Vino Verdicchio contraffatto. Dicono il peccato ma non il peccatore.

 La guardo con sospetto, la mia bella dama di Verdicchio DOC dei Castelli di Jesi comprata ieri al supermercato, facesse mai parte di quel lotto incriminato.

“Operazione Falsicchio” l’hanno chiamata, ma come se l’inventano certi nomi? 15.000 litri – 3.000 “dame” – di Verdicchio DOC fasullo, dopo i ben 150.000 litri di maggio, sequestrati “in un’azienda vinicola del Piceno” (di Monteprandone, forse) dalla Guardia di Finanza, dall’Ispettorato Centrale Tutela e Qualità per la repressione delle frodi alimentari, e mi pare pure dai Carabinieri, insomma gente tosta in divisa.

La sto osservando, ma lei non si muove e non parla, sembra una dama seria… Sono indeciso se fare io la prima mossa, bere un goccio del suo Verdicchio, vedere se muoio…

Domani per star tranquillo vorrei riportarla al supermercato (in zona Monteprandone, pensa tu), farmi restituire i soldi. Ma non posso: nel diluvio di paginate dei quotidiani che da giorni raccontano il fattaccio non si fanno nomi, né della cantina né del commerciante né del supermercato (un’importante catena di supermercati, sembra). Bocche – tastiere – cucite col fil di ferro. Eppure il reato è chiaro, c’è l’arma del delitto. Nessuno sente il dovere di completare l’informazione. Anche per rispetto e a tutela dei consumatori. Di cosa hanno paura?

Strana anche l’omertà degli operatori del settore: ristoranti e pizzerie, commercianti di vini, cantine del territorio, supermercati, pizzicagnoli… La faccenda non li danneggia? Si sentono in una botte-di-vino di ferro? Sono sereni? Giurerebbero sull’onestà delle loro dame verdicchie?

       Non è strano invece il pesante silenzio dei giornalisti. E questa è un’altra storia.

12 ottobre 2018                PGC

 

letteraturamagazine.com

 

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