“Selezione naturale”

         Sulla stampa locale di fine luglio (Corriere Adriatico, 26/07/’18) ci si occupa di scuola. Una dirigente scolastica affida al giornalista i dati concernenti l’altissimo numero di studenti rimandati e bocciati nel suo Istituto – il Liceo Scientifico Orsini di Ascoli Piceno – e se ne cinge come di un alloro, ne fa attestato di “eccellenza”.

“194 i rimandati durante l’anno scolastico”. Significa che questa scuola ha visto ritirarsi (a.s. 2017/18): 56 studenti delle prime classi, 68 delle seconde, 42 delle terze, 28 delle quarte. Poi ci sono i “bocciati”: 21, compresi i due non ammessi alla Maturità.

Cifre che sgomentano, nelle loro evidente anomalia, ma più ancora impressiona il senso altamente positivo che la preside ricava – e il giornalista acriticamente raccoglie – dalla lenzuolata di cifre. Che sono quelle di una Waterloo scolastica, e non inorgoglire dovrebbero tanta dirigenza, quanto suggerire a questa il dantesco e se non piangi, di che pianger suoli?

Non piange, la preside, anzi trova in quelle cifre “conferma dell’altissimo livello qualitativo”  che fa di quel Liceo un “punto di riferimento per la formazione di 2° grado” e ostacolo insormontabile per “chi non abbia in tasca le giuste qualità per farcela” (sic), conferma che il liceo ascolano non è “di facile approccio per tutti”. Il diploma lì conseguito è perciò di quelli “pesanti (….) che in prospettiva valgono davvero di più” chiosa infine, non si sa se la preside o il giornalista.

Inaudito è che l’autorità scolastica utilizzi come marcatori di eccellenza le cifre di un’ecatombe: impietosa testimonianza, invece, di una scuola che ha mancato clamorosamente i propri obiettivi, che è venuta meno al suo fondamentale compito formativo.

Non importa che si tratti di istituto superiore e non di scuola dell’obbligo: non c’è tassonomia degli obiettivi, dalla primaria in su, che contempli come prerequisito l’avere in tasca le giuste qualità per farcela (sorvoliamo sul retropensiero di un’espressione così didatticamente infelice); non c’è sistema formativo che contempli fra i suoi metodi  la clava della “selezione naturale”.

Chiunque sappia appena un po’ di scuola sa che obiettivo fondante di questa è, al contrario, il superamento degli ostacoli, la valorizzazione delle differenze, la la stimolazione del pensiero autonomo, l’incoraggiamento delle attitudini. Oltre alla valorizzazione delle eccellenze, s’intende. Non da adesso: almeno dal Liceo di Aristotele in qua. Purchè dirigenti e docenti per qualche strana distopia non scambino la scuola per una di quelle nefaste Università private che eccellono in concorrenza spietata, cannoneggiando numeri, dati, grafici, tabelle e… morti sul campo.

La scuola è altro da questo.

Resta la domanda sull’entità del danno prodotto da una scuola feroce che tradisce il proprio compito di formazione umana e culturale in senso ampio facendosi demiurgo di una presunta, presuntuosa, antieducativa e antididattica “selezione naturale”; da una scuola che spinge così tanti ragazzi a “mollare” (che razza di espressione) in un’età delicata che non la parola fallimento dovrebbe includere nel proprio vocabolario, ma ben altre: impegno, entusiasmo, curiosità dell’apprendere, gioia della conoscenza di sé.

Il fallimento va lasciato alla semantica dei mercati; e se gli studenti non sono merce utile all’autopromozione di chi mena vanto della propria ferocia, verranno sanamente educati a misurarsi con le proprie attitudini, limiti, qualità, debolezze, a fare i conti con le proprie speranze e delusioni, con sconfitte costruttive. Mai e poi mai con la “selezione naturale”.

Curioso è che specularmente, sulla stessa stampa, un’altra preside – Liceo Classico e Linguistico “Leopardi” di Macerata – vanti elementi di segno contrario come conferme di eccellenza: gli ottimi e generalizzati esiti dei suoi studenti, culminanti nell’alta percentuale di maturati col massimo dei voti. I ragazzi che scelgono il Leopardi, dice la preside, “sanno di esser pronti a impegnarsi secondo quello che richiede una scuola come questa”.

Istruttiva competizione tra dirigenze, duello di  scuole a colpi di eccellenze contrapposte. Sono più brava io, no io.

E clamorosa scoperta: la differenza antropologica tra i liceali ascolani dell’Orsini – avventurieri di scarse attitudini che incuranti dei propri limiti intellettuali affrontano presuntuosi una scuola che in pochi mesi, prima ancora di essere almeno a metà strada, li mette alle corde lasciandoli stremati e sconfitti come migranti sui gommoni – e i liceali maceratesi del Leopardi che si iscrivono a quella scuola possedendo un patrimonio genetico di prerequisiti elevatissimi che li rende praticamente già universitari e dottorandi fin dal primo anno di corso, a loro volta antropologicamente diversi da quelli degli istituti professionali che – minus habentes – hanno “più attitudini all’aspetto tecnico-professionale per l’orientamento al lavoro” (sic).

Ovvio che non di questo si tratta, ma piuttosto della schizofrenia di un sistema scolastico che da contrari venti è combattuto, e la bussola l’ha davvero smarrita tra aziendalizzazione, presidi-manager, scuola-lavoro, concorrenza e via mercanteggiando; che, ormai fuori rotta, scambia per eccellenza e progresso il tornare indietro:  alla scuola arcigna e classista che credevamo di esserci lasciati alle spalle, da Barbiana in poi.

 

1 Agosto 2018                                    Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

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