I FURBETTI DEL TERREMOTO

I FURBETTI DEL TERREMOTO

Gli scandalosi 5.000 euro una tantum alle 5.000 marchigiane partite IVA terremotate

 

Di questi tempi magrissimi anche un sano lancio di monetine di craxiana memoria risulterebbe oneroso. Ma alla nostra frustrata psiche di cittadini oltraggiati – da una classe politica locale copia conforme di quella nazionale e da un ceto imprenditoriale degni l’uno dell’altra – gioverebbe bersagliare con tintinnante pioggia di centesimi i legislatori regionali che vararono la distribuzione a pioggia di 5.000 Euro ai circa 5.000 autonomi con partita IVA che anche per un sol giorno (!) il terremoto del 2016 abbia costretto ad interruzione di attività; e con essi, i destinatari delle prebende (molti dei quali in labilissima o nessuna relazione con sisma e macerie) che impudentemente si affrettarono a far domanda autocertificandosi; e anche quei sindaci, assessori, amministratori a vario titolo, ex o in carica, che alle critiche reagirono sdegnati gridando alto alla lesa maestà.

[Suggestiva coincidenza onomastica: dal romano Hotel Raphaël uscì il Craxi monetinizzato, l’anconetano Palazzo Raffaello ospita la Giunta Regionale Marche]

 

Se dopo il terremoto dell’Aquila certi manigoldi ai piani alti ridevano pregustando l’arraffo legalizzato come da collaudato costume italico, oggi un governo regionale offende il suo popolo terremotato, già lungamente beffato da responsabili istituzionali tanto lenti incapaci inefficienti nella gestione del dopo, quanto di mano lesta nel dispensare con destrezza ingiustificate/ingiustificabili elettoralistiche prebende.

 

Tornerà utile, a tutti costoro, che oggi la generale attenzione sia dirottata (è un caso?) sulla polemica antitasse del sindaco d’Amatrice, sulla visita del premier alle casette, e infine distratta dal rimedio principe, quello che spazza via ogni ubbia, malumore, risentimento: è ferragosto, e s’annamo a diverti’

 

Sarà presto dimenticato (lo è già) il soprassalto di indignazione affacciatosi perfino – evento epocale – sulla prudente stampa nostrana; questa d’altra parte, come chi s’è troppo esposto, già s’affretta a ospitare dichiarazioni, chiarimenti, giustificazioni delle parti interessate: ma nessuna smentita (difficile smentire atti pubblici e documenti ufficialI), solo la sperimentata strategia di far quadrato, difendere l’indifendibile, nascondere lo sporco sotto il tappeto.

Dal canto suo l’opinione pubblica, di già corta memoria, accetta di buon grado che non la si disturbi con fastidiose considerazioni di etica nel bel mezzo della crapula ferragostana.

 

Beneficianti e beneficiati dovranno solo attendere – non molto – che il fumo dello scandalo svapori, protetti dall’ampio ombrello di un costume politico che accomuna destre-sinistre-centri e populisti: in questa svergognata italietta niente è più trasversale della cultura dell’arraffo e del tornaconto applicata alla res publica, nessun principio etico è più ignorato di quello che esige da figure pubbliche una quota inderogabile di moralità maggiore di quella che ci si attende dal privato.

 

Se ne faranno una ragione coloro che da un anno attendono la rimozione delle macerie (l’85% ancora in loco) e la scandalosamente tardiva assegnazione – se mai ci sarà – di una casa una casetta o una stalla; fingeranno di credere alle nenie del “mancano i soldi”, del “ce lo impone l’Europa”; ai “controlli” a campione annunciati sul 5% (meno di 250) dei quasi 5.000 destinatari dei 5.000 euro; alle rassicurazioni ferragostane del Gentiloni in gita (dopo il Papa, i Renzi, i Mattarella …)

Rassegnati all’irredimibile indecenza di questa politica, tra gli umiliati e offesi ci sarà sempre qualche anima candida che offrirà pure la crostata fatta in casa (quale casa?) al premier in visita anziché dargliela, con nessuna voglia di ridere, in faccia.

 

 

15 agosto 2017                                                            Sara Di Giuseppe

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La Carica dei 101… acquerelli di Ripa

Eugenio Cellini acquarellista – “Ripatransone in miniatura”

Ripatransone  /  Sala espositiva Ascanio Condivi  /  10 – 20 agosto 2017

Gli acquerelli di Eugenio Cellini in questo antico spazio sono 101 o giù di lì, del resto neanche i dalmata cuccioli di Walt Disney erano davvero 101 ma 99 (84 + 15). E sono coloratissimi, come è normale che sia per gli acquerelli. Niente macchie bianche e nere. Se ne stanno quieti silenziosi e ordinati – ma vivissimi – nelle loro sobrie cornici vetrate. E nessuna Crudelia vuol farne pellicce dunque non devono scappare, nè pensano di scatenarsi in una corale carica canina…

 

Gli acquerelli di Eugenio Cellini la carica non la fanno, la danno. Intanto perché entrando dal vecchio portone non trovi la solita mostra – pavimento da Centro Commerciale, muri anonimi di garage, aria (mal)condizionata, fredde luci, invertebrata musica-flebo di farcitura, arredi IKEA o angosciante “vuoto”… con esposte opere-profughe (con nome/titolo e numero di matricola) dall’aspetto carcerario appese a catenelle… insomma uno di quei non-luoghi dove i visitatori (magari paganti) sembrano automobili in cerca di parcheggio.

