Buenos Aires a Dublino

Buenos Aires a Dublino
Antoni O’ Breskey [Nomadic Piano]

Ristorante Puerto Baloo – San Benedetto del Tronto 23 Aprile 2017 h22,15 [Rinascenza / IN ART]

Non so dove né quando, ma è come se l’avessi incontrato e ascoltato molto prima di stasera, A. O’Breskey. Forse quella volta che sostando in un villaggio sulla via per Cork fummo circondati da un nugolo di ragazzetti (di cui uno di colore) che – oltre a chiederci soldi – volevano sapere se eravamo irlandesi anche noi, per via delle decalcomanie “O’Neil” che avevamo sui finestrini. Era mattina, mi pare domenica. Da una casa vicina, da cui usciva la prima musica irlandese che sentivamo, venne fuori un tizio con la barba bianca e una birra in mano a richiamarli, un po’ incazzato. Somigliava a O’Breskey.

Due giorni dopo, che vagavamo intontiti in una di quelle tre penisole sull’Atlantico: un paesaggio grigio-verde di pecore mucche vento e pioggia orizzontale. Senza un albero. Il pastore delle pecore non si vedeva. Si sente un flauto, ci giriamo e spunta lui. Cappello grondante, camicia a quadri, barba. Tale e quale a O’Breskey.

A Killarnay c’era un Festival di qualcosa, troppa confusione. Andiamo al lago, ma faceva ancora più freddo. Fortuna l’immancabile pub, dalla facciata azzurra e rossa. Dentro, una piccola orchestra (con l’arpa!): melodie irlandesi insistenti, quasi un jazz primordiale ritmato a mo’ di taranta, e ballate struggenti, una fanciulla canta, e al piano (non coreano, ma english) chi c’è? Uno tale e quale a O’Breskey.

La mattina dopo, tagliando verso Dublino, dalle parti di Longfort, chi troviamo ad una sperduta fermata dell’autobus? O’Breskey e la sua band, con le valigie di cartone. Piove, normale. Chi se ne frega, sotto la tettoia cantano e suonano e bevono, ma dove vendono le birre? Musica alla come viene, come la pioggia, ma corroborante come il sole. Per lo più improvvisata, quindi jazz. (…)

A ripensarci, mi pare davvero di averlo incontrato una quantità di volte in quel viaggio, O’Breskey: nel Donegal e nel Connemara, a Galway e a Kilkenny, dalle parti delle famose scogliere che non ricordo il nome ma dove van tutti… Era circa il ’90, dell’Irlanda (allora povera) capimmo poco, ci stranimmo. Sembrava un depresso Abruzzo. Ci stregò però la musica.
Stasera ho riascoltato l’essenza di quella musica, imperfetta ma trascinante, animata da un personaggio “familiare” e inconsapevolmente affettuoso. Direi un amico.

Verso la fine, all’improvviso, “Buenos Aires”. Una storia vera, micidiale, che O’Breskey racconta avaramente con parole jazz (“traditional”) dal sapore di menta. Una figlia – la sua – ritrovata dopo 17 anni a Buenos Aires. Mica è finita: anche suo nonno avrebbe (dico avrebbe, mi pare impossibile) ritrovato una figlia dopo 17 anni, pure a Buenos Aires! Noi increduli, è tardi, siamo stanchi, non può essere. Pensiamo, confusi come ubriachi… mentre eccole, a cascata di ruscello, le note d’inizio di “Buenos Aires” [come poteva non comporla, dopo una vicenda così incredibile].

Ti aspetteresti un tango, invece è una lirica senza tempo, un elisir che ti colpisce all’istante. Melodia semplice, ariosa, che s’arrampica come su una liana e poi ridiscende scivolando. Note limpide, entrano e non ti lasciano: vanno e dopo un volo ritornano, pulite. O’Breskey pare turbato, le dita in salita nervose, commosse direi, spesso incerte e senza eleganza, devono “stanarli” gli accordi.

Sui bassi il tempo [un ¾ sospeso] è incostante, variabile e minaccioso come il cielo d’Irlanda, di là senti un calore malinconico, rilassato, scorrevole e squillante come a Buenos Aires.
Una lirica, dicevo, provocata da un trauma unito a una grande felicità. Perfetto per una musica da film, da ri-confezionare all’infinito, con qualsiasi strumento, con solisti, orchestre… Un incanto.

La “Ceres” è finita. O’Breskey con le sue infinite avventure se ne va. A Dublino o a Buenos Aires, ovvio.

29 aprile 2017 PGC

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L’Ottava di Pasqua

L’Ottava di Pasqua

JANO / The Place Between Things

1 – Alessia Martegiani / voice
2 – Giulio Spinozzi / trumpet, flugelhorn
3 – Gianluca Caporale / saxes, clarinet, flute
4 – Massimo Morganti / trombone
5 – Emiliano D’Auria / piano, Rhodes, electronics
6 – Maurizio Rolli / electric bass
7 – Alex Paolini / drums
8 – Anthony Di Furia / sound engineer

COTTON LAB – Ascoli Piceno 21 aprile 2017 h 21,45                www.cottonjazzclub.it

Chissà chi altri ha visto quello che, lavorando di fantasia, ho “visto” io stasera. Arrivati in forze al Cotton Lab – senza prenotare – hanno dovuto mischiarsi a noi (a saperlo, gli avremmo tenuto i posti) e accoccolarsi a caso negli spazi più improbabili: appoggiati alle pareti, arrampicati sui tralicci, stesi a bordo palco, in piedi sui tavoli, affacciati dal corridoio, appesi al soffitto come pipistrelli, perfino – quelli magri – fermi in quota come colibrì.

