Tornerà “Bella ciao” il 25 Aprile?

Tornerà “Bella ciao” il 25 Aprile?

[A San Benedetto del Tronto il problema si pone]

  Infatti l’anno scorso la Banda Cittadina, ubbidendo alla banda del Comune – dicono i maligni – incredibilmente non l’aveva suonata.

   Ma forse quella è stata solo una distrazione. O forse qualcuno aveva perso lo spartito, o l’aveva dimenticato a casa, o era volato via col vento… forse un lapsus del direttore… Vedrai che quest’anno la fanno, “Bella ciao” è una marcetta facile, due accordi e via. Ma dev’essere suonata col cuore e cantata tutti insieme e più volte (mentre le majorette si riposano) sennò il 25 Aprile non vale.

Se invece “Bella ciao” resterà ancora nel dimenticatoio, suggerisco al sindaco un gemellaggio con la città di Todi, dove l’Amministrazione Comunale – sindaco forzista appoggiato da CasaPound – ha addirittura negato il Patrocinio alla Festa della Liberazione.  [La motivazione: “Ognuno si fa le feste sue”]

 

23 aprile 2018                   PGC          

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Tanti auguri a tee, tanti auguri a teee, …

Tanti auguri a tee, tanti auguri a teee,

[http://www.repubblica.it/cronaca/2018/04/20/news/ascoli_piceno_professore/]

 

Caro prof, non so quando sei nato, ma voglio portarmi avanti col lavoro: non stando su féssbuc, devo cercare di ricordarmi da solo quando e a chi fare gli auguri, poi me ne scordo. Però so per certo che non sei nato né a Berlino né a Branau in Austria, quindi gli auguri (Glückwunsch) non te li faccio in tedesco, lingua che tu padroneggi benissimo.

So solo che una volta, ma forse più di una, entrasti in classe con un distintivo delle SS, che da una gita scolastica in Austria ti riportasti per ricordo una divisa nazista. E che oggi la tua preside, se da un lato cade dal pero, dall’altro graziosamente dice “non era un segreto che le sue idee andassero, in maniera pacata, in una certa direzione” – ah, in maniera pacata – ma “non ci sono mai state lamentele né dai ragazzi né dalle famiglie”. Normale, siamo in Ascoli. E siamo in una scuola, figurati.

Voglio farti gli auguri, caro prof, perché mi dicono che hai l’anima di artista e sei appassionato di fotografia, sennò come ti veniva la “brillante idea” di fare gli auguri all’artista e fotografo tetesco-di-Berlino Colmar Walter Hahn per i suoi 129 anni, “lo zio Walter”, brrr, certe foto… Ci credo che non intendevi farli al Führer, Adolf Hitler non scattava foto, non era un artista (per te era di pppiù!), “brillava” in altro…

Ovvio che dei miei sfottenti auguri ad un prof-vicepreside sputtanato (ma non è detto) non cale niente a nessuno, mentre quelli tuoi hanno a buon diritto ri-sputtanato Ascoli a livello mondiale. Meno danneggiata – perché lo è già di suo –  l’immagine dell’Azienda Scuola, azienda fallita e non più Istituzione, volentieri arresasi al Mercato cui riforme scellerate l’hanno consegnata; che, supinamente complice, ha rinunciato all’insegnamento vero, alla formazione delle coscienze, all’educazione delle personalità; che neanche espelle i prof della tua risma, ma li coccola li promuove e li difende.

21 aprile 2018                                   PGC

Nascondete i premi, o se li prende Alberto Cicchini

Nascondete i premi, o se li prende Alberto Cicchini

 

       Circola questa voce nel mondo della fotografia. Quando nei più prestigiosi concorsi fotografici internazionali partecipa lui, tranquilli che quasi sempre va sul podio o vince. Come al Fine Art Photography Awards di Londra, con migliaia di concorrenti.

