OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

MARTA MIA, CARO MAESTRO

Carteggio tra Marta Abba e Luigi Pirandello

 di e con
Vincenzo Di Bonaventura

 Ospitale delle Associazioni – Grottammare Paese Alto – 27 marzo 2018  h21.15

“La mia arte sei tu”

Sono trascorse più o meno due ore, quando a malincuore torniamo alla realtà e all’oggi, dopo aver fatto un giro completo intorno al nostro asse: Di Bonaventura e la sua voce ci hanno trasportato lontano l’anima e i sensi, ai primi decenni di un Novecento europeo e italiano di passione intellettuale, innovatore nel costume, nella cultura, nel teatro.

Pirandello, la sua vicenda umana e artistica, la sua rivoluzionaria drammaturgia: tutto questo ci viene incontro attraverso la voce attoriale, con la forza abbagliante del documento privato che svela l’uomo e illumina il genio, e con uguale chiarezza traccia sullo sfondo il disegno di un’epoca che è anche mito, e della Storia  che la contiene.

        L’Epistolario Pirandello-Abba è il corpus del Recital: dallo straripante carteggio fra i due artisti nasce il lavoro realizzato a più mani dallo stesso Di Bonaventura nel periodo veneziano (or sono 25 anni), dal regista  Giuseppe Emiliani – premio internazionale Flaiano – e da altri studiosi pirandelliani, rappresentato all’epoca davanti a platee affollatissime; oggi a Grottammare davanti a spettatori circa venti…

In novanta minuti di densa tesissima lettura, si raggrumano le parti salienti di una storia di anime, centinaia di lettere nelle quali il drammaturgo apriva il vecchio cuore alla giovane Marta, musa venerata con disperata passione.

Sulla parete le immagini della diva, foto d’epoca di lei e di un Pirandello “sessantino”- così lo chiamerebbe il conterraneo Camilleri – che dimostra più degli anni che ha. Come per l’epistolario Duse-D’Annunzio, la voce attoriale si sdoppia, è alternatamente Pirandello e Abba, e un filo musicale – le composizioni del giovane Fabio Capponi – ne accompagna la trama.

Alle oltre cinquecento lettere che lungo circa un decennio (1925-1936) l’artista scrive a Marta Abba, l’attrice non risponde che per la metà.

In una sorta di “salto funzionale fra i due epistolari”, due diversi discorsi vi si snodano, quello di un amore a senso unico, bruciante e impossibile, e quello di un argomentare tutto informativo e pratico, quasi ragionieristico, della musa che risponde al pur venerato interlocutore. Il quale così la descrive: È giovanissima e di meravigliosa bellezza, capelli fulvi, ricciuti, pettinati alla greca, la bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita di solito le desse una sdegnosa amarezza; ma se ride ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e ravvivi ogni cosa…

Non l’attrazione voyeuristica per il privato di grandi personaggi è il fascino dell’epistolario: lo è piuttosto la luce gettata “dall’interno” sulla parabola di un periodo intenso e tragico – il fascismo, i venti di guerra, il ruolo degli intellettuali – e di una cultura in fervente trasformazione, che soprattutto nel teatro cercava strade nuove e sperimentava rivoluzionari percorsi.

D’Annunzio e Pirandello, e in Europa – di poco precedenti – Ibsen, Čekov, Strindberg (la lezione dei quali, pur nella tradizione, anticipava già il nuovo e la dissoluzione della forma drammatica): della linfa di personaggi giganteschi si nutriva l’epoca, e perfino Mussolini – pur nelle sue scelte “masnade”, dirà Di Bonaventura – apprezzava il progetto di una riforma del  teatro.

Tuttavia l’illusione che l’appoggio statale potesse offrire all’Italia il grande teatro che avrebbe unito la nazione – e in questa chiave l’adesione dello scrittore al fascismo assume una luce particolare – non fa i conti con la diffidenza suscitata dai temi dei suoi drammi – scomodi, trasgressivi, inquietanti – che gli meriteranno – Pirandello non lo saprà mai – la sorveglianza dell’OVRA.

Io arrivai a Roma accompagnata da mia madre. Sul palcoscenico vidi alcune persone nel semibuio, e una coi capelli d’argento, il pizzetto bianco, piuttosto curva”, così l’attrice narra l’alba di una carriera e di un sodalizio artistico che cesserà solo con la morte del Maestro: gioco di reciproco rispecchiamento – nel più puro stile pirandelliano – in cui ciascuno vede riflesso nell’altro ciò che lo completa e che ama.

Se amore è parola che quasi mai compare nel carteggio, amore e passione sono in ogni riga indirizzata a lei da Pirandello, per il quale “non esisteva ormai che la statua tremenda di Marta”. La mia arte non è stata mai così piena, così varia e imprevista (…) E scrivo con gli occhi della mente fissi a Te. 

Ma quella voce a tratti esaltata – Finalmente oggi mi è arrivata la tua lettera estrosa e volante. (…) E’ stata la boccata d’aria di cui avevo proprio bisogno – quasi sempre disperata, sembra non raggiungerla mai; l’attrice si sottrae, a volte con irritazione, alla pressione di quel sentimento: tratta questioni pratiche, contratti, compensi, impresari, successi e insuccessi, si preoccupa – frettolosamente – della salute del Maestro (Stia a letto un po’, si riposi, non faccia smanie, e si faccia servire su in camera…).

