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via Custoza / via San Martino, angolo via Pisa – San Benedetto del Tronto ]

      Potrebbe essere il titolo di una favola o di un racconto, o l’innocente disegno “creativo” di un bambinetto delle elementari. Un maestro standard lo sgriderebbe, “cambia colore – come ti viene in mente – sei matto?…”.  Però questa casa c’è, la stanno terminando, e sta proprio in centro-centro: tra modeste case cadenti disoccupate e depresse, e altre arricchite cioè restaurate con leziosità e arroganza come se dovessero andare ad un matrimonio kitsch. “Case delle bambole per adulti tristi”.

Ognuno si faccia la casa che vuole, si capisce: diventa preoccupante quando tutto un quartiere si punisce da solo cambiando in peggio la propria immagine, rinnegando l’identità, falsificando e storpiando un’architettura seppur senza pretese. Erano case in muratura, modeste, attaccate, strette ed alte, una stanza sopra l’altra (massimo 3 piani): finestre piccole e regolari, con le persiane e il posto per il gatto e i gerani, caratteristico portoncino con raggiera in ferro battuto, segnapiani appena accennati, radi angusti balconcini sporgenti massimo 70 cm., semplici mattoni a vista o intonaco a colori pastello come veniva, teneri come quelli delle vecchie 600… e coppi sul tetto, e ruspanti comignoli sempre affumicati…

Adesso, dovendole “ristrutturare”, hanno licenza di raderle al suolo. Quindi scavano una voragine e tirano su un’altra casa di cementarmato e pretenziose luccicherie, come un centro commerciale piccolo. Tutt’un trucco volgare, fuori: sgraziate finestre fuori misura con stipiti invadenti a contrasto, marmi ad angoli e spigoli, timpani neo-greci di polistirolo, furbi balconi grassi e sproporzionati, con ringhiere ignoranti da gioielleria. Colori finto-antichi oppure vivaci e stridenti, plasticosi, maleducati. Sembrano insomma case di cartone senza storia e senza anima, quinte di palcoscenico di un paese da abbandonare, da vendere brutalmente tot al metro o al chilo. Fregando.

      La casa dei balconi arancione invece è un’altra cosa, un’eccezione. Intanto è rimasta quella che era, non è stata buttata giù, si è lavorato sull’esistente. Una vera ristrutturazione vera. Più alta forse d’un piano, o di mezzo, secondo la legge. Fuori tutta liscia e bianca, iper-minimalista, senza fronzoli: neanche il tetto sporge, e le finestre (nella stessa posizione e della stessa forma/dimensioni delle originali) a filo esterno e “incolori”, se non fosse per quelle alette di ventilazione da cofano di Morgan quasi non si vedrebbero. Ma gli originali balconi-lunghi adesso sono color arancione: come ringhiera, lastre continue di plexiglass trasparente arancione, un colore che in edilizia non si adopera mai e che in giro si vede solo sulle… arance. E il piano strada è volutamente rimasto invariato, come 50 anni fa: con la sua aria vissuta e operosa (con perfino la bottega del barbiere),  le mensole del balcone sagomate a riccio, il bruttino portoncino borghese come usava una volta…

Un intervento urbano corretto e mirabile, divertente e coraggioso, rispettoso della nostra  storietta ma moderno. Tre fresche pennellate d’arancio su una “tela” di città mal rattoppata. Un design di respiro europeo, con i piedi ben saldi nel presente e nel passato presente.

Sento tuttavia che la casa dei balconi arancione, nella sua semplicità è troppo “avanti” [come una fuga di Bach] e piace a pochi. Non è purtroppo questione di gusti: ci siamo così abituati all’orrido, che il brutto non solo ci piace ma lo preferiamo! Nel centro di San Benedetto massacrato dall’edilizia corrente, dove si producono furbe case-delle-bambole-per-adulti-tristi, questa è un’intrusa, chiacchierata e guardata male. Ma ci sono architetti che osano, per fortuna.

PGC