A San Benedetto ci siamo abituati, non fa quasi più notizia. Mentre il suo medagliere va riempiendosi tanto che fra poco dovrà cambiare appartamento.

       Ma perché il nostro Alberto vince? Sappiamo che oggi, con tutta la tecnologia a disposizione, è agevole realizzare una buona foto. Scegli il soggetto, spari una raffica di scatti (a costo zero), guardi il visore, fai una cernita, scarti, scegli. Facile e veloce. Meglio se hai una buona attrezzatura, la compri anche su Amazon.

      Una volta, invece… Intanto non ti doveva tremare la mano. Poi dovevi essere bravo e svelto a fare le canoniche misurazioni luce-apertura-tempi-distanza, capire se mettere il tele, quando cambiare macchina, obiettivo… E poi i combattimenti con i rullini, e lo sviluppo, e la stampa e altro ancora: quante aspettative tradite. Pochi erano i concorsi fotografici, pochi i partecipanti, pochi i vincitori (cadevano subito nel dimenticatoio).

       Ma oggi, che siamo tutti fotografi compulsivi (fotografo-dunque-sono), con il mondo infestato da immagini usa-e-getta e conseguente moltiplicazione dei concorsi, rimediare qualche premio – magari per caso – che importanza ha.

La fotografia “vera” però è diversa, come quella di Alberto: e se, partecipando seriamente ai più vari concorsi – come lui fa da anni, con costanza – ti piazzi sempre bene e spesso vinci, il motivo c’è.

       Le sue premiate immagini del terremoto di Amatrice, per esempio, cos’hanno di speciale? Macerie a volontà, crolli, distruzioni, vittime, angoscia… forse sarebbe bastato andar lì il giorno dopo, anche il mese dopo, e scattare ad esaurimento pile. Senza neanche mirare. Invece Alberto ci si è gettato “dentro”, respirando la polvere e la paura come uno del posto, solo che non gli è caduta una trave in testa. Le sue sono testimonianze vibranti della tragedia appena provocata dal killer invisibile: fotografie dure, che “gridano” dolori infami, che “odorano” di disperazione non ancora rassegnata. Non mostrano “solo” danni.

    Non è rituale cronaca giornalistica. Certo, sono tecnicamente ineccepibili, ma non basta per vincere premi. E’ che i lavori di Alberto Cecchini sono “diversi”, contengono e trasmettono emozioni vive, che le giurie gli riconoscono.

       Per lui è una meritata fortuna, per i suoi colleghi no: a lui i premi alti, a loro quel che resta. Allora nascondete i premi, o…

 16 aprile 2018                            PGC

Anno Domini MXVIII

Prima di leggere quanto segue guardate il video accedendo al link
http://www.teramoweb.it/2018/03/le-scuole-di-teramo-danno-il-benvenuto-a-mons-leuzzi/

e…buona meditazione.

Anno Domini MXVIII.

Questa è la giusta collocazione temporale dell’evento!!!
Ma facciamoci quattro risate (amare) prima delle catilinarie che verranno.
In primis va detto che prima di insegnare ai ragazzi bisogna studiare: “chi canta bene prega 2 volte” avrebbe detto Sant’Agostino … “ebbene il Santo Vescovo d’Ippona, tali parole mai le pronunziò, ne tanto meno le scrisse!” http://www.sanpiox.it/articoli/spiritualita/1020-chi-canta-prega-due-volte-ma-non-per-sant-agostino .

Chi ha insegnato questa corbelleria alla ragazzina che l’ha ripetuta le ha anche detto che Sant’ Agostino si scagliò contro l’adulterio tollerato per gli uomini ma non per le donne? Le ha raccontato che invitava le donne a sposarsi più tardi per essere più libere nella scelta? Che predicava la completa parità di genere?
In epoca di femminicidi montanti può tornare comodo imparare da un santo (atei e non).

Ad ogni buon conto per cantare bene occorre una buona guida, ed i suoni che si sentono sono una penosa imitazione della musica: insegnanti, per favore, meno corbellerie e più professionalità!