Tutti in incognito si capisce, senza strumenti, con in mano un calice di vino, una birretta, una grappa, un whisky, una sigaretta… Spettatori extra quasi abusivi, ma con le orecchie drittissime. Li elenco a caso, non posso ricordarli tutti né allego foto, forse non avrebbero impressionato la macchinetta.

Poi erano irrequieti, come fantasmi, cambiavano spesso di “posto” per seguire meglio il concerto, qualcuno – non visto – s’è messo pure a suonare il suo strumento “entrando” con discrezione nel suo corrispondente JANO. Quando si dice entrare in sintonia. Ecco, questi c’erano di sicuro:
Jeremy Pelt – Paolo Fresu – Jacqueline Acevedo – Luca Faraone – Linda – Daniele Di Bonaventura – Ben Dover – Emiliano Pari – Victor Gould – Roberto Gatto – Josh Ginsbourg – Dado Moroni – Stefano Di Battista – D.E.A.Trio – Jonathan Barber – Paolo Di Sabatino – Andrè Silva – Piero Odorici – Julian Crampton – Eddie Henderson – Chiara Pancaldi – Bern Reiter – Quintorigo – Cyrus Chestnut – Tony Momrelle – Willie Jones III – Mark Abrams – Darryl Hall …

Fantastici JANO, alla prima uscita! Chi altri potrebbe ricevere, al primo concerto, la visita simultanea di tutti gli artisti transitati al Cotton e raccogliere i loro infiniti “OH YES” e le loro (virtuali) Standing Ovation?

Straordinaria Ottava di Pasqua.

26 aprile 2017                                       PGC

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25 APRILE, mutande e niente “Bella ciao”

25 APRILE, mutande e niente “Bella ciao”
[San Benedetto del Tronto: celebrazioni cittadine della Resistenza]

Non l’hanno suonata, “Bella ciao”.

Oltre a “Il Silenzio” e a “Fratelli d’Italia”, solo “La canzone del Piave” e trite marcette suonate di malavoglia.

Nello sventolio di opache bandiere e di convenienti mutande sulle bancarelle del mercato, fra lo sbrilluccichio delle divise militari, fra i sorrisi a trentadue denti di abbronzati politici di tutte le risme, “cancellatala canzone più rappresentativa della Resistenza, non mi meraviglierei se avessero addirittura proibito alla Banda di suonarla.

Almeno l’avessero intonata ad alta voce, sdegnati, gli pseudo-sinistri.

Macchè, non se ne sono neanche accorti. STONATI. Su tutto.

25 Aprile 2017                            PGC

Tango è Architettura

Tango è Architettura
“TANGO SUITE” / Tributo ad ASTOR PIAZZOLLA

Daniele Di Bonaventura [bandoneon] – FORM String Ensemble

Aula Magna Convitto Nazionale – Teramo 20 aprile 2017 h21

Entrando nella Grande Sala, la prima cosa che mi viene in mente è che questa poderosa Aula Magna somiglia – nell’architettura – al “piccolo” antico Bandoneon di Daniele Di Bonaventura.

La seconda, che non mi pare somigli (per la sua forma squisitamente squadrata e regolare) a nessun altro strumento musicale che io conosca.

La terza, che probabilmente anche le epoche di costruzione/fabbricazione – del Convitto e del Bandoneon – sono le stesse.

La quarta, che l’ “aria politica” che tirava nell’Argentina degli anni ’30-40 delle Milonghe e del Tango non era tanto diversa dalla nostra, quando costruivamo con intenso ardore le temibili architetture funzionaliste/razionaliste (pubbliche, scolastiche, residenziali, onestamente a loro modo anche “belle”).

La quinta, e qui si va sul personale, che da diretto “conoscitore” delle severe atmosfere di un Convitto Nazionale similare – quello di Assisi – non di rado ci capitava, ricordo, di ascoltare proprio Piazzolla (Gardel no): non per scelta ma perché questo usciva dall’altoparlante durante la “ricreazione” (e ci allenavamo a ballarli, quei due/tre tanghi sempre quelli, tra maschi, semmai ci fosse capitata in “libera uscita” qualche agile ragazzetta…). Erano gli anni della sua crescente notorietà e la radio “metteva” Piazzolla; noi in genere si preferiva blues e rock (seppur primordiali), invece ci toccava Sanremo a ripetizione, alla fine ci piaceva…

La sesta, sto perdendo il conto ma mi fermo, che le “meraviglie” acustiche e culturali del Tango – da stasera io penso – spiccano si valorizzano e si godono molto meglio in un ambiente così inconsueto e severo, storicamente compatibile, architettonicamente accordato, piacevolmente rigoroso. Specie se gli interpreti, oltre che sopraffini musicisti, appaiono – come stasera – anche consumati “attori” di un’altra epoca…

Il formidabile Ensemble d’archi dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana, tutti in nero come tangueri, disposti in due semicerchi con al centro Di Bonaventuratanguero encantador a dirigerli su una sedia rotante come compasso, con 2 leggii contrapposti est-ovest; amovibile fondale tecnico nero da teatro; soffitto altissimo a quadrotti; solitario faro arancio da cinema allo zenit.

