OFFICINA TEATRALE 2017/18

Viaggio cosmico-letterario in Recital

Barbalbero di J.R.R.Tolkien

di e con Vincenzo Di Bonaventura

UNA SERA DA HOBBIT

Associazione Culturale Blow Up

Teatro dell’Arancio  –  Grottammare Paese Alto  –  28 dicembre 2017  h21.15

Immagine-238

       Lo dobbiamo al nostro Di Bonaventura attore-solista se stasera proviamo a sentirci un po’ Hobbit – “amabili, buffi, profondamente seri” – così come li ha creati la fantasia di J.R.R.Tolkien filologo e narratore di rango, nel fluviale romanzo Il Signore degli Anelli; e ad aggirarci in quel bosco di colori bruni e caldi e di lisce cortecce grigio-nere simili a lucida pelle; e se per una volta parole come Terra di Mezzo e boschi (eventualmente con maiuscola) non conducono il pensiero al nostro sinistro presente. Anzi.

Voce solista e djembe ci proiettano, quasi in carne e ossa (e cappotti, qui è più freddo della foresta di Ärus), nell’universo fantastico – e parallelo perché verosimile – dove il Bene e il Male “radici delle res gestae universali”*, duellano fino alla catarsi finale; ricreano la voce possentemente vegetale del vecchio Ent, il pastore di alberi Barbalbero dalla “voce bassa e profonda come il suono di un profondo strumento a fiato”; cantano con la voce di lui la canzone elfica di quando il mondo era giovane e gli Ent conobbero gli Elfi e parlarono con gli Alberi…

       Il libro centrale – il secondo dei tre, “Le due Torri” –  è irto di spine, doloroso – scrive Quirino Principe – così come in una malattia il cui decorso prevedibile sia di tre giorni, il secondo giorno è il più penoso. La serenità antica è perduta per sempre, cupi sortilegi incombono e con essi ombre minacciose, la salvezza è lontana e la finale vittoria del Bene avrà un prezzo altissimo.

       “Sembrava vi fosse dietro le pupille un enorme pozzo, pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente e costanti meditazioni”: così, nel Capitolo IV, a Merry e Pipino appare Barbalbero, “l’essere più straordinario che avessero mai visto”.

      C’era “una specie di infinita stanchezza” in quegli occhi, e “il pozzo profondo ne era ricoperto”. Parla a lungo ai due Hobbit il vecchio Barbalbero (“Siamo i pastori degli alberi, noi vecchi Ent”), parla e canticchia con dolce mormorio (Nei boschi di olmi d’Ossiriand erravo d’estate) mentre il bosco tutt’intorno tace.

       Sono stati gli Elfi ad insegnare agli alberi a parlare, i primi a conversare con loro, ma con l’arrivo della Grande Oscurità essi fuggirono in vallate lontane, per nascondersi e cantare “i giorni che non sarebbero mai più tornati”. Erano giorni in cui ogni cosa era più ampia e spaziosa – narra Barbalbero – e i boschi più giovani e forti. E il profumo dell’aria! Impiegavo una settimana soltanto per respirare.

       E c’erano state le Entesse, dai nomi dolcissimi. (Oh! la bellezza di Fimbrethil dal passo leggero, nei giorni della nostra giovinezza!). Non morirono, no, le perdemmo, dice Barbalbero: quando giungemmo nel loro paese, ogni cosa era bruciata e sradicata dalla guerra devastatrice, e le Entesse non erano più lì. Le chiamammo a lungo, coi loro bei nomi, e gli Elfi composero per loro canzoni che furono tramandate nella lingua degli Uomini.

       Nel giorno che declina le avventure degli Hobbit s’intrecciano ai ricordi lontani dell’Ent: raccontano, gli Hobbit, della missione – distruggere l’Anello prima che il Male se ne impossessi per soggiogare il mondo – che li ha portati fin lì tra mille ostacoli, braccati da forze innominabili e misteri incombenti, inseguiti da ombre alate, attaccati dagli Orchi brutti ceffi trasandati e sozzi, salvati a volte da cavalieri valorosi.

       “Sta accadendo qualcosa di molto importante, me n’accorgo […] e forse si avvicina il momento in cui tutti i boschi avvizziranno”: il vecchio Ent sa che è necessario agire, all’orizzonte incombe l’ombra sinistra di Saruman lo stregone (“Il suo viso sembrava una finestra un muro di pietra”) col suo disegno malvagio di potere. Egli complotta con gente immonda: “Lui e i suoi miserabili servi stanno devastando tutto. Giù ai confini tagliano alberi, alberi buoni. […] Vi sono deserti di ceppi e rovi, là dove prima si udiva il bosco cantare”.

       Quella voce vegetale, poderosa e dolente, è per noi reale quant’altre mai. Detestava l’allegoria, Tolkien, eppure il suo epico affresco lo è: non fiaba serenatrice – e tuttavia “le fiabe parlano di cose permanenti”- né cinematografico fumettone per bambinoni, bensì metafora e presagio delle ghignanti truppe di stregoni e miserabili servi del nostro tempo; di questo oggi di Orchi dall’aria dabbene e di bell’aspetto e in doppiopetto, intenti a cucire le squallide trame di un potere senza grandezza.

       “Sono rimasto inattivo, ho permesso che continuassero” (è la voce di Barbalbero, dovrebbe essere la nostra). Ma ora che qualcosa di terribile sta per accadere, ora gli Ent, pur se rimasti in pochi, non possono restare inattivi; se lo facessero, l’ora della distruzione giungerebbe ugualmente, e anche se questa fosse l’ultima marcia degli Ent, può darsi “che aiuteremo le altre genti prima di scomparire”.

       La trasformazione degli Ent – “lenti, strani, pazienti” – è improvvisa come l’irrompere di acque a lungo trattenute da una diga, Barbalbero è riuscito a destarli (“Noi Ent non amiamo essere destati, non ci destiamo mai, salvo che i nostri alberi e la nostra vita non corrano grave pericolo”). Ed eccoli marciare – dopo animatissimo conclave – contro le mura di Isengard e contro le forze del male lì asserragliate. Avanzano con ritmo cadenzato, Barbalbero in testa, battono il tempo percuotendo il fianco con una mano.

“Pipino si voltò a guardare. Il numero degli Ent era aumentato. Possibile che le piante di Fangorn si fossero svegliate, e che la foresta ascendesse al colle marciando verso la guerra?”. Eppure sì, avanzano inesorabili nella notte le grandi ombre grigie – shakespeariana foresta di Birnam in marcia verso le colline di Dunsinane  – e il loro rumore è un mormorio, “l’ombra di un bisbiglio tra molte foglie trascinate dalla corrente”.

“Isengard è immerso nella notte, disse Barbalbero”.

       La nostra sera da Hobbit si conclude; ma ci sentiamo fortunati, potremo ancora ascoltare la monumentale lettura dell’intera trilogia raccolta anni fa in CD dall’attore solista, le incredibili quasi 70 ore di ascolto del romanzo, scrigno dal denso profumo di saghe nordiche, fiabe popolari, mitologie classiche e medievali. Divenute abituali compagne di viaggio Milano-Siracusa – ci dice Vincenzo – per l’amico camionista Rocco che all’arrivo col suo truck DAF coinvolge entusiasta i colleghi, offre in prestito il CD, vuole che l’ascoltino anche loro e qualcuno, è sicuro, lo manda a quel paese.

                *Quirino Principe, Prefazione a Il Signore degli Anelli (II) – Le due Torri

1 gennaio 2018                                            Sara Di Giuseppe

Annunci