Ma c’è di peggio: la poetica del “dio è un aspiratore che mi attira” e le rime baciate declamanti ”maccarun a la chitarr” per “greggi” di bambini ne sono un piccolo compendio.

Un bravo lo merita solo la fisarmonica!

Ed ora le catilinarie.
Cominciamo con Pietro Calamandrei ed il suo discorso ai giovani sulla Costituzione scritta con il sangue dei centomila morti in montagna o nei lager o nelle sale di tortura “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana ! Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità d’uomini”.

Ma forse a Teramo, o in Italia, ancora non s’è compreso che mandare semplicemente a scuola i giovani non basta: occorre vigilare su ciò che viene loro insegnato perché è da questo che si apprende cosa sia la libertà :

“la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso d’asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai”(sempre Calamandrei).
E quale lezione possono trarre quei giovani, in quell’ aere stantio di sagrestia, da un’esperienza di bigottismo quasi parossistico che ha travolto, oltre alle Istituzioni scolastiche, anche il Comune (col segretario generale) ed il Direttore dell’USP?
Eppure il Comune ha organizzato e pagato i pulmini per le scolaresche mentre i progetti per la ricostruzione post terremoto a Teramo si contano con una mano mentre ad Ascoli sono 149 circa e a Macerata quasi 200 !!!

Qualcuno ha anche detto che sì, la scuola può formare l’uomo, la cultura, ma poi… c’è bisogno della chiesa per completare il lavoro, con la sua guida e la sua importanza, dimenticando così lo sprone dei padri costituenti per fondare “ una nuova, forte e coinvolgente ‘religione civile’, capace di trovare nel senso dello Stato il suo valore essenziale, riscoprendo l’importanza della ‘cittadinanza attiva’ e che è assolutamente necessario nutrire una fede laica in noi stessi e nello Stato che siamo”.

“La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti”.(Discorso di Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma 11 febbraio 1950). Concetto talmente attuale da essere ripreso da T. De Mauro avverso la visione privatistica della scuola dell’allora ministro Gelmini.

Chi parla di “incontro istituzionale”, di “governance” del “binomio fondamentale scuola chiesa” meriterebbe di essere accusato di alto tradimento ! e questo pensiero servile spiega, infatti, come mai la nomina degli insegnanti di religione sia sottratta allo Stato ed elargita ai vescovi !!

Il tempo non è passato per la classe docente e dirigente della scuola teramana (o italiana); a quanto pare Lo Statuto albertino che definiva la religione cattolica come “la sola religione di Stato” è ancora in vigore e continuano ad ignorare che “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (art. 7 Costituzione Italiana)

Il fenomeno religioso deve, quindi, essere considerato sostanzialmente estraneo all’ordinamento dello Stato.

Da chi ignora queste cose ci si può così aspettare che faccia cantare alle proprie alunne l’ Alleluiah di Cohen come se fosse quello del Messiah di Haendel senza aver capito che quello è un Allelujah laica, è l’Allelujah solitaria di un uomo con tutte le sue complessità, è l’Allelujah a cui non attribuisce un ‘segno’:

Forse c’è un Dio lassù. Quanto a me, tutto ciò che sembro aver imparato dall’amore è in che modo sparare a chi è stato più lesto di te. Sì, ma non è una lamentela che senti stanotte, non è il ghigno di chi sostiene di aver visto la luce. No, è una fredda e molto solitaria Allelujah.”