Questo è un posto di casa e di chiesa. Intimo. D’atmosfera. Il pavimento centenario di vissuti mattoni, le insolite pareti  riquadrate e verniciate in color rosso-Cellini, il grande tavolo-di-lavoro con la miriade di arnesi del mestiere pronti all’uso, cavalletti da pittore di ogni taglia, molte sedie, faretti da cinema… poi quel bravo “allievo” appartato che disegna a matita un nudo di donna… ed Eugenio, sempre presente negli orari della mostra, che fa gli onori di casa a tutti.

Tutto il contrario della mondana aria da merchandising che trovi nelle mostre “importanti” dove il paccuto catalogo con-saluti-del-sindaco-e-dell’assessore, con l’illustre cervellotica pagina del (grande) critico, e i sussiegosi dépliant sono i fumogeni per una monetizzazione dell’arte che spesso sostituisce la qualità.

Qui trovi “paesaggi dell’anima”, anche in formato quasi francobollo (per non disturbare…), piccoli sguardi posati su un muretto, sospiri appoggiati a un balcone, capriole di neve in discesa, scorci di sotto casa che avevi trascurato, cadenze ipnotiche di tramonti e cieli che avevi dimenticato, e campagna e calanchi e colline…

Negli acquerelli di Eugenio Cellini scopri e conosci meglio il (suo) paese scansionato e raccontato in ogni palmo. Le case di bei mattoni basse e arrampicate, le ringhiere, gli archi, i campanili e le chiese, le scale ardite, le strade lastricate di pietre di Cingoli, l’affettività delle architetture perse e le rovine intatte, i giardini e gli orti spontanei, le ariose o anguste piazze dall’acustica perfetta, ma ripensate senza macchine: con l’acquerello puoi sottrarre, omettere il degrado e il finto-progresso, falsificare senza rimorso, togliere il vento, inventare il silenzio, fermare e ribaltare il tempo.

Un acquerello rinfresca il nostro vivere sub-tropicale, corrobora le giornate uggiose, sghiaccia le nostra anime come si fa con le ali degli aerei sennò non decollano. E’ spensierato. Leggero. Ossigenante. Libero. Comprensibile a tutti, ha l’aria bohémien ma non fa l’intellettuale. Quasi canta. Ma non le canzonette, ama il buon vecchio Jazz. Gli acquerelli di Eugenio Cellini sono molto swing. Quando entri qui per gustarteli, ascolti Benny Goodman, Duke Ellington, Earl Hines, Glenn Miller…  Io m’immagino anche Paolo Conte.

 

14 agosto 2017               PGC

letteraturamagazine.org

(Dis)onestà reale e (dis)onestà percepita

(Dis)onestà reale e (dis)onestà percepita

               Le parentesi sono d’obbligo, anche se si vedono poco…  La stupefacente notizia che 4.892 Partite IVA del Piceno e dintorni, impolverate dal (più o meno distante) terremoto, vanno lestamente incassando – giusto per le ferie d’agosto – 5.000 euro a cranio per complessivi 25 milioni circa, ci turba come le altissime temperature di questi giorni. Anzi ci scotta. Ci surriscalda.

“Solo” 5.000 euro, d’accordo, “solo” 25 milioni [alla fine diventeranno il doppio, quasi 50 milioni],  ma perchè noi ne “percepiamo” di più, mooolti di più?

–          Perché sono comunque soldi nostri.

–    Perché in un territorio così esiguo ed impervio ci pare spropositato un esercito di 4.892 “lavoratori autonomi con partita IVA”   terremotati.

–     Perché molti di loro (politicanti, amministratori pubblici, imprenditori, commercialisti, faccendieri, avvocati…  ci sono lunghi elenchi) li conosciamo bene: tutti per fortuna illesi, abitano e “lavorano” comodamente qua in riviera. Non stanno alla canna del gas.

–        Perché l’incredibile legge pro domo sua partorita dai furbastri del partito di regime (nella migliore tradizione latino-italiota) non richiede neppure puntuale documentazione dei danni connessi al sisma, ma solo veloci auto-certificazioni o dichiarazioni di forzata interruzione del “lavoro” anche per un sol giorno.

