Stagione di Musica e Danza 2017/18
ACS Abruzzo Circuito Spettacolo 

EN TU OJOS /PIAZZOLLA TANGO

Ideazione coreografie e regia
Luciano Padovani
Coreografie di tango Silvio Grand 

PRODUZIONE Naturalis Labor
Co-produzione Florence Dance Festival
Teatro Comunale di Teramo 27 gennaio 2018 h 21

 TANGO SENZA GAMBE

       Come in certe foto maldestre – testa o piedi tagliati – se hai la ventura di sedere nelle prime file del Teatro Comunale di Teramo (alla biglietteria non t’avvisano) vedi gli interpreti sul palco…dalla metà in su.

Se poi come spesso la danza richiede, i protagonisti piombano a terra, per momenti eterni li perdi proprio, e speri di rivederli presto. Riappariranno, magari dall’altro lato…

All’inizio sei incredulo/a, mai vista una cosa così in nessun teatro di questo e di altri pianeti (anzi, di solito conquistare un biglietto nelle prime file è un bel colpaccio!).

Poi cominci a chiederti perché – data la struttura che, passi la bruttezza, è a dir poco inadeguata  e non può e non dovrebbe essere teatro – non si eviti di vendere biglietti per quelle prime file, o non li si faccia pagare la metà (poichè vedi la metà), o non si avvisi del problema così uno sceglie liberamente.

Sappiamo la risposta e la domanda è retorica.

Un delitto in ogni caso, di portata capitale se lo spettacolo è, come questo, davvero bello e meritevole di miglior cornice.

Otto danzatori – le cui estremità inferiori per te in prima fila (ma anche in seconda terza e quarta, almeno) sono un atto di fede (e dio sa quanto invece siano importanti nel Tango) – che in questo En Tu Ojos ideato e coreografato da Luciano Padovani disegnano un Piazzolla tormentato, ispirato, “inseguito dai suoi stessi pensieri, perseguitato dalle sue stesse note”.

Il linguaggio ribelle del genio che reinventò la musica del tango innestandovi jazz e musica colta e rivoluzionandone perfino la strumentazione, e che la sua Argentina chiamò El Gato (del felino furono l’ingegno e l’abilità…); la sua sfida agli attacchi di benpensanti e conservatori (Sono un nemico del tango, disse, ma del tango come lo intendono loro); il suo nuevo tango che con colta passione sfidava una tradizione intoccabile: tutto questo ci restituisce l’ideazione di Padovani in un impianto coreografico di intensità ora trattenuta, ora prorompente, ora intimamente raccolta.

Sulla scena, un modesto tavolino ingombro di sudate carte stropicciate e logore, e una barchetta di carta sono i simbolici opposti poli di un’anima che fu sempre “una misteriosa orchestra”: il travaglio creativo, la lotta con se stesso, la passione che urge paralizza e perseguita, da una parte; dall’altra, l’ansia del volo verso il mondo aperto, verso quell’altrove che nella vita dell’artista mescolerà nuovi colori ai colori argentini e al caleidoscopio infinito della sua musica.

Ingabbiato nel lanoso cappottone, il compositore è assediato dai suoi fantasmi: i danzatori sono la sua stessa musica e chiamano, incalzano, abbracciano, aggrediscono; le note pennellano il monologo interiore del musicista mentre la danza traccia ora pensose volute di estenuante lentezza, ora è slancio ipnotico al ritmo percussivo che non dà tregua.

Il cappotto finalmente a terra, l’artista si fonde coi suo fantasmi, danza con le sue creazioni e queste con lui: danzano l’amore e la nostalgia, l’eros e la passione, la gioia e il disinganno. La musa che lo ispira può incalzarlo e sedurlo, l’artista cedere e negarsi, vibrare e ritrarsi, “sei la mia musa o il mio tormento?”.

Ogni passo di questa danza è – come la parola nella poesia – voce che svela e definisce il reale, quello della vita che pulsa intorno e quello dell’anima lacerata nelle sue ambiguità, e il moto dei corpi disegna la scena con essenzialità geometrica, ora aggregandosi in quadri corali ora frantumandosi nella sensuale complicità di una coppia.

Al termine conosciamo qualcosa di più di quella musica audace, erudita e sanguigna, come anche di quel “pensiero triste che si balla”, quel Tango che è forma artistica ma anche vita e filosofia, ed eros: l’ideazione e gli ottimi danzatori ne hanno toccato le corde più intime, superandone gli stereotipi.

Un’ora di emozione intensa su quel palco, pura energia di corpi disegnati dal “drastico compasso del tango”.

E’ stato davvero così? Forse è stato bello il doppio? In fondo l’ho visto solo… da metà in su!

 

29 gennaio 2018                                Sara Di Giuseppe

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