Benvenuto signor vescovo, benvenuto nel passato, benvenuto nell’italia del fascismo democristiano come disse Pasolini in “scritti corsari”, accetti anche le chiavi della città, benvenuto nell’italia con la “i” minuscola

Francesco Di Giuseppe

PALCO ESAURITO

Ciclo sinfonico 2018

Ludwig vanBeethoven

Sinfonia n.9 in re min. op.125 per soli, coro e orchestra 

Orchestra Sinfonica Abruzzese

Coro “V. Basso” di Ascoli Piceno – Coro Accademia di Pescara – Coro Conservatorio “A.Casella”, L’Aquila

Corale Novantanove, L’Aquila – Schola Cantorum “S.Sisto”, L’Aquila

Direttore e maestro concertatore Pasquale Veleno 

          soprano Li Keng    tenore Riccardo della Sciucca mezzosoprano Daniela Nineva    baritono David Maria Gentile 

Ascoli Piceno – Teatro Ventidio Basso     12 aprile 2018  h21                                                                Società Filarmonica Ascolana

 Palco esaurito

       E’ il palco del Ventidio Basso, occupato in ogni centimetro quadrato dalla poderosa orchestra, dai cinque cori, dai quattro solisti. E dà i brividi il respiro divino di questa musica, mentre il pensiero va a quell’esecuzione del 1989 a Berlino, che festeggiò la caduta del muro (e Bernstein che la diresse sostituì Freude, Gioia, con Freiheit, Libertà): perché l’Europa che nell’’86 fece suo lo schilleriano Inno alla Gioia del Quarto Movimento, è oggi l’arcigna Europa dei muri, pavido fantasma in decomposizione, digrignante coi deboli belante coi forti, che nulla ha imparato dalla feroce lezione della Storia.

       Meglio dunque abbandonarsi al puro piacere dell’ascolto, che passa anche dagli occhi grazie a questo palco gremito di strumenti e voci, pur se piccolo nel piccolo gioiello del Ventidio Basso, ma la musica – questa musica – è onda di piena che non si cura di limiti e confini.

       La curiosità stasera sono i bambini: se da noi è ahimè insolita la presenza di giovani a concerti e manifestazioni di cultura, figurarsi quella di bambini. Invece eccoli. Una quarantina, a occhio, nelle prime due file, maschi a sinistra femmine a destra. Qualche adulto a guidarli. La piccola col cappello a coniglio che siede davanti dice, interrogata, di essere della “Music Academy”. Scuola di Musica, insomma. Poi si cala il “coniglio” sul viso e scherza con le compagne. Sono volenterosi ma questo concerto è un alimento troppo corposo per i loro anni verdissimi e di studi musicali troppo acerbi: come gettare piccoli velisti in piccioletta barca fra gigantesche onde d’Oceano.

Si agitano un po’ all’inizio, poi risucchiati dalla musica si fanno attenti; intorno al terzo movimento metà delle testoline è crollata; ma sveglissima resta in prima fila la ragazzina che armeggia tutto il tempo con lo smartphone extralarge, se tutta l’orchestra e i 5 cori e i 4 solisti – dato il peso complessivo – franassero giù col palco non se n’accorgerebbe.

       Brillante come sappiamo, l’Orchestra Sinfonica Abruzzese asseconda l’energia del direttore Veleno, la sua candida corona di capelli e i piedi in decollo verticale sul podio nei momenti travolgenti. Spettacolare il colpo d’occhio dei cori, poderosi e bravissimi ma un po’ soffocati, in uno spazio più grande rifulgerebbero davvero. E le voci dei quattro solisti, soprano – mezzosoprano – tenore – baritono, illuminano di chiara luce i versi, pienamente fuse all’orchestra nel culmine della tensione espressiva.

      Tutto il resto è Beethoven, e nulla si può dire che già non sia stato detto. La poderosa armonia giovane di molti secoli piove ancora dalla sua chioma ribelle su noi mortali, come Giove stilla dai crini ambrosia sull’amata ninfa Elettra nel foscoliano Carme. Spazio e tempo si fondono e s’annullano nella musica che s’inabissa e riemerge, che interroga con voce eterna la vastità dell’animo umano, ne esplora il tormento e il dolore, la ribellione e la fatica, ne riconosce la fragilità, s’innalza infine a celebrarne il trionfo: oltre la finitezza dell’uomo c’è il suo spirito che “vince di mille secoli il silenzio”, c’è l’eternità ineludibile dei suoi ideali, c’è l’incancellabile sete di giustizia universale.