–       Perché, invece, per tutti gli altri mortali-quasi-morti o sfollati, solo chiacchiere e spicci e trolley e hotel a ore; altro che casette, stalle, sgombero-macerie…

–         Perché qualche beneficiario dei 5.000 euro cade dal pero come uno beccato a rubare la marmellata: “Ehm… in coscienza non lo sapevo”“Ha fatto tutto il mio commercialista di fiducia”“Be’… forse li restituirò i 5.000 euro… o una parte, chissà…”“Ah, quelli? mica mi servono, ci farò l’elemosina, li regalerò, comprerò giocattoli per i bambini poveri”… [dichiarazioni spontanee strappalacrime]. Potevi non fare domanda, no?

E quel popolino di sindaci-vicesindaci-exsindaci-assessori-consiglieri-presidenti ecc. (molti del PD, si capisce), con fin dalla nascita incorporata partita IVA risarcibile, disinteressati azionisti-finanziatori-prestanome-benefattori-guru di premiate ditte o fumosi commerci, che sorpresi offesi e sdegnati sventolano le loro anime di candidi angioletti o strillano per lesa maestà? Eddài!

La domanda sorge spontanea: quanti gradi di  dis onestà abbiamo? Sparite per magia le parentesi, noi tapini ne “percepiamo” tanti.

 

 

11 agosto 2017                    PGC  

L’APE DI EDIPO

EDIPO RE
di Sofocle

a cura di

Vincenzo Di Bonaventura
e degli allievi dell’Officina teatrale “La Macchina Attoriale”

   Ruderi del Castello di Grottammare
1-2-3 agosto 2017  h21.30

 

         E’ dei grandi uomini di teatro, l’attrazione magnetica che inchioda il pubblico, seduce noi umani e non solo: anche le colte intelligentissime api, e il mitologico geco, e le preistoriche lucertole

Ci sono tutti, stasera, oltre a grilli e cicale confusi dal caldo: il geco, impertinente come il ragazzaccio che fu prima di mutarsi in rettile al tocco rabbioso di Cerere offesa, imprendibile lampo screziato sui ruderi così mal restaurati del Castello; e c’è quell’ape intrepida che, non paga di ascoltare Vincenzo, ne ha cercato e conquistato il contatto epidermico, s’è infilata nell’ampia tunica edipica, ha lasciato il segno rovente sulla spalla dell’attore che – stoico – non s’è fermato, facendo così più reale il pathos del re sventurato, più aspro il dolore dell’infelice stirpe di Labdaco.

Arte demolitoria è la mia”, sottolinea l’attore (stavolta non-solista) fin dalla prima delle tre serate sofoclee: teatro che demolisce il “decanto” e la tentazione declamatoria, il birignao che i registi “importanti” sempre impongono ai loro attori specie nel teatro classico, per eccellenza teatro di potere e di regime. Proprio in quello, allora, maggiormente occorre recuperare la lingua madre, la lingua parlata dietro l’angolo, quella che raggruma in sé tutti i possibili sottotesti; quell’onomatopeica “lingua del mondo”, insomma, universo sonoro stratificato nelle culture del popolo, l’unica che sia in grado – superando un teatro rimasto fermo su se stesso  –  di dar voce al pensiero antico che scava a fondo nell’uomo, di dar corpo ai pensieri che – direbbe Pirandello – nascono malgrado noi, bastardi come a volte sono i figli, tracotanti perché pronunciano verità (e per questo perniciosissimi).

Il suo è perciò teatro della festa e della strada, teatro dell’immediato che qui ha le sue quinte ideali fra le antiquissime vestigia del castello che fu: pietre di restauro malamente assemblate da ignoranti mani contemporanee, offese da cartelli storti e tubi dimenticati, da incuria e da echi di musicacce del borgo in turistico orgasmo, intralciate dalla fluorescenza di obbligatorie e inutili Protezioni Civili.

Così ecco nel prologo l’attore – di nuovo e temporaneamente solista – farsi allo stesso tempo coro e sciamano: maschera adunca che in mescolanza di dialetti e onomatopee disegna l’antefatto delle vicende tebane. La peste che sta decimando vite in un altro paese, richiede una vita:  Dovete fare il sacrificio, prescrive lo sciamano in grottesco saltare e contorcersi al popolino ignorante che lo interroga  – Siama’, come ci dobbiamo comporta’? –  e non capisce, duro d’orecchi e di comprendonio – Eh, che siete detto? –

Sacrificio ci sarà, e sotto il pietrame della lapidazione non il vecchio mendicante fatto bersaglio si troverà, ma una cagna che svommica e muore e in quell’istante la peste è vinta, la città è libera.

Deposta la maschera, indossata la tunica (l’ape malandrina l’aveva individuata, adesso studia le mosse, il percorso…), l’attore è ora Edipo, saggio e sapiente re di una Tebe una volta luminosa, devastata ora – 450 a.C. – dall’orribile pestilenza.

