Geneviève è stufa

Geneviève è stufa

         Chiedeteglielo, ne ha diritto: vuoi tu, Geneviève, continuare a soffrire facendoti rifare – magari di plastica – la faccia (la prua o prora, l’unica rimasta dopo lo spezzatino feroce del corpo) per poi farti inchiodare come un trofeo di caccia alla foce dell’Albula col mare in faccia? [nell’ex Parco-Bau… “a guardia del giardino sull’Albula”, come un cane!]

Direbbe di no, anzi lo griderebbe.

E’ troppo stufa di mare Geneviève, le ha dato solo problemi, giustamente non vuole più vederlo. La sua malandata prua, se non – gratis – sottoterra che sarebbe la morte sua, gradirebbe riposare in pace lasciandosi consumare naturalmente anche fuori-terra, purchè in un posto senza il mare tra le palle, e un po’ più ameno tranquillo e meno puzzolente (sempre che ne esistano ancora a San Benedetto). Senza spese ovvio, salvo il carro funebre (un normale carro attrezzi).

Avrebbe visitatori volontari, affettuosi e sinceri (sambenedettesi di cuore, pescatori non ancora estinti…): non i turisti, non i curiosi, né branchi di studenti persi.

Direbbe anche: Risparmiatevi i 200.000 euro! … Avete loscamente demolito decine e decine di pescherecci ancora validi, con le prue intatte, che potevate quelle sì mettere in fila dove cacchio volete per farvi belli e incensarvi di una faticata storia che di tanto in tanto riesumate solo per conveniente quanto colpevole retorica.

Lo so, io sono solo la Geneviève, non sono mai stata “il vostro amor”,* me ne avete fatto passare di tutti i colori, lasciata per anni moribonda a mollo in porto… “dove mai troverò felicità?” *

*Geneviève, Giorgio Gaber, 1961

 

28 settembre 2017                     PGC

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UNA SOLIDA ARCHITETTURA

 

festivalfilosofia
sullearti

ModenaCarpiSassuolo
15-16-17 settembre 2017

Lezioni magistrali

Salvatore Natoli
Aretè

La costruzione di sé

Sassuolo – Piazza Garibaldi h11.30

 UNA SOLIDA ARCHITETTURA

 

      Una solida architettura è ciò che viene alla mente nell’ascoltare il filosofo e il suo limpido ragionare “sullearti” e sulla“Costruzione del sé”.  Argomentare diretto, colloquiale eppure dotto, pittoresca gestualità di due grandi mani che paiono dotate di parola; non fronzoli né retorica ci tengono incollati all’ascolto, solo l’armonico fluire di quel pensiero che – mattone su mattone, colonna dopo colonna – ricostruisce ab antico l’UOMO attraverso i processi che lo determinano, nel suo operare tra finitezza e virtù, desiderio e misura, responsabilità e destino.

Punto di partenza è il concetto di Virtù, l’Aretè dei Greci: per quelli, attitudine a ottimizzare le proprie abilità, capacità di metterle a frutto, fondamento dell’azione ben riuscita, della perizia, del “merito” che produce onore, stima, gloria e concerne ogni ambito dell’esperienza umana, dell’intelletto così come della capacità fisica. Non a caso la sua radice –ar è base dell’ampio plesso semantico che dal greco ararìsko  (metto insieme, armonizzo) giunge al latino ars (capacità di costruire armonicamente); essa è sì categoria estetica ma anche dinamica poiché si fa produttrice di bellezza, eleganza, funzionalità.

La virtù – accezione tarda di aretè – è parte essenziale del processo di edificazione dell’io: l’uomo costruisce se stesso attraverso ciò che opera, in una relazione continua con l’ambiente, circolarità illimitata e inevitabile che delinea la nostra identità, il rapporto con gli altri, il senso stesso della nostra esistenza. Nell’esercizio incessante e arduo della edificazione del sé, l’uomo impegna le proprie abilità, si espande, costruisce, impianta: attività che ha in comune con l’animale, ma se questo si ferma alla necessità primaria – la costruzione della tana – nell’uomo  l’arte, o artificio, risponde a un bisogno di auto potenziamento il cui principio dinamico è il desiderio.  E’ in quest’ultimo la ragione del successo ma anche della perdizione.

