OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

Più che l’amore
di Gabriele D’Annunzio

 Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

Ospitale delle Associazioni  –  Grottammare Paese Alto  –  5 luglio 2018  h21.15

Come colui che non sa

        E’ uno spettacolo che vedrete adesso e mai più – dice Di Bonaventura – poiché nuova e diversa è ogni messa in scena che ri-scrive il testo per mano del soggetto-attore e perché questi è, nell’insegnamento del maestro Jacques Lecoq, come colui che va in scena e non sa.

Superare il testo, dis-apprenderlo dopo averlo appreso è il punto di partenza, la scommessa attraverso cui l’interprete plasma la sua capacità di creare, naviga a proprio rischio, forgia un teatro lontano dalla sclerosi dell’ufficialità, dei generi e delle mode, ricrea sulla scena il gioco della vita e delle sue leggi, cerca “quello che si recita di essenziale nell’essere umano”.

E’ per questo che Di Bonaventura può dire “del testo di D’Annunzio non ricordiamo niente”: la macchina attoriale lo ha “rubato” e dis-fatto, ha trasformato – come nella lezione di Carmelo Bene – il testo a monte in testo in scena, e il teatro del già detto in teatro del dire.

Avanguardia che attinge all’antico, ai grandi territori drammatici della Tragedia classica e della Commedia dell’Arte, e attori/artefici sono questa sera Vincenzo e Simone, che ri-creano il testo dannunziano dopo averlo “dimenticato”.

Stroncata dal pubblico e dalla “vil canizza gazzettante” al debutto romano nel 1906, “Più che l’amore” è da allora pochissimo rappresentata, come in genere – anche oggi – tutto il teatro dannunziano.

Di esso, all’epoca, gli ambienti borghesi accolsero con disagio la novità, l’aprirsi agli sperimentalismi della scena internazionale, il contrapporre alla grande stagione del teatro naturalista di inizio secolo, il “teatro di poesia”: destinato tuttavia, a dispetto di mode e convenzioni, a “incidere profondamente nella trasformazione dei codici  drammaturgici del Novecento”.

La “Terza Roma, al principio della primavera, tra due vespri” sono il luogo e il tempo della tragedia. Lo spazio rarefatto dell’interno romano in cui Corrado Brando e Virginio Vesta agiscono è teatro di un confronto di anime legate da affetto fraterno ma lontane, per sempre scisse dalla febbre che brucia in Corrado.

Divorato dal perpetuo desio della terra incognita, di quell’Africa di cui sente il fischio dell’aquila pescatrice, e vede gli avvoltoi e le cicogne levarsi su l’Uèbi, egli sente di essere della razza dei Caboto, sa di poter solo andare avanti, La mia sete io non la estinguerò se non ai pozzi di Aubàcar.

Egli è l’ulisside destinato al fallimento, inconciliabile col modello di società borghese che gli si offre, l’Italietta giolittana dei ministeri e della burocrazia; lo consuma il fuoco di quella sfida mai domata; vorrebbe, come il Ruspoli sepolto sulla via del Daua, lì morire e anche lui avere per monumento funebre un ramo secco fitto in un mucchio di terra come è usanza della gente Amarr per onorare i capi.

Non è per lui la parola sepolcrale Kalas! – basta! – esalata dagli uomini dell’altipiano boccheggianti e sfiniti, egli cerca la lontananza più che la gloria, poiché Tutti i miei istinti balzano oggi in guerra contro l’ordine che mi opprime. 

Tentare ogni strada pur di tornare laggiù, degradarsi nell’azzardo e nel tradimento per trovare il denaro che occorre, precipitare fino all’abiezione del delitto, saranno questi la sua scelta e il suo destino.  Non l’amico fraterno, non l’amore totale di Maria e la luce della nuova piccola vita che si annuncia dentro di lei, basteranno a fermarlo.

Virginio è l’amico che gli oppone la forza limpida del suo intelletto, che trasfigura in arte il proprio sapere, in poesia i moduli logaritmici applicati ai suoi studi di “umile ingegnere idraulico”; per il quale il sogno è il gradino su cui salgo per avvicinarmi alle mie speranze; è colui che vede nella poesia l’essenza stessa dell’Universo, che gli indica il ritratto di Beethoven come di quel titano che dice “Non riconosco altro segno di preminenza umana se non la bontà”; che gli ricorda gli anni degli studi, condivisi nella squattrinata quotidianità e fervidi di passione artistica, quando l’aver acquistato un modico busto di Dante e l’averlo piazzato fra i due letti bastava a farli sentire più forti della stessa fame. E che da quella stessa Maria, sorella teneramente amata – con quel suo viso che è come la superficie d’una polla –  egli trae la forza interiore che lo salva da tutto ciò che ha conosciuto di ignobile e di feroce.

Ma la catastrofe incombe, era già nel presagio che Maria scacciava da sé (Pareva venuto non so che autunno di sotterra), è nelle parole di Corrado al servo Rudu che chiede se saranno “già stasera a Sigalè, in mezzo al bosco”: Ah Rudu, non servo ma compagno, buon compagno, che darei per esserci stasera con te in un cerchio di fuochi.

Non può soccorrerlo l’amico Virginio, sono su rive opposte e la mano che gli tende non lo raggiunge: Virginio con la sua “persona circoscritta”, il suo “compito prefisso” (L’ordine riposa su di te, su la tua costanza infallibile. Tu sei un artefice della vita arginata) che gli ricorda Altre vite tu schianti con la tua, che l’accusa Tu hai disumanato l’amore, ma che ancora non vuol dirgli addio – Io piango in te l’eroe degli orizzonti serrato contro un muro cieco

E’ Corrado a pronunciare il saluto estremo, in una gloria che fu silenziosa, e al fratello perduto intima Va’, Virginio, tutto fu detto. Le nuove Erinni!

I tre uomini sono già alla porta, Rudu ha ricevuto il suo ordine (Falli entrare. E tu tieniti indietro), Corrado ha radunato le sue armi, impugna quella che a breve distanza meglio gli serve.

Col buio in sala scende l’ideale sipario su quella scena nuda fatta di due sedie, un tavolo, un ritratto, dominata per oltre un’ora dalla passione di una tragedia antica e dalla tensione di un moderno thriller.

Gli spietati neon dell’Ospitale ci restituiscono Vincenzo e Simone, figure amiche e qui prodigiosi attori-artefici-testimoni della “eternità della poesia che abolisce l’errore del tempo”. Con loro abbiamo toccato il fantasma del dolore titanico nell’uomo di ogni tempo e attraverso di loro, perfino, ci è parso udire la voce del Poeta: “Nessuna delle mie opere fu mai tanto vituperata, e nessuna mi sembra più nobile di questa” *

          *G.D’Annunzio: “A Vincenzo Morello” in Più che l’amore

 

7 luglio 2018                          Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

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