Da lui, che la liberò dalla sanguinaria Sfinge – Tu che già una volta hai raddrizzato il corso della nostra vita – la città attende nuova salvezza. Il sacerdote lo prega e sollecita, il supplice Coro (i bravi allievi de “La Macchina Attoriale”) se la prende con gli dei neghittosi, con Febo Apollo, e con Atena e Artemide, perfino col rubicondo Bacco: li sfida a parole, rabbioso e disperato, si muovano dunque, scendano dai loro regni dorati ad aiutare il popolo stremato.

Non si sottrae Edipo alla preghiera (Figli, poveri figli… la mia anima piange per tutta la città), e il responso di Apollo Pizio apre alla speranza: la salvezza è possibile, non c’è che da cercare chi uccise il vecchio re Laio, la punizione del reo scioglierà il maleficio che è conseguenza del delitto, fugherà la pestilenza. Meglio anzi – è la proposta di Creonte – convocare il cieco indovino Tiresia, lui certo saprà svelare il colpevole, e tutto avverrà più in fretta…

Muove da qui l’inchiesta, e cammina a ritroso poiché il mitologema – il fatto originario, seme della catastrofe – è già compiuto quando la vicenda ha inizio. E’ la “tragedia perfetta”, costruita come una modernissima detective’s story, i cui colpi di scena alternano sollievo e terrore e rendono aspro il confronto: ciascuno rigetta da sé la colpa, rabbiosamente la scaglia sull’altro in questa che è anche una “tragedia dell’ira”; alla collera essa attinge la sua lingua, ed è testo attualissimo che rimanda alla nostra coscienza ancestrale, alla rabbia che noi umani custodiamo irrisolta da millenni.

Edipo è insieme investigatore e colpevole, e nella generosa leale volontà di far luce (egò fanò) e di risalire indizio dopo indizio, prova dopo prova, ogni gradino dell’oscura sua origine, rivelerà fatalmente se stesso come l’empio, causa pur inconsapevole del maleficio tebano.

Il vaticinio antico s’è dunque compiuto inesorabile, s’è fatto beffe dei miserevoli destini umani: uccisore del proprio padre, figlio e marito della propria madre, padre e fratello dei suoi stessi figli, Edipo si condanna a vivere (La morte si sconta vivendo: Ungaretti, secoli dopo) accecato ed esule – Luce, ch’io ti veda per l’ultima volta, perché io nacqui da chi non dovevo, mi congiunsi con chi non dovevo, chi non dovevo uccisi – emblema immortale della contraddittoria duplicità e infinita miseria della condizione umana (Oh razza dei mortali / quanto simile sei / nella tua vita al nulla).

E’ mirabile questo teatro fatto col nulla: non impressionanti fondali di cartonaccio, non pretenziose perforanti luci di scena, nessuna musica che non sia il misterioso ritmo percussivo di djembe; “il teatro appartiene alla gente, alle mura antiche” dice il maestro che con sapienza ha estratto dai suoi allievi la passione, il talento, la fatica. Dopo gli applausi li vediamo farglisi vicini… c’è da cercare il rimedio giusto contro il bacio infuocato dell’ape malandrina, dell’ape di Edipo.

 

 

5 agosto 2017                                         Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

RIPADOMANDA.IT

RIPADOMANDA.IT  *

[10 righe – 200 parole alla settimana, prima dei pasti]

 

        Dietro i bei mattoni di Ripa: dentro i musei le chiese il teatro i palazzi le torri… cosa c’è? Non si sa: quasi tutto sbarrato. Noi non guardiamo più neanche le facciate, ma che figura coi viaggiatori e i turisti che devono accontentarsi solo di quelle: per forza che se ne vanno dopo un’ora un caffè e un souvenir! Ripa poco si cura del suo passato: pare una città disoccupata, dismessa, spenta. Eppure dietro i bei mattoni di Ripa quanta cultura: arte pittura architettura religione storia poesia letteratura… perfino silenziosa musica! Ricchezza pronta a portata di sguardo ma “inagibile”. RIPADOMANDA.IT: perché? Incredibile che con gli ampiamente sbandierati finanziamenti del 2012 (ben prima del terremoto che è ormai l’alibi per tutto) nella Pinacoteca nessun lavoro sia stato avviato, e gran parte delle strutture museali e degli edifici di pregio siano tuttora “invisibili dentro”. Come se non esistessero! Certo viviamo in tempi cinici e decadenti, ma chi può aiutarci ad uscire dal “gorgo perfido” (direbbe Paolo Conte) se non l’anima dei bei mattoni di Ripa? Non serve la Bandiera Arancione, se i luoghi ricchi di memoria, di insegnamento e di significato, restano muti.

 

*esce il giovedì               – numero 0

Le seghe di Pasqualì

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Le seghe di Pasqualì

[San Benedetto T. – Sindacopasqualino sega i pini di una scuola. Peggio di sindacokasparov]

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Basterebbe questa raccapricciante foto con i tronchi mozzati: almeno 12 grandi pini segati nel cortile della Scuola Primaria Colleoni per far spazio al prolungamento di una pista ciclabile senza biciclette. Se vai su Google, ancora per un po’ vedrai dall’alto i bei pini come erano; e capirai anche che si poteva intervenire diversamente, ubbidendo al medico che ordina la solita pista ciclabile ma senza massacrare il verde.