      “Egli sa tutto, ma noi non possiamo ancora capire tutto” disse Schubert agli amici dopo aver incontrato Ludovico van. Neppure oggi sappiamo se il mondo abbia compreso, tutto fa pensare di no, né ci sono inni gioiosi nel nostro presente, e se quel gigante vivesse proibirebbe alla UE di oltraggiare il suo.

       Nonostante noi, quella mente magnifica ci parla ancora, illumina la superiore armonia di quel tutto di cui siamo parte imperfetta, e trionfante sull’oscurità del nostro dolore addita la scintilla divina presente nell’umano.

13 aprile 2018                                                  Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

Un Comune giocondo 

Un Comune giocondo

[San Benedetto, l’Amministrazione difende il suo autoscontro]

       Un quadretto ridente e gaio emerge dalle esternazioni pubbliche di “autorevoli (!) esponenti dell’amministrazione comunale” sul contestatissimo autoscontro recentemente piazzato in Viale dei Tigli.

       C’è infatti un’assessora che “con molti miei amici” s’è subito fatta un giro in giostra e s’è divertita tanto “come ai vecchi tempi”. Un altro autorevole eccetera che gongola perché “l’esperimento (esperimento?) è riuscito” e frotte di adulti un po’ cretini e di bambini a loro vicini si sono divertiti tanto pure loro.

       E’ fortunata, San Benedetto: vanta politici giocondi, sanno come ci si diverte e si adoperano per renderne partecipi i cittadini. Missione nobilissima che non conosce ostacoli, avanti tutta se c’è da piazzare una giostra, un autoscontro, un lunapark: gli alberi che impicciano si segheranno, le siepi si taglieranno, i prati si asfalteranno.

       Certo può capitare che i giocondi amministratori a forza di divertirsi si facciano prendere la mano e per distrazione una certa giostra finisca per piazzarsi dove non dovrebbe. Come ‘sto benedetto autoscontro, nella zona dell’ex Galoppatoio, a un-metro-uno dal lungomare. Ma suvvia…

       E’ vero, è un’autentica schifezza, cazzottaccio brutto nell’occhio, riesce a far sembrare decenti perfino le orrenditudini che ci sono intorno; è una giostraccia arrugginita che non l’avrebbe voluta manco Fellini per il mangiatore di fuoco Zampanò e la triste Gelsomina del suo film;  è vero, per infilarcela hanno segato grandi rami di grandi alberi, eliminato siepi, distrutto e sbancato; è vero, è pericolosa, sbuca direttamente sulla strada, in curva, fra le auto che corrono, ci finiranno sotto quelli che scendono rintronati dagli scontri.

È vero, non ha manco l’autorizzazione a svolgere attività di pubblico spettacolo, ma questa è burocrazia.

       Insomma, gliene dicono di ogni. Ma  l’amministrazione, vanto di questa città, sta come torre che non crolla e non si lascia intimidire. Così si fa. Venghino signori, dicono, a guardare come ci si diverte davvero, ci siamo fatti un giro noi per primi e guardateci, siamo più giocondi e più bravi che pria.

E poi qua decidiamo noi e chi non gli sta bene rosichi, è il sano principio del Marchese del Grillo, io so’ io e voi nun siete un…

        E se qualche esponente del decomposto PD sbrocca e grida allo scempio – ma, coraggioso, non fa nomi “se no mi becco una querela” (sic) – è solo perché, immemore degli scempi ambientali precedenti, tutt’uno con gli attuali, incorre nella sindrome che le neuroscienze chiamano con eleganza: “il bue che dice cornuto all’asino”.