Funzionalismo/Razionalismo in questo “Regno del Tango”: il suono tortuoso del bandoneon (“acciaio scadente fa il bandoneon buono”) vi spazia simmetrico a raggiera, accompagnandosi agli archi con capriccio o slanci improvvisi, e quelli rispondono con inchini, accenni di piroette, abbandoni, riappacificazioni, silenzi…
Scultori di suoni, rinnovano la malinconia commovente del tango. Mentre l’Aula Magna assiste e ascolta immobile nelle sue linee squadrate: pareti ad angolo retto che paiono disegnate al tecnigrafo, finestre altissime di sapore Liberty dalle “spaziature” uniformi e dialoganti, busti di gesso impassibili che non stonano, d’altronde negli anni ‘30 erano obbligatori. Stonati quei neon da fabbrica, li han messi dopo.

Il marmoreo pavimento futurista (rifatto, avrà al massimo 10 anni) è l’ulteriore tocco architettonico, perfetto per una serata di Tango. Se il colore della tanghitudine è spesso il grigio (come la tonalità di fondo in questa sala), qui si concentrano i colori dell’energia, angoli acuti che partono dall’area del bandoneon e si diffondono. Daniele pare giocarci: note alte trattenute, ticchettii, extrasistoli… il suo bandoneon è come un’ Aula Magna in miniatura a volume variabile con, al posto delle finestre su due pareti, consunti tasti rotondi.

Infine il pubblico, anch’esso scenografico: sembra traslato dagli anni ’30 con la macchina del tempo, raccolto nelle sinuose e magre sedie d’epoca (inquadrate in 2 plotoni di file di 6) che chissà quante gonne di percalle conobbero…

Fuori, in questa sera di fine aprile, la neve… Forse a Buenos Aires non capita.

24 aprile 2017                                    PGC

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VOLA VOLA, BANDONEON

FORM
Orchestra Filarmonica Marchigiana
Sinfonica 2017

“Tango Suite”

FORM String Ensemble
arrangiamenti, bandoneon e direzione
Daniele Di Bonaventura

Teramo  –  Aula Magna Convitto Nazionale “M.Delfico”

in collaborazione con Società “Primo Riccitelli”

20 Aprile 2017   h21

VOLA VOLA, BANDONEON

        Non vogliamo lasciarlo andare, e Di Bonaventura inesauribile e generoso – dopo oltre un’ora e mezza di concerto senza intervalli con l’eccellente FORM String Ensemble – torna ancora e sorride e si racconta: quando respira aria d’Abruzzo (“qui sono nati i miei nonni”) il cuore e il bandoneon si mettono a suonare insieme. Per questo tra i numerosi bis in chiusura ecco il “suo” Vola Vola Vola: e l’intramontata mazurka popolare, “inno” antico di questa terra, canto di corteggiamenti e amori fanciulli, dispiega ali e volteggia tra le dita e sui tasti, scherza malizioso tra i respiri del bandoneon, fa capriole e si ricrea nuovo, e per qualche battuta diviene perfino swing…

Certo ha volato questa sera, il bandoneon di Daniele, su percorsi ardui e preziosi, ha attraversato continenti e tanghi e milonghe, e anche se “suono il tango solo ogni tot anni”, stavolta è il ricordo emozionato e reverente di un maestro, a incalzarlo: è scomparso da 25 anni, l’Astor Piazzolla incontrato per la prima volta a Ravenna in quell’indimendicato Festival Jazz dell’86 (sua è la voce nel CD – realizzato da Di Bonaventura – che presenta i suoi musicisti e il grande Gary Burton e si scusa per l’incerto italiano e sembra di sentire… Bergoglio).

Il ricordo in musica si storicizza nella narrazione che in breve disegna gli albori del Tango – ballo tra soli uomini in origine, linguaggio comune di immigrati, caleidoscopio di tradizioni musicali le più svariate – e li intreccia alla storia del bandoneon: voce struggente del tango e suo strumento principe, ma all’inizio solo sostituto plebeo dell’armonium (“l’armonium dei poveri”) nelle chiese tedesche di metà ‘800 – e poi anche del flauto – prodotto in migliaia di esemplari in Germania fino alla follia nazista che requisisce le fabbriche a scopo bellico ed è la fine. (Chissà se è leggenda che in Argentina sia arrivato fortunosamente, con un marinaio squattrinato che lo lascia al banco dei pegni per non più prelevarlo). Non ci sarà ripresa, nella produzione di bandoneon nel dopoguerra, e Di Bonaventura si tiene stretto il suo, insostituibile, forse è degli anni Trenta, forse è uno degli ultimi fabbricati allora.

Partono dunque da lontano, stasera, gli archi sapienti e il prezioso bandoneon: dalla Guardia Vieja del tango e dal tango creolo di Angel Villoldo, criollo “dai baffi frondosi, giullare fuori di secolo” col suo leggendario “El Choclo” – la pannocchia di mais – che chiamarono “danza creola” e non tango perchè non ne fosse turbata la benpensante borghesia porteña.

E siamo in breve al trittico dedicato a Carlos Gardel, cantor di tango e iniziatore del tango cantato  –  voce divenuta mito e patrimonio dell’Umanità – consegnato alla leggenda da morte aerea e precoce (nell’uccellaccio precipitato doveva esserci il tredicenne Astor Piazzolla ma ebbe il permesso negato da genitori severi o saggi).