E’ l’ennesimo omicidio ambientale, Pasqualì è l’assassino.

Non basta. A giorni seguirà un altro delitto premeditato (che resterà anch’esso impunito): le seghe di Pasqualì, ancora calde, continuando lo sporco lavoro di quelle del suo predecessore sindacogasparov, elimineranno il secondo filare di altri 14 grandi pini in Via Gino Moretti [motivazione principale: “le loro radici disturbano le auto in sosta”]. Stavolta non dentro una scuola periferica come la “Colleoni”, ma di fronte alla Scuola Elementare più rappresentativa della città. Per compiere certe malefatte, le scuole sono il posto giusto. Quando si dice l’esempio.

Poi coinvolgono le stesse scuole con le rutilanti Feste dell’Albero. Bei discorsi “elettorali”, con la benedizione di quattro esili pianticelle (selezionate tra quelle dalle radici morbide) destinate a morire impalate lontano, tra l’asfalto e il cemento.

Si uccide e si fa una festa. Così si amministra. Così vogliono gli assenti cittadini. Così vuole la Forestale, quel che resta della Forestale, ma adesso dopo la fusione con i caramba hanno delle belle divise. Così vuole la Soprintendenza: ammesso che un soprintendente s’opponga, arriva subito il successore che approva. Punti di vista, non regole. Così vuole Segambiente: non disturbatela, lei ha il compito di ramazza della Sentina, stop. Così vogliono i Comitati di quartiere, dove ancora qualche albero resiste: meglio i parcheggi, gli alberi sporcano, fanno ombra, se cadono ammazzano la vecchietta…

3 agosto 2017                             PGC

Quando la grandine dà in testa

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Quando la grandine dà in testa

Sindaco Pierre-Gallin chiede per Grottammare lo STATO DI CALAMITA’

 

        A Grottammare e dintorni, ma anche più in là, l’altro ieri pomeriggio ha grandinato. Forte. Per un quarto d’ora, e raffiche di vento da paura. Ci sono stati danni. Quanti, non si sa. Io, nel mio piccolo, mi ritrovo la Kia rossa un po’ abbozzata, GRRR… Ma finita lì, non chiedo al padreterno di ripararmela.

Invece a Grottammare a qualcuno la grandine ha dato in testa di brutto: ci ha messo meno di 24 ore il sindaco, per chiedere alla Regione lo Stato di Calamità Naturale per gravissimi danni al settore florovivaistico e alle attività turistico-ricettive.

Campione di sprint accatta-consensi, anche stavolta arriva primo, vigile come non mai, “come un buon padre di famiglia”. Chiede a squarciagola i danni pro domo sua senza conoscerne l’entità, allerta i cittadini-votanti, fate le foto, le perizie, mandate mail, chiedete chiedete e vi sarà dato.

E i giornali a far da megafono, fiato alle trombe e rullo di tamburi, senz’ombra di ragionamento autonomo, di critica… Loro sono così: sindaco (s)parla, giornale scrive.

Vuoi vedere che qualche centinaia di migliaia di euro arriverà? E ce li spartiremo. Siamo stati bravi a chiedere subito, abbiamo intasato il web con le foto della spiaggia imbiancata, abbiamo frignato per primi e con certi lacrimoni! Ai floro-vivaisti la grandine ha rotto le piante, ai contadini ha buttato giù le prugne, all’autosalone ha abbozzato i SUV nuovi, agli chalet ha spaccato ombrelloni e sdraio, a Peppi’ ha incrinato i pannelli solari, ai B&B ha fatto precipitare le insegne, a Tizio ha abbozzato la serranda, a Caio ha impallinato la bicicletta, a Sempronio ha fatto venire il mal di testa; poi 2 semafori che non funzionano (e meno male, così si circola), palme pini e oleandri spettinati, forse s’è spostato il 43° parallelo con annessa spiaggia per cani… Danni, danni, danni. E dàje! E conta! E ridi!

VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA. Chiedere la “Calamità naturale” così a priori – a prescindere direbbe Totò – con furbastra isteria, è indecente. [Tra l’altro, fra le 5 -6 Regioni che l’hanno chiesta, le Marche neanche ci sono!]

Da un anno migliaia di terremotati qua a due passi hanno ancora le macerie nei paesi e loro stanno buttati negli alberghi, hanno perso casa lavoro e soldi, niente “casette”, non hanno neanche le stalle per gli animali, e noi chiediamo i rimborsi per una (tosta) grandinata di un quarto d’ora 24 ore dopo? Le grandinate estive fanno male, ma è normale. Facciamoci le assicurazioni (ma floro-vivaisti e “attività turistico-ricettive” non le hanno già? Prenderebbero dunque anche soldi pubblici?) e poi lavoriamo meglio, ripuliamoci il culo da soli, proviamo a contrastare il nostro dna di italioti furbetti. In Abruzzo sono morti due pescatori, qui neanche una cicala. Lo Stato deve esserci per faccende serie, per le emergenze insostenibili e imprevedibili, per le catastrofi. Il fatto è che lo Stato non c’è. Esiste solo per foraggiare gli svelti e gli amici degli amici. VERGOGNA.

