La fragilità del Jazz

TOM HARRELL / Moving Picture

Tom Harrell  tromba/flicorno   Danny Grissett  piano   Ugonna Okegwo  contrabbasso   Adam Cruz  batteria

Cotton Lab – Ascoli P. 21 Aprile 2018  h 21,45     www.cottonlab.it

        Se uno non va ad un concerto di Tom Harrell non può capire quanto certo Jazz sia anche fragile, avendolo normalmente creduto solido, sicuro, spavaldo (oltre che snob). E non pare un caso che proprio questo sia il concerto conclusivo del 28° ciclo stagionale del Cotton Club/Cotton Lab, dopo che sul suo palcoscenico si sono succeduti  – alcuni pure “recidivi” lungo gli anni e i decenni – i nomi e le formazioni più reboanti del pianeta-jazz.

       A noi che religiosamente li ascoltammo dal vivo per tanti venerdì, mancava qualcosa. Non per chiudere il cerchio – giacchè altri cicli straordinari ci attendono al Cotton Lab – ma per scoprire meglio e nel profondo l’enigma-jazz, “la più anarchica delle espressioni musicali”.

       Guardare e ascoltare Tom Harrell ti inchioda alla sedia. Inizialmente per la sua fisicità-senza-il-fisico, inutile negarlo. Prima che dalle inconfondibili note della sua tromba o flicorno, rimani stupito da “come” possano formarsi quelle note. “Dove” prendano l’aria, la forza, l’anima, il colore. Attorno a schemi apparentemente elementari, si snoda tutta una costruzione faticata e fantasiosa di armoniche disordinate e tragressive, che destabilizzano il prestabilito.

       Musica senza spettacolarismi, senza movimenti del corpo – ad Harrell sono quasi del tutto negati – eppure con scalate ribelli, arrampicate stupefacenti e commoventi, improvvisazioni calcolate e rischiose, invenzioni risolutive geometriche e liberatorie. Suoni eleganti, mai forzati, mai ermetici, che quasi te l’aspetti ma non è vero: non potrai nemmeno ricordarli, se non riascoltando Moving Picture. Note fuggevoli veloci e pastose, restano nell’aria il tempo della loro caduta, come cristalli ma morbidi, come gli echi nelle altissime cattedrali inglesi, che s’arrestano d’improvviso.

      Eccola, la sensazione di fragilità: di un suono, non di un corpo. Pare che ad Harrell il corpo gli vada stretto, quindi non lo usa, ma è un gigante. Quando non suona non concepisce il riposo: pensa, chissà cosa pensa… Va a passettini di robot verso il suo angolo appartato, tromba e flicorno appesi alle mani come pipistrelli cromati. Passate le 16 battute (o multipli), torna al ralenti in postazione. Senza sguardo: come gatto di notte, vede quello che tu non vedi.

Ci sentiamo osservati. Pare un acrobata immobile già caduto, ma vivo. Ci sorprende quando, dopo una smorfia chissà se di dolore, estrae lentissimo dalla tasca della giacca di pelle da motociclista una boccetta contenente più elisir che olio e, accucciandosi pericolosamente, lubrifica come un meccanico i pistoni della tromba. Quindi, altre note ovattate, scorticate, spaventate, nascoste, le sublimi “intermedie” che nessuno fa…

       Superlativi per forza, i tre fidati compagni di viaggio che da anni lo accompagnano. Non si scompongono mai, sono un tutt’uno con Harrell, complementari al suo talento solistico ma con individualità sopraffine che centellinano a tempi contingentati. Un motore perfetto questo quartetto, anzi un orologio, di quelli complicati e ipnotici, ad ingranaggi, con gli essenziali indispensabili e ripetitivi movimenti del suo bilanciere che fornisce jazz vitale al tuo tempo ordinario.

   26 aprile 2018            PGC

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