    Noi dunque – questa è più meno la linea dei gai amministratori – difenderemo a oltranza la nostra posizione sul caso tenendo alta la bandiera della giocondità, coerenti col giocondo spirito dei tours scolastici del rapper Mudimbi: maitre-à-penser a sua insaputa, educatore per caso chiamato nelle scuole a dilettare la gioventù del loco, protagonista quotidiano di estasiate cronache di giornalisti e giornaliste in preda a orgasmo multiplo.

      Attenzione, con questi amministratori e questa stampa e questi dirigenti scolastici, San Benedetto rischia seriamente di diventare la prossima Capitale mondiale della Cultura.

  11 aprile 2018                        Sara Di Giuseppe

the golden lab

the golden circle

Rosario Giuliani sax  Fabrizio Bosso tromba  Enzo Pietropaoli contrabbasso  Marcello Di Leonardo batteria

Cotton Lab – Ascoli Piceno      6 aprile 2018  h21,45
www.cottonlab.it

       Seppur squadrato e dall’aspetto industriale, il Cotton Lab di Ascoli somiglia poco all’ex Golden Circle di Stoccolma, in particolare non ha quattro piani e non sta a due passi dal centro. Eppure stasera ci sentiamo in Svezia. Mancano i regolamentari freddo e neve di quel 1965, ma c’è la stessa travolgente futuribile musica di Ornette Coleman.

       Nel programma non era scritto che Giuliani, Bosso, Pietropaoli, Di Leonardo avrebbero suonato Coleman – the golden circle (il club di Stoccolma dove fu registrato quel memorabile disco doppio della Blue Note Records) dice qualcosa quasi a nessuno – quindi ammettiamolo: la serata ha funzionato più per i nomi “importanti” dei musicisti, che hanno fatto da esca.

          E subito infatti Congeniality ci tramortisce. Ma che Jazz è questo. Penso sia successo un po’ come negli anni ’60, quando Coleman si intrufolava nei club da perfetto sconosciuto e suonava la sua musica inaudita senza capo né coda, e col sax di plastica! Melodie scarne, evanescenti e tiranniche, senza accordi prestabiliti, senza struttura, senza tempo. Musica per niente ortodossa, non scritta, non imparata, non insegnata a scuola. Uno stile fuori dai canoni, un non-stile irripetibile. Penso che Paolo Conte si riferisca a lui, a Ornette Coleman, quando parla di “enigmi del jazz”. E anche Ornette, chi conosce un altro con questo nome?

       Nasceva proprio così il Free Jazz, con incoscienza fatica e coraggio. Erano i tempi  di Martin Luther King, anche in politica si osava l’impossibile, ma era la cosa giusta da fare. Poi le cose sono cambiate, anzi sono apparsi i seguaci di questa musica cosiddetta “a venire”. Coleman è diventato un capo-scuola, un marchio, una moda anche comoda per sdoganare autentiche schifezze. E lui invece si evolveva ancora, ad una velocità che ci vorrebbero fior di ricercatori per inquadrarla e studiarla nella sua geniale complessità. Era imprendibile. E’ imprendibile.

       Sicchè stasera i “Nostri” ci ripropongono proprio lui, fedelmente (almeno nello spirito) ma anche re-interpretandolo e proseguendo “oltre”, con composizioni originali altrettanto criptiche e rivoluzionarie.

         E noi ci sentiamo nella condizione di chi deve recuperare svariati anni di scuola non in un anno o in un mese, ma in un’ora.

Ma già dal secondo pezzo – Peace – va meglio e ci rinfranchiamo. Riconosciamo un po’ d’Africa, capiamo anche se a scatti, ipnotizzati dalle velocità, stupefatti dai sincronismi, irretiti da suoni inconcepibili, da fraseggi irregolari, “infrazioni”, dissonanze… Senza riferimenti o giri armonici, senza appigli, senza schemi.

