William Shakespeare
Sogno di una notte di mezza estate
(Sen Čarovné Noci)
 Regia Daniel Spinař

Národní Divadlo
(Teatro Nazionale)
PRAGA   10 novembre 2018   h 19

 La sostanza dei sogni

 … e alla sommità del mio amore mi sembra di cadere
schiacciato sotto il peso della sua potenza
 Shakespeare, Sonetto 23

      Dev’essersi infine abituato, il barbaro non privo d’ingegno, alle riscritture del carismatico suo “Sogno”, innumerevoli nel tempo. Ne sarà stato anche compiaciuto, quando i “manipolatori” si sono chiamati Granville-Barker, o Reinhardt, o Brook; certo se n’è incuriosito, quando il cinema e perfino il fumetto se ne sono appropriati.

Ma capitando oggi a Praga potrebbe avere una robusta crisi d’identità fino a chiedersi – restando in tema – “sogno o son desto?

Perchè la pirotecnica versione del regista Daniel Spinař per il Národní Divadlo (Teatro Nazionale) non solo riduce al minimo il testo originale (come dicono sia abitudine del regista) e dunque a poco più di metà le canoniche tre ore, ma di peso trasferisce il classico in una modernità quasi psichedelica, e il dramma comico diviene esplosione di forza vitale, girandola di virtuosismi, danze, effetti visivi, comicità, spettacolarità: roba da 21° secolo.

Chi non conoscesse l’opera – già complicata di suo – faticherebbe a raccapezzarcisi, e certo resta sorpreso chi non si aspetta una riscrittura scenica così audace; lo spettatore della poltrona accanto sembra aver ingoiato cemento, tanto è rigido, ma dopo la prima mezz’ora giurerei d’averlo visto sorridere…

E se poco è conservato della poetica e delle atmosfere magiche del testo originale, di allegria ce n’è davvero tanta in questa notte pazza e moderna: fin dall’apparire, nel prologo, delle due coppie – Ermia e Lisandro, Elena e Demetrio – vestite (sì, anche gli uomini) in uguale bianchissimo romantico abito da sposa, corredato da marcia nuziale di Mendelsshon.

Caduta ogni ambientazione tradizionale, niente palazzo né bosco incantato, nella scenografia di Henrich Boráros, ma a delimitare lo spazio solo un’alta tribuna da cui scendere e salire, pannelli bianchi attraverso i quali entrare e uscire di scena e, dominante in quella che dovrebbe essere la foresta fatata, un enorme circense trampolino elastico…

I tre piani narrativi della commedia – le imminenti nozze fra Teseo principe di Atene e Ippolita regina delle Amazzoni, la confusione amorosa nel bosco popolato di fate e folletti, le prove degli artigiani/artisti per il loro volenteroso sgangherato Piramo e Tisbe – nei soli 100 minuti dello spettacolo subiscono un’accelerazione vertiginosa che mette alla prova l’energia fisica e le doti acrobatiche degli interpreti e certo non induce cadute d’attenzione nel pubblico; gran parte del quale avrà intanto rintuzzato le iniziali perplessità per godersi lo spettacolo e l’indubbio talento degli interpreti (gli applausi finali e le numerose “uscite” lo testimonieranno).

Il repertorio degli equivoci indotti dalla scombicchierata magia del folletto malandrino, i conseguenti cambiamenti di attitudine reciproca dei quattro innamorati, tutto è declinato nel ritmo caotico, parossistico degli inseguimenti: su e giù da una ripida scala, dentro e fuori improbabili sacchi a pelo, perfino saltellanti sull’attrezzo elastico.

Opposto alle atmosfere “pop” che inquadrano i giovani amanti e quasi a spegnerne i bollori, è l’intermittente apparire del microcosmo fatato di Oberon, grande tessitore d’incantesimi, e di Titania regina delle fate: intorno a Oberon dal volto coperto da una maschera dorata, intorno alla leggiadra aerea Titania la cui chilometrica chioma è sostenuta da muscolosi danzatori caricaturalmente effeminati, si ricrea quel mondo al confine fra materiale e immaginario – questo sì, vicino all’originale – che esteticamente richiama quello fantastico delle allegorie rinascimentali.

Agli eccessi visivi e caricaturali si torna con la bizzarra famiglia di artigiani/attori, fasciati in aderenti tutine rosso fuoco e infilati in giganteschi cuori di peluche – rossi, va da sé – modello Festa di San Valentino.

Grottesco oltre l’umano nei suoi mutandoni ad altezza variabile, e orecchie come Yoda di Guerre Stellari, ma vero mattatore della scena, è il folletto Puck (strepitoso talento il suo interprete, Michal Kern): è lui, con l’intreccio folle e spesso crudele dei suoi equivoci, a rappresentare l’ingovernabile causalità con cui gli umani si incontrano e si amano senza possibilità di controllo.

Se sostanza ideologica e filosofica del “Sogno” è il grande interrogativo su ciò che abitualmente definiamo realtà e su quale valore di verità possiamo attribuire ad essa, qui l’azione scenica si delinea più marcatamente come teorema dell’amore che “in un mondo in disordine può essere la chiave per rimettere tutto a posto” (Tim Robbins), a dispetto della sua precarietà e intima vulnerabilità.

Sappiamo che il gioioso finale shakespeariano, mentre scioglie la condizione di confusa illusorietà in cui i personaggi hanno giocato il proprio ruolo, lascia in loro tuttavia il dubbio se ciò che hanno vissuto sia stato sogno o esperienza reale. A noi, dubbiosi e divertiti, non resta che affidarci all’inaffidabile spirito folletto, al mentitore e ribaldo Puck, e credere alle parole – forse vere forse no – del suo commiato: Perché questa storia d’ogni logica è fuori / noi altro non v’offrimmo che un sogno.

 “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti
i sogni , e la nostra vita è circondata dal sonno”

        W.Shakespeare

 

18 novembre 2018                       Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

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