OFFICINA TEATRALE 2017/18

Viaggio cosmico-letterario in Recital
FAUST E MEFISTOFELE DI GOETHE

di e con Vincenzo Di Bonaventura
Associazione Culturale Blow Up

Ospitale delle Associazioni  –  Grottammare Paese Alto  –  4 gennaio 2018  h21.15

         Da Ospitale a Ospedale lo scarto fonetico è minimo; addirittura nullo quello estetico, qui a Grottammare Alta. Perché di aspetto ospedaliero – ne ha la tristezza giallina e sciatta degli interni – è il prominente algido fabbricato che vedi pure dal mare, “restituito alla città” da un brutto restauro durato millenni. Solo le rosse poltroncine – comode – attenuano volenterose l’effetto lavanderia di lusso della spietata illuminazione in sala.

        Ma tutto si perde nel buio desiderato, quando la poesia irrompe con forza di bufera e le voci di Faust, Mefistofele, Dio – Di Bonaventura, insomma – conquistano ogni spazio, e il Wagner “per una volta benedetto dallo spirito della Commedia” de “I Maestri Cantori di Norimberga” aderisce allo spirito e al  verso di quel Prologo in Cielo: quando al timbro sublime del coro di Arcangeli e Legioni celesti si contrappongono l’ironia sfrontata e le battute terrigne di Mefistofele che interloquisce con Dio (“Lo vedo volentieri, di tanto i tanto, il Vecchio”) e fa scommesse con lui, annoiato dagli uomini, a tal punto infelici che ”non ci trovo più gusto, disgraziati, a tormentarli”.

Tre voci in una, e la musica: altrove ci sarebbero sofisticate tecnologiche consolle da poterci guidare un’astronave, per quei sobri suggestivi effetti sonori che qui Vincenzo crea con mefistofelica sapienza dal personalissimo impianto all-in-one. Se ne sprigionano le note wagneriane mentre la voce dell’attore-solista filtrata dai microfoni si deforma e si sovrappone e si mescola alla traccia registrata: senza cesure, col fluire largo di una sinfonia, dà parola e gesti e grida al ghigno demoniaco, al lamento faustiano, all’eco divina stillante da oscure profondità celesti.

E’ buffo e strambo, dice Mephistopheles, il piccolo dio del mondo (Der kleine Gott der Welt): è sempre lo stesso,  “più bestia di ogni bestia”.

E sì, conosce quel Faust, quel dottore, – così risponde a Dio che gliel’ha chiesto – conosce la sua mente in tumulto […] né cose vicine né cose lontane / sanno calmare quel suo animo convulso.

Scommette con Dio, Mefistofele: riuscirò a prendermelo, dice, a portarlo pian piano lungo la mia strada. Scommette con Mefistofele, Dio: Un uomo buono nel suo oscuro intimo impulso / sa bene qual è la via retta.

E’ un inquieto tormentato Faust, quello che nella notturna solitudine dello studio parla a se stesso, disperato nella consapevolezza che nulla possiamo conoscere. Il suo Streben – il cercare – impulso infinito incoercibile al superamento di sé attraverso la conoscenza, è angoscia, è quasi “dinamismo demoniaco” (“Natura illimitata, dove stringerti?”).

Penetrare il segreto profondo delle cose è l’ansia formidabile, tempestosa e nobile, che lo avvicina  alle arti magiche, gli fa evocare lo spirito della Terra che “al telaio sibilante del tempo” tesse la veste vivente del Divino (Un mare eterno. / Una mobile trama. / Una vita rovente); toccare la propria finitezza tremando come “verme spaurito che si torce”; cercare il suicidio e fermarsi sul bordo del grave ultimo passo al suono delle campane improvvise e inaspettate, voci consuete della memoria d’infanzia, che annunciano la Pasqua (Perché, possenti e miti / voci del cielo, mi cercate nella polvere?).

Ma invalicabile è “la pena /di questa angusta esistenza terrena”: gli scuote l’anima il desiderio, e il Dio che in cuore m’abita non può salvarlo, e il grido della rinuncia -“Rinunciare tu devi, rinunciare!” – spezza ogni slancio. Che sono io allora, se non mi è possibile / salire a quel vertice umano  / cui tutti i sensi tendono?

Il patto demoniaco è allora a due passi, salvezza terrifica e abisso spalancato sul Nulla: Mefistofele ha scommesso con Dio sull’uomo, “microcosmo di pazzia”, a Faust può promettere quello che nessuno / ha mai veduto ancora, e Faust può siglare col sangue il patto col quale accoglierà nella sua mente la sommità e gli abissi, il bene e il male, per alla fine, anch’io schiantarmi.

Dovessi dire all’attimo. / “ma rimani! Tu sei così bello!” / […] allora accetterò la fine! / […] per me finisca il tempo!

Tragedia della cecità – la cecità di Faust e quella di Mefistofele – dell’impossibile superamento del limite nella conoscenza di sé, in essa può specchiarsi ogni momento “dell’intera esistenza umana dalla preistoria a noi”

Gli infiniti modi di lettura che hanno percorso l’opera – tanti quante generazioni si sono succedute sulle sue pagine – confluiscono oggi in quella che il suo traduttore Franco Fortini definisce “una catastrofe pietrificata”. Non è vero, afferma, che dopo Auschwitz non si possa più leggere Faust, poiché anzi proprio dopo Auschwitz è possibile leggerlo “distinguendovi meglio tutta la parte di negatività e di orrore” che Goethe aveva immesso nell’opera pretendendo di esorcizzarla, e che assedia e minaccia “ogni umano tentativo di autenticità”.

Con buona pace delle mode, così come delle opposte fazioni dei faustiani e dei mefistofelici, l’opera è ancora vita rovente che combacia in pieno col nostro tempo e resiste alle sue catastrofi.

6 gennaio 2018                      Sara Di Giuseppe        

    

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