OFFICINA TEATRALE 2017/18

Viaggio cosmico-letterario
‘L Mal de’ Fiori di Carmelo Bene

di e con
Vincenzo Di Bonaventura 

Ospitale delle Associazioni – Grottammare Paese Alto –  7 giugno 2018 h21.15

Giù il sipario

 Delle mie ceneri fate quello che volete, ci dicesti, magari una bella crostata per colazione
(G.Dotto,  Elogio di Carmelo Bene,  2012)

Il sipario scende il 16 marzo del 2002 sulla vita di Carmelo Bene: vegliato dal miagolio dei gatti, la mano – “la mano stanca di un gigante” – in quella dell’amico fraterno e biografo Giancarlo Dotto. Che ricorda come il proprio funerale Carmelo volesse celebrarlo da vivo, al sessantesimo compleanno – nel ’97 – vestito di bianco. Una cerimonia che non si fece mai “perché nel frattempo sei morto e da morto il funerale non aveva più senso farlo”.

Un altro ideale sipario si alza stasera per noi, sullo spazio scenico dal quale Di Bonaventura sapientemente riannoda i fili esistenziali e artistici di un Carmelo Bene oggi più che mai vivo.

E non è più soltanto Recital, questo addentrarsi nel sontuoso “Labirinto orfano del Minotauro” che è il poema ‘L mal de’ fiori. Poiché l’attore vi aggiunge la ricchezza dell’amicale conversare che precede e conclude, contenitore di narrazioni che trattengono noi – suo pubblico – avvinti e incuranti dell’ora: gettano un cono di luce sul versificare spesso arduo; illuminano l’architettura di un linguaggio poetico fastoso che produce incanto; ricreano i fotogrammi di un’epoca che vide incrociarsi, in tempo e spazio brevi, ingegni e vite dalla luminosità di comete.

Incalzanti sequenze narrative in cui intravvediamo Albert Camus incontrato a Parigi che deluso dagli interpreti del suo Caligola, gliene cede i diritti purchè sia lui, Carmelo ventiduenne, a interpretarne il protagonista e in cambio vuole solo una poltrona in prima fila; l’esordio con un parterre de roi in teatro, e un po’ dopo il padre che lo seda e lo fa rinchiudere una quindicina di giorni in manicomio, “come si usava all’epoca” (fu anche l’esperienza di Campana, poeta amatissimo, la cui musicalità si ritrova nei versi beniani); e il Teatro Laboratorio da 26 posti in un’ex falegnameria a Trastevere, cortile al n.23 di San Cosimato (subito pensiamo all’affettuoso TheatrLaboratorium Aikot da 27 posti di Di Bonaventura!); e i Moravia, Pasolini, Morante, Visconti, Flaiano ecc. che vanno a vederlo in scena; il rapporto complesso col grande Eduardo; e poi il successo anche di pubblico; e l’assoluto capolavoro di quel “Bene! Quattro modi diversi di morire in versi: Majakovskij – Blok – Esènin – Pasternak”; quella Lectura Dantis nell’ ‘81 dalla Torre degli Asinelli a Bologna per l’anniversario della strage e in duecentomila ad ascoltarlo, una sera di caldo scirocco in cui l’artista “chiedo scusa per il vento”, dice alla fine.

E le ardite manipolazioni (le chiamava “variazioni”) dei sacri classici teatrali; le costanti invettive contro la critica militante e i giornalisti ignoranti (li vedesse oggi…), contro quel Ministero dello Spettacolo che chiamava “lo spettacolo del ministero”; e tutto si perdonava a quel guru intellettuale che era, indomito sperimentatore, vulcanica avanguardia della ricerca teatrale contemporanea, che sarà poi acclamato Poeta dell’Impossibile dalla milanese Fondazione Schlesinger creata da Eugenio Montale.