 

P.S. Apprendo ora che anche la Provincia di Ascoli Piceno ha chiesto lo Stato di Calamità. D’Erasmo da Rotterdam è arrivato secondo, ma la Follia è la stessa.

 

27 luglio 2017                             PGC

Le emozioni delle cicale

PENSIERI e PAROLE / Omaggio a LUCIO BATTISTI

PEPPE SERVILLO VOCE – JAVIER GIROTTO SAX – FABRIZIO BOSSO TROMBA – FURIO DI CASTRI CONTRABBASSO

RITA MARCOTULLI PIANOFORTE – MATTIA BARBIERI BATTERIA     ARRANGIAMENTI JAVIER GIROTTO

FERMO – VILLA VITALI    20 LUGLIO 2017  h 21,30

Le emozioni delle cicale

        All’uscita da Villa Vitali, torniamo alle nostre Giornate Uggiose. Ma le cicale di Fermo no: il loro Canto Libero, incessante e poderoso per tutto il concerto, si è interrotto solo quando le Emozioni erano troppe. Ma sicuramente (col caldo che fa) quelle cantano ancora adesso, mentre ripassano a mente tutto il LUCIO BATTISTI che non conoscevano. Roba che resteranno in cima agli alberi fino al 29 Settembre. Qualcuna svolazzerà qua vicino su un campo di grano, altre – in quota – azzarderanno temerarie guidando a fari spenti nella notte, o disturberanno qualche povero miciotto innamorato. Se emozionate, le speciali cicale di Villa Vitali cantano perfino volando, lungo le discese ardite e le risalite… Di tanto in tanto si fermano, per Amarsi un po’: in caso di Battisti, anche le cicale hanno Pensieri e Parole.

Non è stata la solita cover di moda che scimmiotta Battisti, che comunque sarebbe arduo, o lo copi – ed è impossibile – o lo reinventi , ed è difficilissimo. Girotto & C. sono andati oltre: hanno scovato il Jazz che era in lui. Con arrangiamenti da orchestra sapienti e coraggiosi (anche eliminando la chitarra, che ai tempi era il fulcro di tutto). Facendo espandere all’infinito antiche emozioni già potenti e non arginabili, come il mare. Musicisti sopraffini e “di buona creanza”, capaci di approfondire forzando il giusto, mai indecifrabili: ne emergono gli enigmi di Lucio, le dolci asprezze, i suoi (e i nostri) sentimenti quotidiani. Naturalmente. Ogni sua canzone cambia forma, e lasciandosi approfondire (con sofisticati rallentamenti alla Arbore, con colpi di scena silenziosamente eccitanti, con giochi polifonici sax-tromba-contrabbasso d’esperienza…) perde l’età, acquista altra storia, altra estetica, altro umore, altro dinamismo.

Peppe Servillo che scandisce – quasi sillabandola – ogni parola, e si muove sul palco con l’eleganza selvatica di un condor; Fabrizio Bosso essenziale nei suoi geniali lampi dorati di jazz; Furio Di Castro (il Professore, gli danno del voi e del lei) che col contrabbasso ben puntato fa da baricentro; Mattia Barbieri con la sua batteria, giustamente misurato ma prezioso nel tourbillon di ritmi; Rita Marcotulli, il pianoforte che in Battisti non sapevi, l’avesse avuto lui una così; Javier Girotto (l’amico dei tassisti romani, sale in scena per primo a controllare se ce n’è qualcuno nei paraggi…) che dà i tempi e ciclicamente si fonde con la chimica di Bosso: Jazz inventato di notte e poi scritto, organizzato, rigoroso, perfino con tracce di ‘700, di Bach veloce, di Blues, di Cacerolazo…

Come potevano star zitte le cicale?

 

23 luglio 2017                      PGC                             

letteraturamagazine.org

 

LIBERA USCITA

LIBERA USCITA

 Ascoli Piceno. Davanti alla BANDIERA DI GUERRA, 420 “LO GIURO” in Piazza del Popolo

 

Dal Medioevo in qua, chissà quante truppe in armi sono sfilate solenni e/o minacciose nella prima piazza di Ascoli. Ma da decenni non succedeva più. Forse una dimenticanza, una trascuratezza.