Questi scrive per lei i suoi drammi (Tutta la mia vita sei tu, la mia Arte sei tu, senza il tuo respiro, muore), a lei sono dedicati il teatro, le storie, i personaggi (che perfino, a volte, si chiamano col nome di lei).

E quando più tardi s’inasprisce il risentimento per un’Italia che avversa i suoi progetti di rinascita del teatro, la scelta di trasferire altrove la propria vita artistica include naturalmente Marta.

Bisogna, bisogna andar via per qualche tempo dall’Italia, e non ritornarci se non in condizioni di non aver bisogno di nessuno. (…) Qui è un dilaniarsi continuo (…) La politica entra da per tutto. La diffamazione, la calunnia, l’intrigo sono le armi di cui tutti si servono. La vita in Italia s’è fatta irrespirabile. Fuori! Fuori! Lontano! Lontano!”: così le scrive nell’estate del ’28 (sembra oggi) e nell’autunno saranno in Germania ambedue. “Non riesco più a stare fermo, andrò ancora fuggendo, e il più lontano possibile dall’Italia” scrive ad Ugo Ojetti.

Berlino, con la sua vivacissima temperie culturale, può favorire – ritiene Pirandello – successi tali da poter tornare in patria senza dipendere da alcuno (col grande Max Reinhardt, regista e demiurgo della scena teatrale dell’epoca, direttore del Deutsches Theater, allestirà fra l’altro la prima di “Sei personaggi in cerca d’autore”).

“Ammiro il teatro tedesco per la sua disciplina e i mezzi perfetti di cui dispone (…), ma la tecnica portata alla massima perfezione sta finendo per uccidere il teatro. (…) Io col mio dramma nuovo intendo reagire a questa tendenza”: così confida a Corrado Alvaro (corrispondente in quel periodo da Berlino per “La Stampa”).

Ma il distacco da Marta lo annienta, quando dopo soli cinque mesi l’attrice deciderà di rientrare in Italia per proseguire qui la sua carriera.

Te ne  sei andata, la mia vita è finita […] Credimi, Marta, per me l’unico viaggio da fare sarebbe quello da cui non si torna più.

Continua tuttavia a frequentare traduttori, editori, registi, e le sue lettere a Marta – una al giorno, a volte più – tracciano anche una “topografia pirandelliana della città”, crocevia di culture dal quale nonostante i “brontolii allarmanti che provengono dallo stomaco tedesco”, i sospetti di dittatura e razzismo gli appaiono lontani. Ma l’angoscia della distanza è insostenibile: Muojo perché non so più che farmene della vita (…) In questa atroce solitudine non ha più senso vivere, né valore né scopo..

Di nuovo in Italia al termine del fecondo biennio berlinese – dopo un amaro insuccesso al Lessing Theater e violente contestazioni orchestrate dai suoi nemici  (“Questa è Berlino. M’è parso jer sera d’essere in Italia… Gli odii m’inseguono da per tutto” ) – sarà poco più tardi a Parigi, poi in America contattato dalle major cinematografiche per trasporre i suoi drammi in “film parlanti”: fumo negli occhi, lo capisce subito e lo scrive alla sua Marta: “Ne ho la nausea fino alla gola”. D’altronde “il cinema era per lui la più grave minaccia per l’avvenire del teatro” (N.Borsellino).

Su tutto, resta fermo l’obiettivo di garantire alla sua musa la fama sopranazionale che merita: Io sono qua unicamente per Te; non veder chiusa entro limiti angusti la Tua vita; il Tuo destino è grande; Tu sei un’Eletta; non puoi circoscrivere in un ambito mediocre la Tua esistenza.

Ma sempre, da ovunque partano le sue lettere a Marta, la sua è inevasa richiesta d’amore; per lei, al contrario, egli resta il Pigmalione da idolatrare e dal quale ricevere vita artistica: non lo chiamerà mai altro che ”Maestro”, mentre per lui – protagonista tragico e assoluto del suo dramma personale – sarà sempre disperatamente “Marta mia”.

Un’agonia  – Se Tu potessi sentire quanto soffro, son sicuro che avresti un po’ di pietà per me. Tu non mi parli più di Te, io non Ti vedo più nelle Tue lettere  – che i trionfi americani di Marta compensano – Io sono cosi felice di non essermi ingannato sulla potenza delle sue ali e d’aver combattuto contro chi voleva tenergliele chiuse, perché le aprisse sempre a più grandi voli.

 

       Mentre recita al Plymouth Theatre di Broadway, il 14 dicembre 1936 Marta riceve l’ultima lettera del Maestro, Pirandello si era spento il 10. La lettera è datata 4 dicembre: Se penso alla distanza, mi sento subito piombare nell’atroce mia solitudine, come in un abisso di disperazione! Ma Tu non ci pensare! Ti abbraccio forte forte con tutto, tutto il cuore. Il Tuo Maestro.

Un crollo psicologico che per l’attrice segna il definitivo addio alle scene. Per la musa che ha scrupolosamente difeso la distanza di sicurezza dal suo Pigmalione, quella sicurezza è perduta ora che la distanza è definitiva e irreparabile. Il miglior Pirandello non avrebbe potuto concepire trama più pirandelliana.

30 Marzo 2018                        Sara Di Giuseppe

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