OFFICINA TEATRALE 2017/’18
Viaggio cosmico-letterario

Canti Orfici di Dino Campana
di e con
Vincenzo Di Bonaventura

 Ospitale delle Associazioni – Grottammare Paese Alto – 26 aprile 2018  h21.15

 Come i fiumi

       I poeti sono come i fiumi, dice Vincenzo, si fanno strada da soli, tracciano da soli il loro percorso.  E passano lasciando il loro inesorabile segno. C’è dunque un motivo se alle prove del Recital la dolce Toffee – unica ammessa – è così rapita che si dimentica pure di scodinzolare; e se stasera “soffrirete tutti – dice – di sindrome da scavo” davanti allo svelamento continuo, alla “corrente irresistibile” che è la poesia di Campana (Dino Campagna e Canti Orifici, per certa stampa locale…).

       Che si sia in dodici come stasera – è Grottammare, bellezza – o folla come in altre platee che hanno accolto i suoi Recital, per Di Bonaventura (Mi nutro bacchicamente di poesia, dice) sempre la poesia avrà lasciato la sua orma bruciante, e di quella “oltranzista” di Campana conserveremo a lungo la sensazione di fiamma.

       Ladro di fuoco sente di essere Campana, sacerdote di poesia, religione che reclama il suo sacrificio e il suo sangue quanto più lo avvicina all’essenza dell’uomo.

“… Io che vivo al piede di innumerevoli calvari”, scrive di sé, consapevole del proprio difetto esistenziale: e la malattia – cui certo concorrono anaffettività e autoritarismo paterni, ottusità dell’ambiente e “mentalità medievale del tempo e desiderio di riempire i manicomi” – se lo emargina da un contesto di società che non tollera  fuoruscite dagli schemi, lo rende però veggente, lo conduce al centro delle cose, assegna alla sua poesia potere orfico e iniziatico.

Se la parola poetica sempre trasfigura il reale e lo ricrea, quella di Campana lo sospende oniricamente fra passato e presente, lo scarnifica in pure immagini e puri suoni, procede per illuminazioni vitali e gioiose o si ripiega sui sentieri tortuosi dell’inconscio affollati di fantasmi notturni .

       E’ la notte, che reca il panorama scheletrico del mondo, che è madre di tutte le forme d’esistenza, a dominare i versi e le prose poetiche, è la buia notte dell’inconscio, “la notte dell’uomo d’ogni tempo” e vi tremano attese e inquietudini.

        I versi dei Notturni, orfici per eccellenza – cifrati, mistici – ci precipitano addosso, qui, con la forza di un vento; la voce dell’attore ne porta ogni fremito, ogni tremore, ogni eco di miti lontani, fluisce in tutt’uno con la traccia sonora, diventa moto tellurico nel ritmo percussivo di djembé (Era la notte / Di fiera della perfida Babele / Salente in fasci verso un cielo affastellato un / paradiso di fiamma). Figure misteriose emergono dalla notte di Campana, ed è la Chimera, sembianza femminile, viso di leonardesca Gioconda – Dolce sul mio dolore  –  a farsi, dal mito, emblema di poesia  – E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera 

       Quando si è “matti”, molto meglio si vedono le miserie, i fariseismi, le viltà del reale. “Il lazzaronismo eretto a sistema”, particolarmente nell’arte, lo disgusta. “Ci fu un tempo –  scrive – prima di prendere coscienza della civiltà italiana contemporanea, che io potevo scherzare. Ora questa civiltà mi ha messo addosso una serietà terribile. Per questo io sono anche tragico e morale”.

       Fuggirne dunque, viaggiare dove cieli e mari possano fondersi col suo io tormentato finalmente libero, in perfetta comunione con la Natura. I suoi molti, molti  viaggi sono in realtà, è stato detto, un unico viaggio in quella direzione.

Non solo terre esotiche, vergini e sconfinate, dove trovare l’Uomo, ma anche luoghi a lui vicini: come Genova – Pei vichi antichi e profondi  / Fragore di vita, gioia intensa e fugace: / Velario d’oro di felicità – città di porto e di mare, di vita febbrile che s’addormenta nel ritmo dell’acqua e nello scricchiolio dei cordami.

E sempre dovrà esserci un mare  – Le vele le vele le vele! (…) Ah! Ch’io parta! Ch’io parta! – o il mistero di terre sconfinate – “la Pampa deserta e uguale in un silenzio profondo” – dove rinascere “riconciliato con la natura ineffabilmente dolce e terribile”, dove poter, libero, tendere le braccia “al cielo infinito, non deturpato dall’ombra di Nessun Dio”.

             E l’amore, anch’esso, offre ali e vele al sogno di libertà: presagito o ricreato nell’evanescenza del sogno o del ricordo (O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi […] O non accenderle! Non accenderle: tutto è vano vano è il sogno), sfiorato già prima dei Canti Orfici (“Tu mi portasti un po’ d’alga marina / Nei tuoi capelli, ed un odor di vento […] Oh la divina / semplicità delle tue forme snelle”).  E’ ancora viaggio, quell’unico disperato amore, per il povero troviero di Parigi (Io povero troviero di Parigi / Solo t’offro un bouquet di strofe tenui) in cerca di libertà, ma sarà invece una guerra furibonda, consumata fra liti feroci ed esplosioni d’ira.

       Lei, Sibilla Aleramo, ape regina dai numerosi amori eccellenti, amica di letterati, scrittrice di fama e femminista ante-litteram, colta ed eccentrica e coi suoi dieci anni di più, forse lo ama amando in lui le ossessioni e la follia, la reticenza (“Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia” gli scrive), le notti insonni e la devastante gelosia. Gioco tragico a due, sadico e crudele o forse solo appassionato; nella disperazione del poeta si alimenta la sua “follia”: si sono incontrati nell’estate del 1916, agli inizi del 1918 Campana entra per sempre in villa Castel Pulci “ricovero dei dementi”. Vi resterà per quattordici anni scanditi dalle sedute di elettroshock, vi morirà nel 1932.

       La libertà cercata scavalcandone il cancello, ferendosi e morendone di setticemia, il poeta l’ha infine trovata: di nuovo atomo, frammento dell’universo, corre tra forze primitive, le braccia levate come nel presago “Sogno di prigione” (… in fuga io? Io ch’ alzo le braccia nella luce!); lo accoglie il cielo infinito, svanita l’ombra opprimente del vecchio Dio… “Io ero in piedi: sulla pampa, nella corsa dei venti, in piedi sulla pampa che mi volava incontro (…) Un nuovo sole mi avrebbe salutato al mattino! O era la morte? O era la vita?…”

28 aprile 2018                               Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

 

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