Struggimento di terra lontana – Lejana tierra mia – e disinganno d’amore, colpo di cabeza e capriccio d’un giorno che vale qualunque follia (Por una cabeza  /  Todas la locuras), melodie che toccano corde intime e diventano dialogo serrato e complice fra archi e bandoneon: Di Bonaventura dirige e “convoca” violini e viole, contrabbassi e violoncelli intorno alla voce funambolica del suo strumento, e tutti insieme viaggiamo verso il nucleo della serata. Che è il ricordo di Piazzolla, calamitato dentro la Piazzolla’s Tango Suite, fatta di composizioni tra le meno frequentate del rivoluzionario genio musicale.

La terra argentina, il barrio violento con la sua fame e la sua litigiosità, ma anche New York, e Parigi, e il mondo: “Tutto questo […] si ritrova nella mia musica come nella mia vita, nel mio comportamento, nelle mie relazioni “ (A.Piazzolla, 2005).

Pagine rare, quelle scelte stasera (El penultimo, Jeanne y Paul, Café 1930, Milonga sin palbras), ciascuna illuminata per noi dal musicista in brevi confidenziali narrazioni, ciascuna con la sua storia (come quella di Jeanne y Paul scritta per “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci e non utilizzata). Composizioni rilette e filtrate con la passione devota che richiama dal maestro il gusto della contaminazione: brani dai sapori argentini ed europei, “fiumi di suoni” dal fascino classico e contemporaneo insieme.

E poiché “il musicista è anche e soprattutto compositore, non solo esecutore di  musica altrui” – dirà Daniele – ci offre infine la propria Suite di compositore, coerentemente restando nell’alveo cronologico del secolo breve. Sono suoi i brani del 1966, una Tango Suite che chiude magnificamente il viaggio transcontinentale di stasera: tra Milonga e Valzer e Tango, gli archi si raccolgono intorno al bandoneon e questo si srotola e si racchiude in sè, in un tutt’uno indistinguibile col musicista, e i due respiri si confondono, ci regalano bellezza.

Nei bis ascolteremo il sorprendente trascolorare della mazurka abruzzese nell’intenso Oblivion di Piazzolla, il fluire del sacro – il Sanctus di Di Bonaventura – nell’energia della Milonga de Mis Amores. ”Amo la contaminazione”, aveva precisato infatti Daniele, e non ne dubitiamo.

Il tempo di queste due ore non sembra essere trascorso, grazie a questi musicisti abbiamo volato agili nonostante l’età, nonostante le scomode bellissime sedie degli anni Trenta, nella sala dal soffitto altissimo e dagli assorti busti di gesso in attento ascolto.

(Né mi sembra, stasera, che mezzo secolo sia passato da quando – presuntamente “matura” – uscii per sempre da quelle grandi aule severe e affettuose e forse felici).

 

 

22 aprile 2017                                      Sara Di Giuseppe

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Peggio della Geneviève

Peggio della Geneviève
Svenduta per 27.000 euro la nave-scuola Francesca Palestini



Una Scuola di Mare che si vende l’unica barca è come se
– un falegname si vendesse la sega
– un fabbro si vendesse il martello
– un contadino si vendesse la zappa
– un pilota si vendesse il volante
– un ristorante si vendesse le pentole
– Il Papa si vendesse San Pietro …

Dice la Preside che con i costi di manutenzione ci rimetteva, che il Comandante non c’era più o era scappato, e che gli alunni-marinai erano solo 6 (magari ripetenti). Dice anche che TUTTI SAPEVANO dell’asta di vendita – gli stessi che adesso piangono come coccodrilli – ma se ne sono fregati. La Francesca Palestini migrerà in Albania. Almeno non ne faranno spezzatino come della Geneviève, di cui ci resta un tronco di prora che non trova pace, sballottato tra discariche spontanee cittadine, cortili abbandonati e chiacchiere.

Ma per la Geneviève la sorte era segnata, non poteva finire diversamente: dopo il suo incauto acquisto e i megalomani progetti di ri-utilizzo, quel grasso barcone senza eleganza (né gloriosa storia), divenuto – per le solite inerzie decisionali – un inservibile ingombrante e costoso ferrovecchio, poteva solo essere venduto a peso. Adesso, trasformarne – come minacciano – la sua scassata prua nell’ennesimo pomposo monumento (restaurarla non costerà più di 27.000 euro?) da posizionare nei soliti posti “marinari”, che senso ha? Non è meglio lasciarla morire “naturalmente”, in uno spazio diverso, imprevedibile, improbabile ma attenzionale, dove nessuno proprio si aspetta di vedere la punta di peschereccio: chessò… infilzata in una collina, adagiata sul tetto di un edificio pubblico, appesa al campanile di una chiesa, acquattata sotto una pineta (come non detto, le stanno segando tutte), appollaiata sul casello autostradale, in Stazione… , così com’è, illuminata da un faro, senza incensanti targhe (non sapremmo neanche tradurle bene in inglese), con solo un cartello: “Geneviève, barca di San Benedetto che girava intorno al mondo senza amore come un pacco postale. Ora c’è Facebook”. Pubblicità visibile, efficace, a costo zero.

Altra cosa questa Francesca Palestini – lo dice il nome stesso, altro che francese – agile ed efficiente nave-scuola (di valore almeno 10 volte l’asta) FONDAMENTALE per l’unica Scuola di Mare. Raggiunto lo scopo di quasi regalarla, tanto vale chiuderla, la scuola, farci un parcheggio, un Centro Commerciale, una banca, un grattacielo-che-ci-manca… Svenduta a un albanese, una migrazione al contrario. Certo peggio ancora, se finiva rottamata come le decine di nostri pescherecci che nell’indifferenza generale sfilano sul patibolo del Porto per venir tagliuzzati da tenaglie giapponesi.