Balenano, tra colloquio e aneddotica, i pilastri della poetica beniana e della sua visione di teatro: che fu  lotta contro il naturalismo e la drammaturgia borghese, contro il teatro di testo e l’immedesimazione dell’attore in un ruolo, a favore di un teatro del soggetto-attore, “macchina attoriale” (così definiva se stesso) in cui l’attore sia Artifex, artefice di tutto – come lui, autore regista attore scenografo costumista – e teatro egli stesso, hic et nunc. E l’impareggiata sua ricerca intorno alla phoné, sistema unico che nella visone di Bene comprende, inscindibilmente insieme, voce attoriale – cavità orale, corde vocali, contrazione diaframmatiche – e macchina, quindi amplificazione, equalizzazione ecc.

La lezione di Bene sull’arte attoriale rivive oggi nell’attore-solista che dal leggio – sua personalissima Cava Rossa – alterna i versi stroboscopici de ‘L Mal de’ Fiori a stralci della biografia in forma d’intervista: felice regia che scolpisce in altorilievo la statura di un vero artista-veggente (come è stato definito), l’ultimo forse in cui vita arte opere si saldano in rapporto osmotico e fecondo.

Specialissimo il tessuto sonoro – virtuoso duo di fisarmonicisti finlandesi – che dal poderoso impianto acustico colora il verso e ne estrae la potenza. E se anche la “voce-orchestra” di Bene non è qui, Vincenzo magicamente ricostituisce quella che Dotto chiama “l’alleanza tra l’elemento musicale e cantato con l’elemento vocale inventato, creato, reso necessario” (in Vita di Carmelo Bene, 1998).

Ne ‘L Mal de’ Fiori è l’oralità che si fa scrittura (il morto orale che è lo scritto) e il poema ricava la sua musica dal formidabile apparato di soluzioni espressive, crogiuolo di arcaismi, idioletti, neologismi, francesismi, ispanismi ecc. Vero “mosaico plurilinguistico” – lo chiama Sergio Fava nella sua presentazione – ipnotico magma in cui la voce – Voce mia tua chissà  – esprime l’assenza, il vuoto delle cose mancate.

È ‘L Mal de’ Fiori infatti, poema della “nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento” – (Noi non ci apparteniamo. E’ ‘l mal de’ fiori / Tutto sfiorisce in questo andar ch’è star / inavvenir ) e della loro assordante assenza; è “liturgia dell’altrove” e coscienza dell’impossibilità di collocare la vita nel tempo, perché Nel sogno che non sai che ti sognare / tutto è passato senza incominciare e – scrive il poeta nell’auto-intervista – “il passato è niente anche laddove s’illuse a essere presente”.

Così il corpo materiale, il traumato soma che ci imprigiona, vive in una sorta di dormiveglia la nostalgia della non-vita (”Ciò che mi ossessiona da sempre è la nostalgia dell’inorganico”), del tempo “prima dei fiori”. E’ assenza e mancanza anche l’amore, dialogo impossibile, distanza totale che il poeta viviseziona e spietatamente degrada in fisicità esasperata e grottesca, che sovverte ogni idea di amor cortese nel momento in cui ne ricalca le forme linguistiche di matrice provenzale.

Nel paradosso esistenziale (“Nessuno è autore di qualcosa. Siamo copie senza originale”) in cui vaghiamo come naufraghi – Tu che non sei che non sarai mai stata / il mal de’ fiori presso allo sfiorir / dolora in me nel vano ch’è l’attesa / del mai più tornare – anche il linguaggio altro non può essere che vani smarriti soffi rauchi versi / prescritti da un voler che non si sa disvoluto / e l’unica conclusiva realtà è il nostro non appartenerci (Orrifica è l’umana / scriventesi la specie).

“Non è solo l’amico che ci manca, ma quella voce (…) che era la nostalgia di tutto ciò che abbiamo perduto senza avere mai avuto”, scriveva Giancarlo Dotto. Ma quella voce che “strappava la pelle” risuona ancora nel nostro tempo sfocato, e pur se “non sapremo mai abbastanza di lui”, sappiamo stasera che il nostro attore-solista ci ha restituite intatte, di quella voce e di quell’arte, la vertigine e la bellezza.

 

 

9 giugno 2018                               Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

 

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