OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

LA CADUTA
di Albert Camus 

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli 

Ospitale delle Associazioni  –  Grottammare Paese Alto  –  19 luglio 2018  h21.30

IL VENTESIMO

 

       Venti gli incontri con Di Bonaventura e il suo teatro, quattro le stagioni trascorse dall’inizio del Viaggio Cosmico-Letterario. Come astronauti al rientro, ci riadatteremo alla forza di gravità ma – come loro – ciò che abbiamo visto e ascoltato ci ha cambiati e l’universo per noi si è dilatato, terribilmente e meravigliosamente.

Lo “spettacolo autentico” che è il teatro – nella definizione di Artaud – ha trasmesso le sue vibrazioni, fatto dell’arte scenica “iniziazione” capace di travolgerci e possederci.

Da Leopardi a Nietzsche, da Pasolini a Campana, da Pirandello a Ionesco – sono solo alcuni – ogni Recital ha esplorato tutte le possibilità dell’esistenza, dis-fatto teatro e testimoniato poesia, tolto di scena (direbbe Carmelo Bene) più che messo in scena; ha usato lo spazio (il freddo non-luogo dell’Ospitale) e l’assenza di scenografie, quinte, fondali, così come Peter Brook usava “lo spazio vuoto”: per scoprire la nudità delle cose – la realtà, dunque – cui si possa aderire con tutto il coinvolgimento e l’energia neuronale di cui lo spettatore è capace.

La Caduta” è la chiusura forse emblematica del ciclo: perché Camus mette a nudo duplicità e ipocrisie, e nel farlo trascina il lettore/spettatore davanti allo specchio, e impietosamente strappa il velo delle nostre sicurezze e prosopopee.

Nella ri-scrittura scenica di questa sera il lungo monologo si sdoppia e l’avventore di Mexico City (bar dal nome improbabile alla periferia di Amsterdam), anonimo destinatario delle confidenze di Jean Baptiste Clamence e come lui parigino, si materializza attraverso Simone (Lei ha circa la mia età –  valuta Clamence osservandolo – è più o meno ben vestito, ha le mani bianche. Quindi un borghese, più o meno): con discrezione si presta all’ascolto, pone le domande giuste.

Clamence è dotato di superiore ironia (Quando uno, di mestiere o per vocazione, ha meditato a lungo sull’uomo, gli accade di provar nostalgia per i primati, confida) e il suo linguaggio è ricercato (Confesso d’avere un debole per il bel parlare in genere..); si trova a proprio agio nei “luoghi elevati” – metaforicamente e materialmente – ma è invece sull’abisso dentro di sé che dovrà chinarsi per guardarvi, per ascoltare come non ha mai fatto il suono di moneta falsa di ogni suo gesto benevolo e virtuoso, la volontà di potere nascosta in ciascuno di essi, l’amore di sé come unica spinta di ogni buona azione (Ho capito che la modestia mi aiutava a brillare, l’umiltà a vincere, la virtù a opprimere).

Sembrerebbe il punto di partenza di una redenzione, in realtà è una caduta: riconoscere la duplicità di un altruismo esibito ma radicato nell’egoismo equivale a smascherare l’ipocrisia non solo propria e del singolo, ma anche quella che sostiene l’intera struttura sociale.

Una risata alle proprie spalle proveniente da chissà dove sul ponte delle Arti, e una ragazza che dal Pont Royal si getta nel fiume senza che lui intervenga, sono gli accidenti che innescano in Clamence la crisi (…Viene sempre il giorno, o la notte, che la risata scoppia senza preavviso. La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno).

Egli dunque, avvocato parigino di grido e raffinato gaudente, dai comportamenti di ostentate generosità e benevolenza (Fisicamente sono stato favorito dalla natura, gli atteggiamenti nobili mi riescono bene senza fatica), il cui “accordo con la vita era totale”, una volta gettata la maschera che connota ogni suo atto virtuoso, attua la rivoluzione copernicana che lo trasforma in giudice-penitente.

Svelando ad altri la propria ipocrisia, il proprio usare a fin di male le sue proclamate virtù, egli diviene penitente delle proprie colpe; e al tempo stesso – in quanto specchio delle uguali altrui ipocrisie – si pone come giudice, legittimato a giudicare gli altri non solo per ciò che hanno inevitabilmente commesso, ma anche per l’insincerità che impedisce loro di ammetterlo.

Aver ribaltato la propria condotta è l’economia di salvezza che gli consentirà di continuare a vivere, a giudicare e a giudicarsi: la penitenza, continua e pubblica, è diventato il suo nuovo lavoro (Che ebbrezza sentirsi padreterno e distribuire attestati di vita dissoluta e di cattivi costumi), e quella risata alle sue spalle cesserà forse di farsi udire.

Lo spazio vuoto agìto da Clamence/Vincenzo e dall’interlocutore/Simone si è popolato di fantasmi lungo il percorso: i parigini (Quasi cinque milioni?…Sia pure, avranno figliato.. Mi è sempre parso che i nostri concittadini avessero due frenesie. Le idee e la fornicazione); Amsterdam (Bella città, vero? … Io abito nel ghetto … Settantacinquemila ebrei deportati o assassinati, la pulitura mediante il vuoto … io abito nel luogo d’uno dei maggiori delitti della storia); la libertà, Dio, l’amore… Intorno aleggia la riflessione cui è impossibile sottrarsi, sulla “banalità del bene”, su quanto dell’etica individuale di ciascuno si basi sull’opinione che gli altri hanno di noi.

Albert Camus morirà precocemente nel 1960 in un incidente d’auto: “da folgorante James Dean della letteratura” scrive Domenico Quirico nel 2013, centenario della nascita, e ricorda come conformismi e poteri di ogni risma abbiano tentato di panteonizzare e marmorizzare questo intellettuale, “uno dei pochi attenti, in una Francia in preda al dubbio e alla follia”; la cui potenza critica si è chinata sulla condizione dell’uomo nei momenti più bui di un secolo che molto ha in comune con il panorama storico e culturale dell’oggi; per il quale è la menzogna il peggiore dei mali, poiché tradendo e interrompendo la comunicazione lascia che lo spazio sia occupato dalla violenza, quella fisica ed esplicita o quella occulta e subdola che preme sulle coscienze.

“Limitato alla sfera di coloro che ci sono più vicini, il sentimento
di benevolenza è incapace di aprirsi alla considerazione dell’altro
in quanto tale: il dispiacere per la vittima, il disadattato, lo
straniero, il prossimo di qualsiasi genere, non viene da noi
provato se non in maniera astratta, intellettuale per così dire, ma
senza toccarci realmente e, di conseguenza, senza spingerci ad
agire in suo favore

  1. Terestchenko, Une si fragile vernis d’humanité

 

21 luglio 2018                          Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

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