A San Benedetto e dintorni non c’è un altro posto come il Pino Bar, dove ritrovi ancora intatte le atmosfere dell’epoca di Giorgio Gaber. E quindi di Jannacci, Celentano, Lauzi, il primo Conte, Paoli, Mina, De Gregori (di una volta), Battiato, Bindi; e poi Dario Fo, Piero Ciampi, Bruno Martino, Luigi Tenco, Paolo Zavallone, (…i Leaders…)…

             Pino Bar è per noi tutti adolescenza, amori, libertà, sogni. Gli ultimi giochi a nascondino, i sassolini nelle scarpe che riportavi fino a casa, le sataniche bevute all’inesauribile fontanella. I gelati-al-limon da 50-100 lire, “diversi” da quelli della Gelateria Veneta e pure più grandi, le spume e gazzose e chinotti e aranciate (con le cannucce) a giro tra amici, le birrette Peroni, le indistruttibili sedie di ferro tubolare a spaghetti gialli o verdini che ti restava l’impronta fino al giorno dopo [alla Veneta, in pendant coi tavoli, c’erano invece quelle a listelli curvi di legno verniciato bianco, stracomode e belle, ma per ricchi…].

Pino Bar: avamposto spartano, ma affettuoso spontaneo proletario e schietto, rivoluzionario-anarchico e un po’ – o tanto o per niente – di sinistra o destra impegnate senza saperlo. Ad averla, potevi parcheggiare la Lambretta proprio lì davanti; mentre sul viale sfilavano lente, senza dar troppo fastidio, le macchine –  “600”, “1100”, rare “Giulietta”, non certo Torpedo blu… No, Non erano anni affollati. Né noi eravamo Polli d’allevamento. Ci sentivamo come In libertà obbligatoria, Facevamo finta di esser sani… La desideratissima Palazzina Azzurra non potevi vederla e ascoltarla (gratis) meglio che da lì, come il treno alle spalle del resto.

Solo al Pino Bar l’odore del porto e del mare se la batteva col profumo silvestre della pineta e i sapori di Biancosarti. Al Juke-box scintillante quanti Sapore-di-sale e Geneviéve e Winchester Cathedral e rock’n’roll e Inti Illimani e Trani a gogo… quanti neniosi ma funzionali dischi per l’estate. 100 lire tre. E con le ragazze che fatica, manco noi – guardandole – ce la facevamo a Non arrossire. Nessuno telefonava, non erano tempi.

Dire che il Pino Bar è oggi un “locale storico certificato” è poco, lui che invecchiando ha rispettato la storia rimanendo a un piano. Tale e quale. Gusto vintage. Quasi charme. L’elegante architettura anni ’60: volumi equilibrati, linee garbate, torretta curva; davanti il bar, dall’impianto essenziale, aperto, sotto un’esile pensilina; i servizi dietro; intorno, mimetici, protettivi, ombrosi, i grandi pini da cui il nome.

La gente ci va sempre. Mica solo stropicciati vecchietti come mormorano i malvagi, ma il più ampio e sano campionario di umanità varia. A seconda delle ore (che qui scorrono su orologi molli…), respiri perfino un’aria di flânerie letteraria, di ordinata anarchia, di rigenerazione mentale, di modernità militante.

Poi chi legge i giornali, chi un libro, chi sta con le orecchie da caccia, chi si avvongola alla sedia per non lasciarla più, chi sorveglia senza dannarsi figli o nipoti divertiti…

E’ incredibilmente uno spazio franco, un luogo pensante, senza ansia. Unici “difetti”: non vedo gatti (eppure i pini sono scalabili dai felini), e quel nome Pino Bar che proprio non l’aiuta, da anni qui c’è la mattanza di pini, magari se si chiamava Bar Casablanca

Ma ecco il fattaccio: il “nostro” quieto Pino Bar, che sembrava campare sereno senza dar fastidio a nessuno, da tempo fa invece troppo gola a qualcuno (per ingrassarlo secondo le fetenti leggi e metterlo a feroce reddito). Così, dai e dai, alla fine Pino Bar s’è fatto imbrogliare, pare non abbia scampo. Se – come si dice – andrà all’asta, certo non resterà a Maria che lo gestisce da ben 30 anni.

La raccolta di firme in atto – ormai saranno mille – è il minimo che si possa fare per aiutarla nella sua, e nostra, durissima battaglia.

Io se fossi Dio firmerei. Poi annullerei l’asta, abbraccerei Maria, gli amici, e brinderei a Barbera e champagne. Viva Gaber!

 

30 agosto 2017                      PGC   

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