Eppure nulla è casuale, c’è del calcolo formidabile, e pensieri lampo che non puoi riavvolgere. Sembra addirittura, spesso, che contrabbasso e batteria facciano ordine, e tromba e sax disordine. Si affrontano come in un match di tennis tirandosi note a 200 all’ora, e Bosso che pare un serpente con quella maglietta, e Giuliani col tacco a batter il tempo, e Pietropaoli e Di Leonardo che non si sa dove vogliono arrivare… Lo stiamo capendo, Coleman? Forse, non siamo certi, ma ci è piaciuto tanto.

      Dopo innumerevoli preziosità, quasi alla fine della stagione al Cotton Lab è arrivato l’oro.

        9 aprile 2018                                 PGC

letteraturamagazine.org

Via dell’AUTOSCONTRO

Via dell’AUTOSCONTRO
[ già via dei tigli, San Benedetto]

          Da queste parti le cose cambiano da sole, non serve studiarci sopra. La toponomastica delle strade, per esempio. E’ bastato piazzare l’autoscontro del luna-park in via dei tigli. Per fargli spazio i tigli si sono mozzati i rami da soli, prima che qualche sveglio del Comune firmasse un’autorizzazione. Si sono volatilizzati pure alcuni metri di siepe di pitosforo.

Ora andrà corretta la lapide: via dell’autoscontro al posto di via dei tigli. Che meraviglia!

         Un’Amministrazione agile competente e coerente. Va avanti a forza di seghe.

         Un fatto di cultura: non bastano i tamponamenti veri sul lungomare a due passi, bisogna educare: voilà l’autoscontro, per abituarsi a certe emozioni.

P.S.  La foto non è mia, ma lo dico. Non faccio come il Carlino che me le ruba e zitto.

  

 9 aprile 2018                                                   PGC

INUTILE E DILETTEVOLE

INUTILE E DILETTEVOLE
[Tour nelle scuole di un cantante rapper]

        Il tour si svolge in questi giorni in diverse scuole di San Benedetto, Fermo e dintorni. Un successone la “prima” in una scuola d’infanzia di San Benedetto: “bambini estasiati”, gongola oggi la stampa, delirando di “interessante iniziativa sociale” (sic).

Non c’entra l’Alternanza Scuola Lavoro, che già è di suo un’inutile perdita di tempo. Né voglio qui commentarne l’ultima perla in territorio nazionale, una nota azienda del bresciano che si presenta in classe ad “insegnare”… ARMI (!) ricambiata poi da una visita in fabbrica. Nè le innumerevoli invasioni di militari professionisti ad adescar-insegnando che la pace si costruisce (anche) con la guerra. Nè le incursioni delle banche a farsi pubblicità (occulta si capisce, ti insegno come si scrive un assegno, ma il tuo papà perché non viene a trovarci?). Nè le “lezioni” in un liceo tenute dai calciatori della Sambenedettese; Nè… l’elenco è ahimè lungo.

Siccome nelle scuole ormai il tempo avanza perché hanno eliminato le materie e quindi dirigenti ed insegnanti si sentono disoccupati, adesso occorre qualcos’altro, che oltre che inutile sia anche dilettevole.

I cantanti. E chi poteva essere prima, se non San Benedetto?

Limpido il messaggio che la scuola veicola grazie al rapper-insegnante.

Tutti possono “arrivare”, è facile, basta volerlo. Però devi stimolare la fortuna, non accontentarti di un lavoretto, anzi se ce l’hai lascialo – come ha fatto lui – e insegui la celebrità, il successo, l’effimero. Non perder (troppo) tempo sui libri. Lo studio, l’impegno, il merito, la competenza, la crescita, il sacrificio sono merce avariata: tu sgomita, brucia le tappe, magari fa’ come un Mago, usa qualche trucco. Così si vince, e la vita è di chi vince, non è dei gregari. Da’ retta ai tuoi insegnanti che hanno abdicato al ruolo di educatori, guarda a chi lasciano la cattedra!

 

 4 aprile 2018                     PGC