[ L’undici settembre del PINO BAR continua ]

San Benedetto, 11 settembre. Sullo sgangherato foglio A4  [contornato di firme e timbri minacciosi – scritto a mano, neanche la dignità di una stampa! – appiccicato con strati di scotch alla serranda del PINO BAR ] evidentemente non c’entrava; ma sulla stampa cartacea e on-line, a chiusura di un diabetico e tombale comunicato comunale in burocratese alla Azzeccagarbugli, compare anche quella frase sibillina ma chiara (il furbastro latinorum di Don Abbondio non inganna il “povero Renzo”, oggi come allora).

     Quel “… nuovo affidamento previa definizione della destinazione d’uso, al di là del contorsionismo linguistico, svela il barbatrucco amministrativo necessario per avere le mani libere PRIMA (previa) della nuova asta di affidamento di gestione.

Facile il percorso per il Comune: per ottimizzare il rendimento di questa come delle sue altre proprietà, basta cambiare la destinazione d’uso e adattarla al mercato.

Cosa importa se il PINO BAR è ufficialmente “locale storico”; se ha vincoli storico/architettonici [anche l’insegna BAR GELATERIA e il bancone sono originali, ma la Soprintendenza dimenticherà pure che questo “Chioschetto in stile Liberty” fu progettato dall’ing. Onorati come la vicina Palazzina Azzurra, lo storico Lungomare, la Rotonda con la fontana…]; se è stato gestito, rispettato e conservato integro per decenni da una famiglia che ora viene cacciata in malo modo e messa alla gogna; se i sambenedettesi-doc amano questo luogo rimasto miracolosamente intatto e ci si rifugiano anche solo per pensare; se perfino i turisti vorrebbero continuare a frequentarlo così com’è, tanto da aver contribuito alla spontanea raccolta di firme di “resistenza”, arrivate a quasi 2.500.

Storia di ordinaria prepotenza-e-ingiustizia-secondo-le-leggi come le tante di cui il nostro territorio è prodigo. Sempre secondo le norme, va da sé: basta giocare con astuzia le carte giuste, truccarle quanto basta per restare nella legge “interpretandola”, salvando la facciata così che le anime candide si convincano che va bene così perché “è tutto in regola”.

Il Comune potrebbe ancora, dopo la carta della “definizione della destinazione d’uso”, calarne altre sul tavolo degli speculatori: e il futuro e mai sazio gestore – ma chi sarà mai, si chiedono gli ingenui… – avrà mano libera per realizzarci il suo spettacolare rapace localone. Altro che un piccolo affettuoso bar.

Soddisfatti, benpensanti e bellagente. “Basta con le brutture del PINO BAR!” schiamazzano in coro mentre segano il ramo (di pino) su cui stanno seduti.

14 settembre 2018            PGC

 

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