I militari stavano confinati laggiù in periferia: s’addestravano entro i recinti, sfilavano intruppati nell’abbacinante spianata di Piazza d’Armi, i loro “LO GIURO” a squarciagola non li sentiva nessuno. Mesti contavano i giorni. Quasi scansati dai “civili”, nelle fuggevoli libere uscite serali vagolavano in gruppetti, talvolta scortati da fidanzate preoccupate e/o genitori mediamente orgogliosi…

Ai tempi del 51° Fucilieri AUC, infagottati in legnose divise cachi di taglia sbagliata, capelli virtuali sotto baschi a disco volante, volti sfregiati da stanche lamette Bolzano, non ci restava che buttarci a plotoni nei cinema per poi – anche prima del The End perché s’era fatto tardi – schizzar via e incamminarci a passo svelto e con sprezzo del pericolo verso la lontana caserma Clementi. Quanto fiato avevamo.

Intere settimane ad addestrarci contro il nemico (spara che ti spara, campi ad Amatrice, marce estenuanti verso nessun posto, passo del giaguaro nelle pozzanghere, filo spinato, bombe che facevano cilecca, baionette, ridicoli travestimenti mimetici – foglie, rami in testa, carbone in faccia – assalti in salita, ore e ore di pulizia di armi pulite, esplorazioni chissà dove e tutti che si perdevano chissàcome…).

Avevamo giurato sulla Bandiera di Guerra, cacchio. Tanto era guerra per finta. Sempre meglio che eseguire certi ordini tra il sadico e il comico, tipo rifilare con le forbicine-tattiche da unghie l’immensa siepe di Piazza d’Armi, col colonnello al cannocchiale.

Da parecchio le cose sono cambiate. Le reclute – intanto, maschi e femmine – che bazzicano Ascoli oggi, sono volontari dalle divise orrendamente belle, pagati altro che 150 lire al giorno, che in libera uscita si volatilizzano come ragazzotti borghesi qualsiasi, pure coi jeans strappati. Capelli barbe tatuaggi a piacere, occhialoni da sole, automobili, SUV, orari trattabili… Quasi una vacanza in hotel. Eh, loro non contano i giorni…

Però il Giuramento sulla Bandiera di Guerra resiste gagliardo. Anzi, dall’altro giorno è diventato addirittura glamour: molto più pubblico, spettacolare, gioioso, reboante, prepotente, sfrontato.

L’intero battaglione, trasferitosi in Piazza del Popolo armato fino ai denti, si mette in vetrina-sfila-giura.

Al cospetto dei politici e delle più alte autorità civili militari e religiose, come da contratto, ma pure davanti al tripudio di cittadini e turisti e bimbi che sventolano bandierine (di guerra), tra negozi caffè ristoranti e ogni tipo di commercio: il Giuramento (sulla Bandiera di Guerra!) messo a reddito in una grandiosa festa popolare. Come alla Quintana. Che pensata!

         Ma l’art.11 della Costituzione che “RIPUDIA LA GUERRA” non dovrebbe, almeno, evitare che ancora si giuri davanti ad una BANDIERA DI GUERRA?

Si vede che la Costituzione può essere carta straccia – luminosi gli esempi recenti – se dappertutto ogni occasione è buona per sfilare in armi: dal 2 Giugno dei Fori Imperiali (quest’anno “arricchita” dai nostri sindaci terremotati che, anche loro intruppati come soldatini, hanno omaggiato con ubbidiente vergognosa sudditanza quei governanti che con tanta efficienza hanno “risolto” il dramma delle loro popolazioni), fino all’autocelebrarsi e festeggiarsi di tutte le migliaia di anniversari “militari” sparsi in tutt’Italia.

 

Oppure no. Allarghiamo ancora la festa. Castelli (sindaco di Ascoli) e Piunti (sindaco di San Benedetto), fratelli destrorsi in esemplare sintonia d’idee, organizzino il prossimo Giuramento del 235° RAV Piceno sul lungomare di San Benedetto. Tra gli chalet, la nuova pista ciclabile e le palme, passando poi in pettoruta rassegna i pescherecci e i potenti natanti dei Capitani Coraggiosi della Capitaneria. Ci sarebbero i fuochi d’artificio al porto, l’immancabile benedizione della Madonna della Marina, la messa… Sai la gente! Ma il momento clou, l’emozionante rude militaresco “LO GIURO” si terrebbe, of course, alla rotonda Giorgini che ha quegli altissimi pennoni per le bandiere: ammainata quella della Pace, s’alzi quella della Guerra.

Così anche i restanti cervelli andranno in “libera uscita”.

 

22 luglio 2017                            PGC 

Una ghigliottina anallergica  

FESTIVAL DI SPOLETO 60/2017

Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”

Progetto Accademia

European Young Theatre 2017

UN RICORDO D’INVERNO

drammaturgia e regia Lorenzo Collalti
Spoleto – Teatrino delle 6 Luca Ronconi  15 luglio 2017 h 20

Una ghigliottina anallergica

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        Se mai capitasse di ritrovarsi condannati alla ghigliottina, può essere di qualche conforto che il marchingegno in questione vanti una lama di qualità superiore, garantita al 100% anallergica come da manuale dell’utente di cui è diligentemente provvista.

