilità per tutta l’estate e oltre, dovendolo riparare.

Ma Comune e sindaco sono sereni ottimisti e pieni d’entusiasmo, lavorano giorno e notte “senza guardare né orologio né calendario”, rassicurano, e quanto siamo bravi noi, metteremo sotto tutela pure tutti gli altri ponti (chi altri lo fa?), troveremo i soldi anzi abbiamo un tesoretto, magari faremo un mutuo, busseremo alla Fondazione CARISAP che ci dà sempre retta… tranquilli ci pensiamo noi.
Chissà come la pensa chi lavora col turismo…

Comunque, in nome della “Partecipazione”, do un consiglio:

Rivolgersi subito al “GENIO MILITARE ESERCITO PONTIERI” (sede a Piacenza). Tramite la Prefettura, fare richiesta di INTERVENTO URGENTE A COSTO ZERO non per i “collaudi statici”, ma proprio per realizzare – a destra o a sinistra del ponte lesionato inagibile – un ponte dei loro, transitabile – oltre che dai carri armati (che non ce ne frega) – da automobili, camion, bus, motocicli, risciò, biciclette, pedoni, cani e gatti.

Loro, se vogliono, per questo lavoretto facile facile ci mettono massimo settimana. E quando sarà, un’altra settimana per smontare tutto e riportarsi il ponte a Piacenza.

Quasi “a costo zero”. Comune ristoratori hotel camping e chalet facciano gli splendidi, offrano ai militari vitto come si deve: antipasto, pesce prelibato (brodetto, scampi, ostriche…), vino “Le Caniette”, dolce, caffè del marinaio… Altro che rancio.

Secondo me quelli ci si tuffano, a Grottammare, e invece di annoiarsi a fare ponti inutili per addestramento in luoghi scomodi e inospitali, stavolta si divertono a farne uno utile. E quando gli ricapita, di andare a turno in spiaggia e pranzi e cene da gourmet.

2 maggio 2017                        PGC

PRIMO MAGGIO DESAPARECIDO

RIMO MAGGIO DESAPARECIDO

San Benedetto del Tronto – 25 Aprile / Primo Maggio: NON PERVENUTI

 

 Tutto è cominciato la vigilia del 25 Aprile, con il comunicato in paraculese di sindacoPiunti – o di chi l’ha scritto per lui – che la stampa locale ha diffuso a reti unificate.

      Idee centrali dell’imperdibile trattato di filosofia politica:

–          – amici cari, qualunquisti vicini e lontani, il 25 Aprile verrà celebrato sostando “in silenzio” davanti a luoghi topici della città che ricordano “gli italiani caduti per la patria in epoche e circostanze diverse” (?), per “accomunare nel ricordo tutti coloro che hanno perso la vita per un’Italia più giusta” (dunque perchè non anche i Martiri di Belfiore e Silvio Pellico e i Mille di Garibaldi);

– adesso che “i valori della Liberazione sono stati consegnati alla storia” (ergo vediamo di non farla lunga) e “rinnovate divisioni e conflitti fra etnie e classi sociali si addensano sul nostro Continente” (sic), non dobbiamo ripetere gli errori dettati da “sete di vendetta e odio”;

–  dunque vogliamoci bene e viva la libertà.

In questo brodetto alla sambenedettese che tutto insieme cucina in un’ unica zuppa con ricca spolverizzata di retorica, non una sola volta compare la parola Resistenza.