Il desiderio ci schiavizza, infatti, se perde coscienza della finitezza, se l’impulso iniziale – liberarsi dalla necessità – tramuta la sua dinamica difensiva in offensiva, se rende necessario ciò che prima era lusso, se l’uomo aliena se stesso in ciò che produce e se la misura del suo sviluppo diviene il prodotto. L’esperienza virtuosa della costruzione del sé si trasforma allora in viziosa, nella presunzione d’onnipotenza che ci asservisce alle “protesi” per la mente e per il corpo – la “mente estesa” il “corpo esteso” – che di continuo elaboriamo e senza le quali non viviamo.

Ci espandiamo davvero, si chiede il filosofo, se la tecnica nella sua impersonalità, lungi dall’essere consolatoria, espropria l’uomo della singolarità della sua finitezza? La grande rivoluzione tecnologica non ha cancellato il malessere (in qualche caso l’ha accresciuto), mentre la moltiplicazione dei mezzi ha cancellato i fini, li ha sostituiti con l’illusorio mito della crescita, incessante e ad ogni costo. Se è oscurantista essere contro la tecnica, è pur necessario interrogarsi di fronte ad essa: seguirla senza subirla è precondizione necessaria per evitare che la nostra società collassi.

Se ci fosse, ragiona Platone in Eutidemo, una scienza che sapesse renderci immortali, nessuna utilità ne trarremmo se non avessimo il senso dell’esistenza.

       Occorre il pensiero, senza il quale il nostro agire travalica la misura, ci rende schiavi e infelici: la società dell’iper-movimento e dell’eccitazione produce solo diminuzione del godimento, malinconia, catastrofe.

E’ nella aretè come misura, continenza, temperanza, la chiave: essa  produce le arti belle, che non accrescono l’uomo in potenza ma attivano il pensiero; genera consapevolezza di sé come potenza finita; infonde la coscienza del “giusto mezzo”, la mesòtes aristotelica. Liberandoci dalla schiavitù del desiderio, essa ci offre piuttosto  il governo di esso, la libertà di decidere, il rifiuto di essere eterodiretti.

Sono schiavi – conclude il filosofo – coloro che dispersi nella moltitudine non si chiedono “chi sono io”, e non sono capaci di dare una destinazione alla vita.

La grande bellezza di questa “architettura” che ha delineato – con la semplicità dei sapienti – i muri portanti e gli architravi del nostro vivere odierno, ci ha sollevati per un’ora dal grigiore di una piazza ingabbiata da robuste pericolose transenne, percorsa da inutilmente spettacolari e orride divise.

 

Molto gioverebbe la lezione di Natoli su aretè e misura alle autorevoli teste prive di pensiero, alla loro idea di “sicurezza” affidata a pletoriche controproducenti misure. “Presunzione d’onnipotenza” che acceca e inganna, allontana dalla mesòtes, fa dimenticare che siamo – direbbe il filosofo – “potenze finite”.

 

 

 

22 settembre 2017                                               Sara Di Giuseppe

letteraturamagazine.org

Addio Festival

Addio FestivalFilosofia di Modena/Carpi/Sassuolo: quest’anno una malintesa politica della “sicurezza” ti ha ingabbiato (alla lettera) in un’organizzazione tanto complessa quanto demenziale inutile e pericolosa che respinge.

Anni scorsi: piazze affettuose e APERTE dove potevi muoverti in libertà, prendere posto con un po’ d’anticipo senza affanni e, aspettando la lectio magistralis prescelta, curiosare fra libri e altro sotto i portici.

Quest’anno: piazze CHIUSE con transenne metalliche agganciate fra loro. Colpo d’occhio da lager o centro d’accoglienza e file interminabili e disordinate per conquistare, da un ingresso stretto, il cartoncino rosso da riconsegnare poi all’uscita. (Ma niente controlli su borse, zaini, giacche ecc.).