E’ quanto accade a Claudio, giovane frastornato pittore capitato chissà come o perché nella remota città di Arcadia, in mezzo a personaggi strampalati e a situazioni che non lo sono meno: quella condanna non verrà eseguita per certi arzigogoli cronologico/burocratici, e il giovin pittore riprenderà la sua strada, o rimarrà in Arcadia, chissà.

Succede molto altro, nella deliziosa pièce “Un ricordo d’inverno”, nel piccolo teatro dai muri spessi e dal fresco/cantina nella Spoleto rovente di questi giorni che di arie condizionate sembra averne poche nelle sue molte sale (non fa eccezione neppure il prestigioso Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti).

 

Nasce come Saggio di diploma della Scuola di regia dell’Accademia (anno 2016, titolo originale “Ricordi di un inverno inatteso”, vincitore del bando Nuove Opere SIAE SILLUMINA) il lavoro del giovanissimo Lorenzo CollaltI: creazione geniale dove il divertimento intelligente e la risata mai fine a se stessa rimandano ogni volta a qualcosa di più complesso, pur restando perfettamente aderenti alla linea drammaturgica.

Il carretto di legno al centro della scena, scomponibile e multiforme – carro con ruote poi tavolo da pranzo, letto, palco da comizio e… ghigliottina – nella sua funzionale versatilità è sintesi concreta del continuo traslare dell’azione dal reale all’immaginario, dal concreto all’astratto.

Le due indolenti guardie poste a sorvegliare la città, Gianni e Giovanni (due Gianni, insomma), lo trascinano in tondo senza scopo apparente se non l’obbedire a un copione abbozzato su un foglietto, più volte letto dall’uno o dall’altro ad alta voce, con comico effetto di ridondanza sull’azione in svolgimento.

La città di Arcadia è la cornice, tanto nel nome evocatrice di realtà idilliaca e luminosa, quanto invece sperduta in una imprecisata lontananza, irraggiungibile e circoscritta da catene montuose dai nomi improbabili, dominata da un potere grottesco e autoritario, condizionata da inquietanti riti sociali (ogni venerdì notte i cittadini si rintanano perché possano aggirarsi liberamente in città le fanciulle che dopo essere state schiave del potere per un certo periodo, vengono esiliate nei boschi dove vivono allo stato selvatico).

Su questo tessuto invalicabile e compatto si affaccia intimorito e perplesso il giovane artista, pittore inviato ad Arcadia con disposizioni dall’alto contenute in un misteriosa lettera. Da qui in poi le situazioni si fanno imprevedibili, gli incontri inaspettati, nulla è pirandellianamente ciò che sembra tranne forse la fanciulla evanescente – una delle creature relegate nel bosco – concreta e reale più del contesto che la racchiude, tanto da innamorare di sé il giovane pittore con la sua grazia muta e gli scatti animaleschi.

 

Sono sempre i due svogliati ubbidienti esecutori Gianni a Giovanni a riportare l’azione nei confini del nonsense ogniqualvolta sembri delinearsi una parvenza i normalità: il giovane pittore è pur sempre “lo straniero”, il diverso che il rigido tessuto sociale non sa inglobare; egli stesso non ne comprende i meccanismi, vani gli sforzi di ricondurre alla sua logica razionale benché spaesata la realtà di matti che lo circonda, durante i cinque anni che sono il tempo di questa storia, un “inverno lungo cinque anni”.

Così è quasi inevitabile che l’ottuso incalzante interrogatorio da parte delle due guardie estrapoli dalla normalità dei comportamenti e abitudini e reazioni del giovane, elementi di sicura “colpevolezza”: la condanna alla ghigliottina – pur non eseguita – è il punto d’arrivo.

Un plot surreale denso di implicazioni, allusioni, rimandi letterari, canovaccio pronto a  deragliare ad ogni istante verso l’assurdo, che strappa la risata aperta e spinge intanto alla riflessione; l’autore/regista – con la complicità del giovane gruppo di bravissimi attori –  maneggia senza sforzo i registri più diversi, che come su un piano inclinato scivolano continuamente l’uno nell’altro.

Le dinamiche sociali, le difficili relazioni umane, i grovigli del potere e le forme del suo controllo, tutto è presente in controluce in questa Arcadia geograficamente indeterminata, polis fantastica eppure non meno concreta di quest’altra che vive ogni giorno al di qua della scena.

E’ per questo che il dialogo telefonico dei due Gianni col “Servizio Clienti” della ditta produttrice della ghigliottina – ancora mai ”testata” (!) e dunque dal funzionamento ancora incerto, salvo per quella avveniristica rassicurante lama superanallergica – non è solo uno dei momenti più esilaranti, è anche specchio rovesciato e inquietante di un tempo fuori controllo (il nostro e forse non solo) e dei suoi ingranaggi impazziti, del nostro straniamento, della nostra facile resa all’assurdo e all’incomprensibile.

 

19.7.2017                                                       Sara Di Giuseppe

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