Furbastro copione interamente rispettato, l’indomani, e coronato dal divieto alla Banda cittadina di suonare Bella ciao (rintuzzate a suon di urlacci, nei giorni precedenti, le rimostranze presentate in Comune dai musicisti). Sindaci delle cittadine limitrofe – anche di presunta Sinistra – accanto a sindacoPiunti, muti accomodanti complici di quell’ ”Omaggio ai caduti” ad ampio spettro, a frammentazione, alla ‘ndo cojo cojo. Poco più in là il corpo bandistico, mutilato di Bella ciao, sfila mortificato tra il bancarellame espanso del martedì sambenedettese. [Curiosando poi nei cassonetti, si rinvenivano decine di spartiti di Bella ciao…]

Oggi, Primo Maggio, a San Benedetto si replica il silenzio: non una celebrazione, un discorso, una manifestazione di sindacati, associazioni, gruppi politici, autorità. Per la città è un giorno qualsiasi: aperti apertissimi negozi, supermercati, centri commerciali; commessi e commesse celebrano rassegnati la loro festa vendendo vestiti scarpe mutande telefoni formaggi borse salami; i negozianti festeggiano guardando le casse, felici del lungo ponte dovuto a chissà che, sarà uno dei soliti santi, San Primomaggio, la chiesa c’entra sempre…Perfino dai quotidiani locali il primo maggio è desaparecido, salvo per la noticina a margine: domani non usciamo perché oggi è Primo Maggio

In compenso, gran parata di auto d’epoca in centro città: ad Ascoli – già infrittata dalla dieci giorni di “Fritto misto” – e a San Benedetto. Auto d’epoca fascista, post-fascista, democristiana e via rombando… Potevano suonarla loro, coi clacson, Bella ciao!

Dopo le istituzioni locali dimentiche di Resistenza, dopo la sparizione del Primo Maggio, è di perfetta coerenza la vittoria di Superbone Renzi (votatissimo nel Piceno): inciuci alleanze accordi e frittimisti prossimi venturi, avanti tutta. Il gran brodo è servito.

 

 

1 maggio 2017                                Sara Di Giuseppe

 

RETTIFICA

In merito al mio articolo “Primo Maggio desaparecido” del 1 maggio u.s., a seguito di precisazioni fornitemi dal  presidente del Corpo Bandistico di San Benedetto del Tronto rettifico quanto segue:
–          L’informazione sulla quale ho basato il passaggio “Rintuzzate a suon di urlacci, nei giorni precedenti, le rimostranze presentate in Comune dai musicisti” era inesatta: nessun membro del corpo bandistico si è recato in Comune a protestare per il divieto di suonare Bella Ciao il 25 Aprile. La protesta per la mancata esecuzione del brano simbolo della Resistenza è stata invece espressa con (giusta) indignazione al sindaco di SBT e alla stessa banda in centro città, da vari cittadini presenti alla manifestazione del 25.

[Mia personalissima opinione: è un peccato che non sia stata davvero la Banda, a protestare con il Comune per il divieto relativo a Bella Ciao. Le avrebbe fatto onore. E’ un triste paese quello in cui è un sindaco ad imporre il questo sì e il  questo no al Corpo Bandistico Cittadino].

–          Il successivo passaggio [Curiosando nei cassonetti, si rinvenivano decine di spartiti di Bella ciao…] è da intendersi OVVIAMENTE ED ESCLUSIVAMENTE in senso ironico. (Non è obbligatorio capire l’ironia, certo, ma è come se si prendesse sul serio che i clacson delle auto d’epoca avrebbero potuto suolarla loro, Bella ciao). Poiché tuttavia sembra che qualcuno equivocando abbia creduto davvero a degli spartiti trovati nei cassonetti (!) ribadisco l’intenzione esclusivamente ironica e volutamente paradossale della mia affermazione, PRIVA DI QUALSIASI RIFERIMENTO AD UN FATTO REALE, rispettando il legittimo desiderio del Presidente di non veder adombrata in alcun modo la rispettabilità del Corpo bandistico di SBT.

2 maggio 2017                  Sara Di Giuseppe

BELLA CIAO

“L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”

Questa citazione di Pietro Calamandrei dell’ art. 11 della nostra Costituzione ha sottolineato lo spirito del concerto del coro “In…cantare” che, nella sede della CGIL di Treviso, ha cantato il dolore e i sacrifici ma anche la forza e la bellezza delle classi subalterne ed oppresse: operaie/i e contadine/i , mondine, “impiraresse” (infilatrici di perle) e partigiani uniti nel rivendicare lavoro e dignità, giustizia e libertà.

