Sotto le stelle di Debussy
TRIO DEBUSSY & FRIENDS

Antonio Valentino (pianoforte)  Piergiorgio Rosso (violino)  Francesca Gosio (violoncello)  Massimo Pitzianti (bandoneon-fisarmonica-clarinetto)  Daniele Di Gregorio (percussioni)  Pierre Steeve Jino Touche (contrabbasso)

“Paolo Conte Chamber Music Confusion mentale fin de siècle”

Teramo, Aula Magna Convitto Nazionale “M. Delfico”15. 2. ’18 h21   la Riccitelli

         Prima trio, Trio Debussy, poi sestetto – aggiungendosi i Friends – e Paolo Conte sempre nell’aria…

Tutto il meglio è già qui, non ci sono parole…”  A concerto non ancora iniziato sai già, guardando quei loro strumenti in attesa, che serata ne uscirà.

     Quando mai capita di veder schierati, oltre ai protagonisti soliti dei concerti seri – piano, violino, violoncello, contrabbasso, clarinetto, fisarmonica e batteria – anche uno xilofono-elefante dal sapore d’Africa, uno scintillante vibrafono coi due “figlioletti” vicini, un bandoneon (toh, da chiuso pare un giocattolo), e quella infilata di strumentini strani (hanno certo dei nomi) che lavorando pochi secondi ogni tanto fabbricheranno incantesimi, a gocce.

        Un concerto raro, e noi come foulards in un treno dei desideri: rapiti da musiche che conosciamo e amiamo da questa vita e da quella precedente, ma che riscopriremo con ben altri profumi. E anche se eravamo preparati a questa formazione, “benedetta” dallo stesso Conte (fatta al 50% da suoi “fedeli scudieri” come lui li chiama), siamo andati – presto e piacevolmente – in confusion mentale fin de siècle, come i francesi che s’incazzano (ma mai con il loro Paolo Conte).

        Eppure stasera niente letteratura per le nostre orecchie golose di finezze linguistiche e rime imperfette, di assonanze e consonanze, dei dice e non dice, degli enigmi liberatori dei testi di Conte.

        E’ stato tutto un’onda su onda di rigenerante musica-sola, frutto di carte sparigliate e ricomposte, come in un calcolato gioco d’azzardo bengalese. Jazz scritto da una Torino novecentesca, mica gelidi algoritmi. Tracce di Bach, atmosfere scarlattiane, rag-time improvvisi che evaporano in tanghi e milonghe di Sudamerica. Morbido swing sempre in agguato. Una big band da camera che “canta” Conte ma senza parole, e come non t’aspetti.

       Tutto rigorosamente acustico, niente impicci di microfoni casse consolle cavi intrecciati… Puoi sentirla e quasi toccarla, la maestosità del contrabbasso di Jino Touche che vibra come un grattacielo di Chicago di notte; avverti gli attriti di disubbidienza delle corde, percepisci il disappunto dell’archetto di Piergiorgio Rosso quando in Max gli si spezzano due fili di crine bianco; senti l’anima soffiante del bandoneon in estensione, il ticchettio della moltitudine di bottoni della fisarmonica (salvo quando s’inventano quel suono d’ organo); mentre sulla destra passeggiano le percussioni (pure rumori di cellophane e perline colorate…), con suoni di foresta dello xilofono, e di vetro della famigliola dei vibrafoni: è il regno di Daniele Di Gregorio.

        E loro, i musicisti: certi gatti e certi uomini sono così, e la Francesca Gosio non è una donna qualsiasi.

Massimo Pitzianti, che alterna con leggerezza di prestigiatore i suoi 3 strumenti e senza apparente sforzo fa sollevamento-pesi con la fisarmonica anche solo per estrarne una nota, un po’ mago lo è veramente: suoi sono gli “spirituali” arrangiamenti, sua la maestria nel rivoluzionare ogni lirica che credevi intoccabile.

           E dietro, Antonio Valentino pianista-che-vale (a occhio il più ragazzo dei sei), che si trova anche a combattere con l’eccessivo riverbero d’ambiente di quest’Aula Magna, di cui non ha colpa: è che noi pubblico siamo colpevolmente pochi. Ma di questo Convitto, già tutti a letto? E Teramo, guarda solo Sanremo o è tutta vecchia? Meno male l’agile ragazzetta che a un certo punto mi si siede vicino…  Chi sei? E loro, li conosci? Certo, il papà suona il violinola mamma il violoncello. E tu? Oh…io no, io canto.

  1. 2. ‘18                                       PGC

Annunci