Ecco, il Porto di San Benedetto stupidamente si sbarazza dei suoi pescherecci scomodi, la Scuola di Mare svende sua migliore “maestra”. Fra poco venderemo il mare, l’aria…

Eh, son scelte culturali: 27.000 euro è meglio dilapidarli in Fuochi Artificiali della Madonna, che per una nave-scuola continuatrice di quella tradizione di “Operatori del Mare” di cui diciamo di andar fieri ma che tradiamo ogni giorno.

21 aprile 2017                         PGC

Meditazione musicale per la settimana santa

Cappella Musicale Santa Maria in via

Meditazione musicale per la settimana santa

   Il silenzio è una parte organica della musica (così D.Barenboim, in un’intervista all’Universiday di Milano).
E nel silenzio non è strano che un non credente venga coinvolto in una meditazione religiosa  – anche se in maniera, inevitabilmente per lui,  laica  – che lo porta a scrutare le profondità del proprio io.
Il suono, come il pensiero, non resta: svanisce nel silenzio da cui è stato generato.  Dal silenzio le parole di meditazione sulla Passione, le note delle Antifone o dei Responsori, scaturiscono come musica dello spirito  e nel silenzio si spengono lasciando di sé la freschezza e il sapore di un’acqua sorgiva.
In onore del silenzio/spirito è giunto – oltremodo gradito – l’invito a non applaudire al termine dei brani eseguiti: la clap-syndrome che affligge l’esecuzione di tanta musica, non solo sacra, violenta la mente distogliendola da quell’unicum di pensieri e sensazioni che dalla musica e nella musica trovano compimento.

In questa atmosfera morbidamente rarefatta la Cappella Musicale di S.Maria in Via, a Roma, ha dato vita ad un “momento” musicale di rara bellezza.
Continuatori della grande tradizione di musica sacra della Cappella Liberiana, della Cappella Musicale Pontificia Sistina, i cantori hanno eseguito un repertorio di autori che occupano l’arco temporale di cinque secoli: da P.L. da Palestrina a I. Strawinsky a D. Bartolucci.

Il sentimento religioso legato alla Passione di Cristo accomuna queste musiche, ma poiché “la musica non è mai comica, non è mai tragica…non è mai UNA cosa: non si limita ad esprimere un sentimento o un’idea.. perché tutto è contemporaneo e tutto diventa uno” (Barenboim), c’è spazio in esse per unire il pensiero religioso a quello laico.

L’ottima e non comune scelta di sole voci liriche maschili – dall’intensa interpretatività – avvicina il pensiero religioso del Tenebrae factae sunt di T.L. De Victoria –  col suo  cupo “Deus meus, ut quid me dereliquisti?” –  e la serena donazione a Dio del “Pater, in manus tuas commendo spiritum meum” nel  Motetula de Passione di F.Soriano, al pensiero laico dell’uomo in quel momento della sua vicenda esistenziale in cui,  reclinato capite, spira in un soffio di invocazione di pace, pace, pace.

L’ingresso delle voci femminili nel Plange di M.A.Ingegneri arricchisce di sfumata morbidezza un brano  evocante il giorno in cui un dio verrà e sarà un giorno “amaro assai”, totalmente in antitesi con “quei gridi di dolore che scoppiano talvolta nel Kyrie d’un Okeghem o d’un Jospin. Il dolore s’esprimerà senza gridi, senza pianti, con una melodia tenera e dolce” (Prunières).

Emerge chiaro il quadro di riferimento per ciascuna di queste musiche: P. da Palestrina:  come ignorare infatti la presenza di un coevo della sua statura, del quale  il Coro della Cappella, nel “Pueri Hebraeorum”, manifesta quella profonda mirabile conoscenza che solo un vasto lavoro di acquisizione ed approfondimento può dare. Lavoro che culmina nel finale “Popule meus” (dagli Improperia), dove la grandezza di Palestrina raggiunge vette assolute di architettura musicale.

Nell’intercalare il testo latino con il  Trishagion greco del “Hagios o Theos”, del “Hagios Ischyros “ e del “Hagios Athanatos, eleisonhyma” pur mancando ogni traccia dell’intonazione non diatonica dei paraphonistes del VII secolo, la presenza di questi traspare vivida tuttavia nell’intonazione più grave – quasi evanescente – delle parti legate al testo greco.

È Palestrina il gigante del ‘500 musicale e della Scuola romana: con lui “parla l’anima sola, nell’assenza del corpo e della carne”; ed ancora: “un paesaggio d’anima, un paesaggio tutto interiore di pietà e di fede è il terreno su cui germoglia la sua arte” (M.Mila).

In un contesto siffatto, ha senso distinguere  la meditazione in credenti e non?  Non è pur sempre lo stesso paesaggio spirituale – religioso o laico – quello che ognuno di noi dovrebbe scandagliare  fuori dai clamori?

Fuori dai clamori è sicuramente il compianto Maestro D.Bartolucci, erede e continuatore della Scuola romana. Pur nella sua fedeltà alla tradizione del gregoriano da un lato e della polifonia di Palestrina dall’altro, egli è riuscito a modulare all’interno di tali contesti la dolcezza di  una cantabilità (il suo stesso carattere era “cantabile”) più vicina ai nostri tempi, instaurando una particolare empatia con l’ascoltatore moderno nel quale sa sollecitare emozioni e commozioni di stampo quasi “romantico” (non inorridiscano i puristi…).

