(Convegno su “Albergo diffuso” a Ripatransone.  Il linguaggio, le veline)

        Che il giornalismo locale accolga acriticamente le veline facendone copia/incolla senza badare a linguaggio, contenuti, errori e orrori, è noto.

Recente e luminoso esempio, quello di Ripatransone e del suo Convegno su “Albergo Diffuso”, annunciato da gran rullo di tamburi giornalistici, atteso con interesse e curiosità.

Ben a ragione: l’esperimento, felicemente attuato con intelligenza misura e gusto da quasi vent’anni in Comuni turistici dell’Abruzzo montano – Santo Stefano di Sessanio e dintorni – lascia sperare il meglio.

Finalmente una località pregevole sotto ogni aspetto, come Ripatransone, si adopera per superare l’attuale catalessi.

Poi se ne legge il resoconto, o meglio  la velina del comunicato ufficiale, dalla stampa locale.

Generare esternalità positive; migliorare l’appeal del brand a Ripatransone; contestuale avvio della roadmap di implementazione del Modello a Ripatransone; presentazione della Case History legata a tale approccio turistico; formazione professionalizzante dei portatori di interesse (portatori d’interesse? come portatori di handicap?): è appena qualche stralcio di questa esemplare forma di comunicazione. Tralasciamo gli errori (che siano refusi o altro, andrebbero almeno “controllati”) e l’andamento sintattico dell’intero comunicato, il periodare più lungo e soffocante d’un boa constrictor.

Ci si chiede come possa venire alcunché di buono da amministratori, tecnici, esperti, responsabili economici e politici, decisori a vario titolo, la cui comunicazione si affida a un linguaggio tanto surreale e anti-italiano quanto pacificamente riprodotto sui quotidiani senza un sussulto d’intelligenza.

E da una stampa che ad un’informazione critica antepone il supino copia/incolla di pompose veline planate dalle stanze dei bottoni e mascherate da cronache, ignare di italiano, farcite di rimasticati anglicismi, astruse nella sostanza e indigeribili nella forma.

Che non avverte la necessità/dovere/professionalità di chiarire ai propri lettori ciò che è del tutto assente nel testo velinato con solerzia: l’esatto significato di “Albergo diffuso”, quali ne siano i precedenti vicini e lontani, le aree geografiche che ne hanno beneficiato, la filosofia e la valenza culturale, come si attui nel concreto (sgombrando magari il campo dai fraintendimenti di chi pensa che Albergo Diffuso sia solo un altro nome della formula B&B).

Quale educazione può mai venire al lettore comune, ai giovani, ai colti e agli incolti, a chiunque insomma, da un simile giornalismo-megafono?

Albergo diffuso” rischia allora di essere un’utopia, in tale contesto e con simili premesse, così come qualsiasi buon progetto che non muova da una comunicazione limpida, rispettosa dell’intelligenza e della capacità critica del pubblico, e da un “italiano diffuso”, lontano dal latinorum di nostrani donabbondio.

 

6 Dicembre 2018                      Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

 

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