“OFFICINA TEATRALE”               GRUPPO TEATRALE AEOIDOS

Sotto l’erba dei campi da golf
da un testo Fabio Cavalli

Riscrittura scenica di   

Vincenzo Di Bonaventura
 con
Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

 Ospitale delle Associazioni – Grottammare Paese Alto – 28 ottobre 2018  h17

“Reattività molecolare”

        È così che Di Bonaventura definisce, conversando col suo pubblico, il flusso di energia attoriale che procedendo dal bravissimo Simone a se stesso, e viceversa, plasma in solo poche ore di preparazione una messa in scena in cui l’attore ri-crea il testo – il testo è l’attore, per Carmelo Bene – e dis-apprendendolo dopo averlo appreso mette in gioco la propria capacità di creatore. Attori/artefici che oggi, su una scena pressoché nuda, lontani da ufficialità e mode, navigano a proprio rischio  e sono essi stessi teatro, infinita rappresentabilità ogni volta nuova e diversa.

La scommessa è ardita, perché gli attori “agiscono” un lavoro teatrale mai edito, la geniale creazione di Fabio Cavalli scrittore-attore-drammaturgo-scenografo: quel Sotto l’erba dei campi da golf che vide la luce su Hystrio, autorevole rivista di settore, e fu vincitore del premio Manerba “Teatro e Scienza” 1994.

Rappresentato per la prima volta un decennio fa da Di Bonaventura nel glorioso Teatrlaboratorium Aikot 27 di via Fileni a San Benedetto – con la presenza dell’autore – eccolo ora di nuovo, per noi. “Le prossime repliche – promette Vincenzo – saranno a casa mia, 14 posti a sedere, cane compreso”. [Ed è anche oggi fra il pubblico, la dolce sapiente Toffee].

Federico De Andrade (Vincenzo) tecnico informatico, il prof. Allen Bachman (Simone) paleografo, un laboratorio universitario, un venerdì sera; le unità di tempo (la notte) e di luogo (il claustrofobico laboratorio) che circoscrivono l’azione si dilatano ben presto nell’universo – sotterraneo, forse fantascientifico, certo misterioso – evocato nel febbrile dialogo/scontro tra i due.

Il sottosuolo del laboratorio, percorso dai cavi telematici di cui De Andrade è tecnico responsabile, è solo parte infinitesima di un labirintico mondo di sotto, da lui incessantemente esplorato e scavato (“Tutta la vita ho dedicato a questo… Non ho fatto altro che scavare…”) con l’ossessione di una certezza: che il mondo di sopra non è il solo reale; che un altro ce n’è, di sotto, altrettanto esteso, infinitamente replicato per antri e cunicoli.

Una Città del Buio, ramificata sotto le nostre città e metropoli, “sotto l’erba dei nostri campi da golf”, sotto la terra che calpestiamo; dove un’umanità del sottosuolo vive da millenni ad un livello altissimo di organizzazione e di “felicità”. Milioni d’individui che hanno rinunciato alla luce, ma capaci di gioia e di canto, di allegria e di amore; protetti dalla propria cecità (“la vista è il più ingannevole dei sensi”) e dalla lingua indecifrata e misteriosa che li rende inconoscibili al mondo di sopra. “Sono liberi e felici. Sono immuni da violenza. E ci stanno aspettando”, è la rivelazione di De Andrade a Bachman.

La chiave d’accesso all’utopica città del buio, forse Annelise – compagna del professore, paleografa e conoscitrice del sanscrito – l’aveva trovata: nell’unica epigrafe bilingue, in sanscrito e nella lingua del mondo di sotto. Per questo è morta. “Loro l’hanno espulsa … era incontrollabile … sono superiori, l’hanno espulsa perché temono che qualcuno scopra il loro mondo”: è ciò che De Andrade rivela al professore – sequestrato nel suo laboratorio, nella notte in cui nessuno lo cercherà – mentre gli consegna la metà dell’epigrafe, la chiave a lungo cercata. Bachman tuttavia non ha dubbi, è lo stesso De Andrade ad aver ucciso (“Avevate trovato la pietra, tu e Annelise; lei voleva condividere la scoperta, tu no, ed eri pronto a tutto”).

Ma nel teatro che supera il testo, qui e ora il finale resta aperto: De Andrade è sognatore e – dice Vincenzo – un sognatore non può uccidere…

Distrutta l’epigrafe, la chiave d’accesso è perduta: è lo stesso Bachman a frantumare i reperti che la contengono, e l’Utopia di quel mondo altro e diverso, sotterraneo e cieco, liricamente felice, sarà irraggiungibile per millenni ancora, o per sempre… “Distruggi un sogno”, è la disperata conclusione per De Andrade.

Dramma visionario e geniale, che attraversa i generi: è thriller, che avvince con lo svelarsi di dinamiche altre e segrete; è giallo, indagine e sfida intorno ad un crimine; è fantascienza e scienza, è archeologia e geologia, forse teologia… La riscrittura scenica di Vincenzo ne fa climax di irrisolvibile tensione, concitato gioco di registri che procedono dal colloquiale al sarcastico, dal lirico all’apocalittico. Su tutto, a dispetto del titolo “ambiguamente leggero” (Cavalli), l’opera tocca corde profonde, dilemmi antichi.

Perché il mondo sotterraneo popolato di angeli ribelli e felici riconduce la coscienza alla più ancestrale delle verità: il nostro essere figli della scelta di Caino, segnati dalla”necessità” della colpa – il “fratricidio necessario” – da cui discendiamo e da cui discende la storia; tormentati come Caino dall’invidia per la limpida purezza di Abele, coscienti della nostra asimmetria nell’armonia dell’universo, umanità zoppa destinata alla nostalgia di ciò che, prima della scelta ineluttabile, eravamo e che ancora possiamo e cerchiamo di essere quando nell’Utopia scorgiamo “orizzonti di dignità e bellezza”.

Il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?».  Genesi 4, 9

 

31 ottobre 2018               Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

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