Ed è su questo binario che si muove il suo “Crux fidelis”  (dal “Pange lingua” di S.Venanzio Fortunato – VII sec.). Il responsorio della cristallina voce solista, cui risponde l’antifona del coro, crea una suggestione di inimmaginabile delicatezza: paesaggio d’anima nel più puro spirito palestriniano.

Allo stesso modo il “Parce Domine” nel suo iniziale incedere lento e solenne, il gregoriano “Et secundum moltitudine”  e il dolcissimo “Parce populo tuo” chiamano ad un mistico raccoglimento cui è difficile sottrarsi anche se non si è credenti (sempre che si siano superati gli steccati…).

Non è solo il passato a veicolare la meditazione quando ci si accosta al “Pater Noster” di Strawinsky.
E’ lo Strawinsky del ritorno alle origini in cui si compendia la musica di sei secoli;  è lo Strawinsky della ri-conversione alla fede in cui  “Otche nash” diventa Pater Noster:  perché meditare può voler dire anche trovare il coraggio e la forza di ricredersi.

  Francesco Di Giuseppe

 

I RUBAFIORI NON ESISTONO

I RUBAFIORI NON ESISTONO
Grottammare: help! spariscono fiori appena piantati

Deciso che non esistono altre notizie, e dato che a Grottammare ogni cosa è illuminata e perfetta e solo i pirla non lo capiscono, ecco in questi giorni la stampa locale impegnata a lodare il Comune che, per fare la città (a Pasqua) più bella che pria, mobilita truppe cammellate e senza risparmio di uomini e mezzi pianta alberelli piantine e fiori primaverili in quantità industriali, a più non posso.
Gran copia di servizi, dettagli, interviste, cronistorie di lavori passati presenti futuri, autocelebrazoni… Manca solo foto del caro leader a torso nudo che offre le braccia possenti e il prezioso sudore a far più bello il suolo patrio.

Senonchè poco dopo, ecco altre paginone – pregne di lacrime e cordoglio – a informare che gran parte dei fiori sparisce: “LI RUBANO” (!).
Succede questo: col favor delle tenebre, gente cattiva li ruberebbe strappandoli dalle aiuole, dalle pinete, dagli chalet del lungomare, perfino dalle piazze centrali e dal 43° parallelo. Macari con tutti i vasetti. Per rivenderli? Per portarseli a casa? Boh.
Ovvio che non è gente di qua: vengono dai paesi vicini, o dall’Abruzzo, i ladri sempre stranieri, come gli ubriachi e i picchiatori di Sammartì, gli indigeni sempre al di sopra di ogni sospetto e il marcio viene da fuori. No panic, li prenderemo.

Sicchè esistono i “Rubafiori”? Possibile?

Ne dubitiamo. Intanto non risulta che i Carabinieri ne abbiano mai beccato uno. Quindi non esistono.
I Rubafiori poi, se esistessero, dovrebbero avere i loro negozi di “fiori usati” o di “seconda terra”, e sarebbero padroni di giardini sconfinati, con le strade intitolate alle città dove hanno compiuto furti e razzie di verde pubblico. “Via Grottammare” per esempio, sarebbe bella lunga…

Ma la verità è che piante e fiori non si fanno rubare. Non sono fessi: lo dicono fior di scienziati, che i vegetali sono più intelligenti di noi umani.

Pur sprovvisti di sensori esterni come occhi orecchie e di sistema nervoso, “capiscono”.
Darwin diceva che hanno l’intelligenza nelle radici: con quelle esplorano continuamente il terreno e “comunicano”; si parlano, si scambiano opinioni, discutono (di politica, sesso, sport, religione…), valutano soprattutto i segnali di pericolo, per decidere se mimetizzarsi/difendersi o attaccare.
Adottano contromosse “umane”. “Sanno” cosa gli succede intorno, non li freghi. Se li calpesti, se gli stacchi qualche rametto, se li asseti, se li poti malamente con cattiveria, non crepano facile (come quando a noi ci prende una macchina). Spesso resistono. “Ricacciano” (come l’ulivo violentato dalla statua di Cristo scelleratamente piantatagli sopra, davanti a Cristo Re di Porto d’Ascoli).

E se butta ancora peggio, reagiscono in maniera difficile da immaginare a noi umani: scappano proprio. Alla loro maniera si capisce, mica a gambe levate: la loro (apparente) immobilità evolverebbe in una sorta di “spostamento cosmico” non misurabile coi nostri standard, SWAMM.., uno scatto tanto rapido quanto invisibile, una sparizione. Toh, ieri qui c’erano tanti bei fiori, mo’ ‘nci stanno più! Perché?

La spiegazione c’è, ed è chiara. Nell’ambiente circostante è successo un evento spiacevolissimo che non gli va giù, sentinelle attente come sono dei guasti urbani. Qualcosa di grave e intollerabile. Quindi, esaminata la questione, e dopo essersi “parlati”, piante e fiori hanno deliberato democraticamente di andarsene, partire, evadere.

Ecco, a Grottammare è successo che a piante e fiori hanno tolto Giovanna, per anni la capo-giardiniera comunale adorata, la loro mamma. Una privazione incolmabile, insostenibile, incomprensibile. La brava competente Giovanna (simpatica anche agli umani) che, in tuta fluorescente arancione XXL, con trattorino rasaerba decespugliatore o solo in bici, sempre sorridente e gentile, li andava a trovare li accarezzava li consolava li curava gli dava il concime buono… ci parlava ma li sgridava pure, se battevano la fiacca e non regalavano bellezza a Grottammare.