Viene spontaneo, quindi, ricordare Calamandrei quando, in quel discorso, diceva:

Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”.

Ogni frammento di questa Costituzione, scritta con il sudore ed il sangue dei lavoratori e dei partigiani,  ha trovato la sua canzone. Le donne delle risaie hanno cantato: son la mondina son la sfruttata…c’è tanto fango nelle risaie, ma non porta macchia il simbol del lavoro; le operaie hanno intonato: se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorare e proverete la differenza tra lavorare e comandare! Le infilatrici di perle hanno sussurrato il lamento: semo tutte impiraresse….semo tose che consuma de la vita i più bei ani per un fià de carantani che non basta per magna.

E i partigiani hanno cantato: se libero un uomo muore non gliene importa di morir e le loro Donne trascinate in prigione, stuprate, torturate e umiliate gridavano: conosco il mio pugnale ha il manico rotondo, nel cuore dei fascisti lo piantai a fondo e, prima di morire non si sentirono i colpi di mitraglia ma si sentìva un grido: viva l’Italia.

Quella era gente che amava il proprio Paese anche se i padroni ne facevano sterco mandandoli a morire sul Montello, a Caporetto, nella neve di Russia o nella sabbia di El Alamein: o vigliacchi che voi ve ne state con le mogli sui letti di lana, schernitori di noi carne umana…qui si muore gridando “ASSASSINI !” maledetti sarete un dì.

Quella gente per amore del proprio Paese discendeva l’oscura montagna…scalzi e laceri eppure felici… a combattere la barbarie fascista per un avvenire d’un mondo più umano e più giusto, più libero e lieto.

Chi di quella gente avrebbe mai cantato l’inno di Mameli con la mano destra sul cuore e la sinistra dietro la schiena…a nascondere la dichiarazione dei redditi?

Chi di loro avrebbe mai riso mentre un terremoto uccideva e distruggeva?

Chi di loro avrebbe mai sparato sui braccianti di Portella della ginestra?

Chi di loro avrebbe mai messo le infami e vigliacche bombe di Piazza Fontana, di Brescia, della stazione di Bologna?

Quella era gente che cantava l’amore e la dignità: partigiana te si la me mama, partigiana te si me sorela, partigiana te mori co mi, me insenocio davanti de ti.

Tra quella gente c’era anche Gino Donè, partigiano della Brigata Piave ed unico italiano tra gli 82 di Fidel e “Che” Guevara. Partì con loro a bordo della “nave” Granma alla volta di Cuba inseguendo il sogno della sua vita: la libertà per gli ultimi e per gli oppressi. Come tanti altri partigiani aveva la dignità della discrezione, per lui ”apparire” non aveva significato.

E’ stato, perciò, benvenuto il ricordo che ha voluto dedicargli il Teatro dei Pazzi, con  “REVOLUCION”: ricordare è fondamentale perchè ci si possa ispirare ai valori di umiltà e coraggio che dalla Resistenza ci hanno portato ad essere un pò più liberi. La stessa umiltà con cui Eros Umberto Lorenzoni (92 anni – tra gli ultimi partigiani della provincia di Treviso) ha accolto, stupito, il grazie che gli è stato rivolto: grazie per averci dato la speranza di un Paese migliore.

Ma un ringraziamento va rivolto, soprattutto, alle DONNE del coro.

Loro erano le mondine, le operaie, le contadine, le impiraresse e le partigiane delle canzoni eseguite: con lo stesso trasporto e la stessa convinzione di chi sa di stare cantando la libertà, la giustizia e, essendo donne, l’amore, onorando così il sangue di quei centomila morti con il quale è stata scritta la Costituzione più bella del mondo.

    BELLA CIAO

 Francesco Di Giuseppe