OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

A ME di Pier Paolo Pasolini
di e con

Vincenzo Di Bonaventura
e con
Loredana Maxia Patrizia Sciarroni 

Ospitale delle Associazioni – Grottammare Paese Alto – 6 febbraio 2018  h21.15

“Sapevamo che era poeta”

Nel fondo di me resta, solido come quarzo, un senso di venerazione per la poesia
P.P.Pasolini, 1965

        Per  Di Bonaventura, dare questa sera la propria voce – e quelle di Loredana e di Patrizia – alla poesia di Pasolini è viaggio nel tempo e immersione nella memoria.

        E’ riandare alla stagione decennale di quel suo TeatroDueAikot da 27 posti, tutto artigianale dalle gradinate al palco agli impianti, spettacoli dal giovedi alla domenica – e la domenica, due – tenuto in piedi dal furore di attori capaci di andare in scena anche per un solo spettatore, testimoni scomodi e tenaci ignorati o snobbati da amministrazioni sambenedettesi e intelligentsija e bellagente.

Da Sofocle a Dante, da Shakespeare a Majakovskij, da Jonesco a Hochhuth, da Süskind a Pasolini, a Fo, di tanto furono impregnate le possenti assi di quel teatro.  “Ci furono tempi di leggenda…”

E’ ricordare, anche, aneddoti tra comico e grottesco, come i poliziotti con pistolona al fianco, venuti su segnalazione di vicini vaneggianti di messe nere per via delle voci “strane”, forse del telo nero in funzione di fondale…

O il breve rallegrarsi per il folto gruppo assiepato davanti alla bella faccia rivoluzionaria di Majakovskij sul manifesto lì fuori – presunto pubblico interessato e gesticolante – e scoprire appena dopo trattarsi di… russi, di quelli portati in comitiva a comperar scarpe a Casette d’Ete e altra merce all’ingrosso da rivendere in patria. Cose così.

Succedeva vent’anni fa, e ben conservato è il cartellone di allora che annuncia il Recital pasoliniano; le stesse di allora anche le voci, arricchite dal tempo quelle di Patrizia e di Loredana: hanno orchestralità e vocalità mature, dice Vincenzo (“sono cultore del suono e della voce umana”).

Cimeli di gloria sono i microfoni Electrovoice, tecnologia di 50 anni fa, semplici “ma tirano fuori delle voci…”.

Non si ammazza la poesia, non si uccide un poeta, così parla Moravia al feretro di Pasolini. Perché, testimone della storia, precursore dei tempi, antesignano della vicenda umana italiana, profeta del genocidio culturale e della tragedia del presente che chiamò “spostamento dell’io”, romanziere, saggista, cineasta, Pasolini fu in tutte queste cose, unicamente e sempre, Poeta.

        Sapevamo che era poeta, perché a chi meritava un premio regalava un libro di poesie”: Vincenzo Cerami ricordava così il professor Pier Paolo, caduto da cieli friulani nel ’51 in quella scuola romana di Ciampino (ventisettemila lire al mese, tre ore arrivarci coi mezzi pubblici) frequentata da loro, figli semianalfabeti e dialettofoni di famiglie modeste, immigrati meridionali (pugliesi, siciliani, abruzzesi ecc.) ai quali quel ventinovenne “dalla lingua angelica, molto leggera” e dalla voce estremamente dolce sembrò un marziano. “Lo guardavamo come un angelo caduto dal cielo”.

E quel poeta giocava al pallone in maniera straordinaria, così oltre a latino storia e geografia “ci insegnava anche come appoggiare il piede quando bisognava far partire i traversoni”.

Per il resto – che volete – sono vissuto dentro una lirica, come ogni ossesso. Di ossesso è il suo carnale rapporto con Roma, la passionale storia d’amore con quella città che è laboratorio di irreversibili mutazioni, osservatorio dal quale coglie – unico intellettuale italiano – la portata delle trasformazioni in atto: lo spirito dei ceti dominanti che s’impone e travolge i territori popolari e le vecchie culture, lo sfaldarsi del sostrato culturale del paese, l’appiattimento linguistico, il “decadimento antropologico e lo svuotamento di moralità e significato della vita stessa”.

Forza visionaria ed eresia, in lui la poesia è allora alimento alla “disperata vitalità”, ossimoro ed emblema del suo troppo grande amore, / nel cuore, per il mondo.

Nel buio sciabolato dalle diapositive in bianco/nero, i primi piani del volto ossuto del poeta, gli sfondi atroci delle periferie romane, il lenzuolo insanguinato di quel novembre. S’inseguono, si fondono, si completano le tre voci, squarci lirici come getti di luce dalla poesia a noi.

Sono i versi dell’amore per la “realtà confusa e immensa” delle borgate, per quell’umanità degradata e vitale, emarginata e quasi estranea alla storia; così simile nella barbarica “creaturalità” ai popoli che il poeta ritrova in quell’Africa (Africa! Unica mia / alternativa!) che è quasi avatar del suo contadino Friuli e del suo sottoproletariato romano.

Sono i versi di un orizzonte perduto, il mondo luminoso di giovinezza – in cui “ho saputo quello che dovevo essere / e quello che dovevo fare” –  declinante verso un reale alienato e corrotto (Col vero cuore sento che tu manchi / sole).

Sono quelli della partecipazione totale e disperata ai caratteri di un presente abbandonato dal sole (No, non a noi: tu manchi / a loro […] Si sono rimessi cappottini e scialle / sulle umiliate spalle)  e in quell’assenza tutti gli uomini, non solo i diseredati, “si torcono bagnati […] quasi dispogliati / di quella vita”.

Sono i versi dell’isolamento e della sconfitta (Nel tuo buio, sole / si compie ancora una volta l’ingiustizia).

Nella Nuova Preistoria annunciata dall’orrore neocapitalistico (i “sordidi / inviti del nuovo capitale”), nella società che si affaccia con “la sua grigia orgia di cinismo, brutalità pratica, compromesso”, è la mancanza di richiesta della poesia, l’assoluta “inutilità” di questa, la più lacerante definitiva certezza.

Tu splendi sopra un sogno, / buio sole.

Fiorisce il glicine nei quartieri ricchi, gemello vegetale che rinasce di colpo in una notte – furia della natura, dolcissima – beffardo al poeta nell’abbagliante fioritura che torna ad ogni aprile (ti sporgi sopra i miei riaperti abissi ). 

Non basta la vitalità dell’aprile alla “nera rabbia di poesia nel petto”, al suo mondo di ossesso: chi finora ha parlato, con speranza, resta indietro; restano la fine della poesia e della sua sacralità nel presente, l’inautenticità di un mondo mercificato che contamina ogni fibra dell’essere, la desistenza rivoluzionaria (“La Rivoluzione non è che un sentimento”) e – scrive – il terribile vuoto esistenziale che ne consegue.

Resta “la mia vita, disperata che abbia /solo ferocia il mondo, la mia anima rabbia”.

Abbiamo perso dunque un testimone […]

 Abbiamo perso prima di tutto un poeta”   [Alberto Moravia, 5 Novembre 1975]

 

10 febbraio 2018                 Sara Di Giuseppe

 

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