Ma quali “Rubafiori”: piante e fiori se ne stanno andando perché ri-vogliono Giovanna. Ed è una rivolta corale, un Aventino, una secessione educata e silenziosa.
La “partecipazione” a Grottammare – tra piante e fiori – c’è.

17 aprile 2017                           PGC

Altro che pillole

Altro che pillole

Bartok–Brahms–Chopin–Mendelssohn… e “pillole d’arte” di Stefano Papetti

Orchestra Filarmonica Marchigiana dir. Jiří Petrdlík
Anna Miernik pianoforte / Jiří Vodicka violino

Teatro Annibal Caro – Civitanova Alta 9 aprile 2017 h 17,30

All’inizio sembrano i Beatles. Forse Bartok s’offenderebbe nel sentir accostare l’attacco di un sua Danza Romena alle musiche dei quattro di Liverpool. Forse ci rimarrebbero di sale anche i due Beatles superstiti. Ma anche no. Perché sono sicuro che Bartok – ricercatore, innovatore, e soprattutto nella musica davvero precursore “politico” – i Beatles già li immaginava e quasi li conosceva; e nei Beatles, nel loro DNA se non certo nei loro studi, Bartok eccome se c’è. Naturalmente, nelle esecuzioni delle “Danze Popolari Romene”, per estrarre certe sensazioni ci vogliono un’orchestra e un direttore di particolare sensibilità. Come l’Orchestra Filarmonica Marchigiana e il suo direttore di stasera Jiří Petrdlík.

Conosciamo già la prima, la “nostra” premiata-orchestra capace di suonare tutto in eccellenza (fra pochi giorni, a Teramo, un ensemble di FORM accompagnerà Daniele Di Bonaventura in tributo a Piazzolla).

Il secondo lo scopriamo stasera: direttore giovane, moderno, sportivo, brillante. Da comprarselo. Pare un cestista “playmaker” dello Sparta Praha, per come “guida gli attacchi” (dell’Orchestra), per come cambia gli “schemi” al momento giusto, per la “visione del gioco” (ops, del brano). Bacchetta puntata sulle “ali” o sul “pivot”, ordina ispirato le attese e le “entrate”, i “passaggi” tra una sezione e l’altra, gli “stop” (che sarebbero i silenzi), le “sospensioni” con o senza tiro libero (gli assolo)… Connubio di eleganza, energia, sapienza tattica, e sensibilità dicevo.
Che siano le Danze Romene di Bartok, o le Ungheresi di Brahms, la sua direzione è una “danza” sapiente (bella anche di schiena!) che coinvolge l’orchestra e il suo pubblico.

Quando poi arriverà il turno della pianista-d’oro-zecchino, sarà come se gli dessero un uomo (una signora) in più per stra-vincere la partita. Ad Anna Miernik non serve affannarsi e correre, d’altra parte il vestito appariscente e sensuale – come pare debbano essere le “divise” delle belle pianiste d’oggi (specie cinesi) – non glielo permetterebbe.
Bravissima con Chopin, che conosce a memoria, e con altri sconosciuti autori dell’Ottocento polacco che è determinata a farci conoscere stasera in svariati bis non richiesti ma molto graditi.

Quasi a mo’ d’ intervallo, il Professor Stefano Papetti c’intrattiene fra le due parti del concerto con le sue Pillole d’arte marchigiana. Inconsueto inserirle in un concerto di “pillole” ben più consistenti, ma almeno “sappiamo” di Osvaldo Licini da Monte Vidon Corrado, dei nostri numerosi teatri (più trascurati e mal gestiti che malandati), delle nuove Gallerie d’Arte qua vicino, della nostra (non) minoritaria cultura di cui dovremmo disperatamente inorgoglirci…

Ma certo la “pillola” più salutare è Jiří Vodicka, con quel Concerto in Mi minore di Felix Mendelssohn, luminosa composizione di grazia classica e forza romantica di un genio innovatore anche lui quanto Bartok.

Due Jiří sul palco, insomma, due praghesi in forma smagliante, con la FORM a valorizzarli ed assecondarli: eccellente performance, non a caso tiene vispi fino alla fine perfino i due bimbetti del primo palco a sinistra e – forse – anche la scolaresca del loggione.

Chissà se il violino è veramente il preziosissimo torinese Guadagnini del 1779, ma certo spicca per il timbro della voce, penetrante ma educata, vibrante con naturale gradevolezza anche negli stacchi e alle alte velocità. O è “solo” bravura? Il (richiesto) bis è un lampo, qualcosa come 22-25 secondi, da far alzare dalle sedie per lo stupore musicisti e pubblico.

Per i saluti finali li raggiungerà sul palco il maestro Lorenzo Di Bella, pianista-organizzatore-presentatore [e a seguire – “pillole” di provincialismo – pure 3 miserelle bottiglie di vino dello sponsor per i tre protagonisti, l’orchestra evidentemente non beve… ].

E l’appuntamento col maestro è fra appena un mese, per il CONCERTO di CHIUSURA del “suo” apprezzatissimo Civitanova Classica Piano Festival.

12 aprile 2017                              PGC
letteraturamagazine.org

 

Tulipani neri

Wolfgang Amadeus Mozart
DON GIOVANNI

Praga – Stavoské Divadlo
Orchestra del Teatro Nazionale di Praga

Direttore David Švec

regia Martin KukučkaLukáš Trpišovský
1 aprile 2017 h19

Tulipani neri

A 230 anni dalla prima rappresentazione – 1787, allo Stavoské Divadlo (Teatro degli Stati) di Praga – e a dispetto di una presenza scenica pressoché ininterrotta nel tempo – il Don Giovanni mozartiano è fresco come il primo giorno. Ancor più se affidato, in quel teatro che è a buon diritto “la sua casa”, alla regia giovane e talentuosa del duo Kukučka-Trpišovský, dall’insolito pseudonimo SKUTR (scooter).

Binomio registico connotato da visionarie realizzazioni teatrali di accentuato simbolismo, che combinano teatro danza musica e multimedialità (fra tutte, il geniale “Human locomotion”, 2014, ispirato al precursore della tecnica cinematografica, il fotografo Muybridge, realizzato per lo spazio “Nová Scéna” del Teatro Nazionale di Praga), la cui impronta traccia ora con sicura maestria l’allestimento del Don Giovanni.

Qui una scena minimalista tutta in bianco e nero colloca gli interpreti fuori dello spazio e del tempo; neppure i costumi evocano un preciso ambito cronologico o sociale e solo le artificiose capigliature maschili rimandano a un che di settecentesco.

In compenso, la realtà virtuale e cinematografica evocata dalla fila di poltrone in legno da vecchio cinema parrocchiale, le immagini di film muto proiettate su un minuscolo riquadro di parete, sono altrettanti richiami all’eterno binomio realtà/finzione, verità/inganno.

Così i tristi tulipani neri che sbocciano nei momenti cruciali da strette asfittiche aiuole semoventi; lo stilizzato balletto maschile che commenta la fallita seduzione di Donna Anna e l’uccisione del Commendatore suo padre da parte di Don Giovanni (Leporello e lo stesso Don Giovanni, sulle poltrone da cinema, assistono alla danza); la cenere del Commendatore raccolta in un secchio nero e versata su un tumulo fiorito di soli tulipani neri; tutto converge verso la definizione di un ambiente surreale potentemente suggestivo (“Un ambiente senza tempo è per lo spettatore il migliore accesso all’espressione di una metafora contemporanea”, precisano i registi in un’intervista).

Se gli interpreti abitano uno spazio simbolico e metaforico che rompe con l’iconografia tradizionale (pur non restando mai neutro né innocente), intatto è invece l’agitarsi dei personaggi mozartiani in una dimensione che ha la polivalenza dei drammi shakespeariani: vi agiscono le passioni senza tempo e gli inganni del cuore umano, l’amore e il tradimento, la colpa e l’inganno, la sete di vendetta, sempre indistintamente mescolati al dramma giocoso della “comédie humaine”, eterno umano caleidoscopio su cui il genio mozartiano ha innestato – e fatto eterno – il cupo mito di Don Giovanni e della sua fine esemplare (“Giusto là sotto / diede il gran botto / giusto là / il diavolo se ‘l trangugiò” è l’efficace sintesi di Leporello nel finale).

Personaggio-enigma per eccellenza (“¿Quién soy? Un hombre sin nombre”), ingannatore per antonomasia (è “El burlador” nel prototipo secentesco di Tirso De Molina), emblema del seduttore impenitente, Don Giovani è piuttosto, nella versione mozartiana – eversiva rispetto al libretto originale di Da Ponte – il fallimento stesso del seduttore e (ancor più che nel testo “maledetto” di Molière) la sua incapacità di amare riduce l’amore stesso a inganno e beffa.

Senza giungere alla problematicità teologica della versione di De Molina in epoca controriformistica, Mozart si discosta in libertà da prototipi e stereotipi, fino ad eliminare l’improbabile lieto fine introdotto per il più conservatore e moralistico pubblico del Burgtheater viennese dopo la prima rappresentazione a Praga.

Fra travestimenti, capovolgimenti di scena, maschere che rivelano l’inganno e proferiscono la condanna (“Trema, trema, o scellerato”), Mozart tocca tutto l’arco variegato e contraddittorio dei sentimenti umani, e il conflitto tra male e bene, paradiso e inferno si mescola giocosamente al sapore inimitabile di una vita vissuta fino alle estreme conseguenze.

Il duo registico, nel cogliere l’assenza del tratto mefistofelico nel protagonista, ne evidenzia piuttosto l’amoralità irridente di chi consapevolmente trascina con sé nel gioco estremo donne e uomini dopo averli ingannati e traditi.

Il dramma giocoso vecchio di secoli ma oggi più che mai nuovo e attuale, incontra l’inconsueta realizzazione praghese che ne coglie il connotato universale e lo porge ad una platea potenzialmente eterogenea. Non con l’intento di stupire ma di coinvolgere anche il pubblico meno specializzato in un “gioco dell’immaginario” che è anche il gioco meraviglioso della creazione artistica. Fanno il resto, il tratto sicuro e profondo dell’Orchestra del Teatro Nazionale di Praga e un cast di interpreti giovani e collaudati, capaci di pennellare musicalmente e drammaturgicamente i tratti salienti e le sfumature di ogni personaggio.

Nella Praga che attende fuori del teatro, non v’è traccia di tulipani neri: vi fiorisce un aprile che ha rubato ai Macchiaoli i colori e la luce.

10 aprile 2017                       Sara Di Giuseppe

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