Mentre con altoparlante ti avvisano che “per la sicurezza” (!) l’uscita – dal recinto – “comporta perdita del posto”. Se per qualsiasi necessità sei uscito, per rientrare rifarai la fila (ma non rientrerai, perchè l’ingresso è fino ad esaurimento posti e il tuo l’ha preso un altro: infatti è vietato tenere/farsi tenere il posto per/da altri).

Su tutto, trionfano le pompose divise dei “protettori civili” e, spesso, l’arroganza di volontari e simil-militari cui basta la gonfia divisa o la maglietta fluo del Festival per sentirsi agenti della Stasi.

Peggio capita nelle tensostrutture cui ci costringe la pioggia: qui il flusso è gestito dagli addetti con piglio da San Pietro alla porta del Paradiso [un po’ più gentili gli Alpini].

Quale “sicurezza” può esserci nel sedere in moltissimi dentro una piazza serrata da solide transenne metalliche saldamente agganciate fra loro senza (quasi) soluzione di continuità, così che proprio non scappi e qualora succedesse come a Torino ti farebbero fare la fine dei topi?

Se la vita, innegabilmente cambiata, ci chiede di adeguarci a misure straordinarie, è inaccettabile che queste provengano non da competenza e buon senso ma dalla stupidità di Prefetti capaci di così miserevoli (e perniciose) trovate .

 

17 settembre 2017               Sara Di Giuseppe                                                                                                  Ripatransone (Ascoli Piceno)

COINCIDENZE

COINCIDENZE

[ A Carmagnola e a San Benedetto del Tronto: “Bella ciao” vietata]

 

        Il 10 Settembre il vicesindaco di Carmagnola (TO), il 25 Aprile il sindaco di San Benedetto del Tronto (AP) – ambedue di centrodestra – hanno vietato di eseguire “Bella ciao”. Al Coro Moro nel caso di Carmagnola, alla Banda Cittadina nel caso di San Benedetto.

       Si fermano qui le coincidenze.

A Carmagnola: il Coro Moro rifiuta il diktat e per protesta annulla l’esibizione, rinunciando pure al compenso di 600 euro (garantito “purchè non uscisse la notizia”).*

ASan Benedetto: la Banda Cittadina piega la testa e ubbidisce, e tra bancarelle e mutande di un martedì di mercato (è “solo” il 25 Aprile, e the market must go on) si rassegna ad eseguire innocue marcette e la Canzone del Piave e quel Fratelli d’Italia che non fa male a nessuno e torna utile perfino allo stadio.

Lezione di civiltà dai ragazzi del Coro Moro, sette senegalesi e tre italiani: pur in maggioranza stranieri, “conoscono bene il significato della canzone” e respingendo la censura smascherano la miseria intellettuale di chi l’ha posta.

Al contrario, l’italianissima storica Banda di San Benedetto accoglie supinamente – di fatto avallandola – la tracotanza dell’Amministrazione e del suo sindaco: contro la codardia di nani che hanno paura di una canzone e della sua carica simbolica, un gran rifiuto avrebbe fatto onore prima di tutto ai musicisti. Ma contenti loro…

Che tristezza.

 

*Fonte: Lastampa.it  11-9-‘17

 

12 settembre 2017                               Sara Di Giuseppe 

AFORISMA SAMBENEDETTESE

AFORISMA SAMBENEDETTESE

[ I pini stanno bene, il fiume Tronto in piena è ostruito, il Comune sega i pini ]

 

Bravo Pasquali’ con tutto il cucuzzaro.

Proprio ve ne fottete della sicurezza e dell’ambiente. Per il Tronto, direte che pulirlo non è compito vostro (e di chi sennò?); per i pini, direte che l’ha voluto il Quartiere (su questo non ci piove).

“Per fortuna o per disgrazia” adesso piove. E siccome niente seghe sotto l’acqua – non ci si diverte – gli ulteriori 14 pini condannati a morte (quelli sull’Albula di viale Moretti, quasi di fronte alla Scuola Elementare) forse vivranno qualche altro giorno, il Carlino ci dirà quanti.

Ma siccome piove anche parecchio, il Tronto invece si diverte a fare gli slalom tra tronchi e rifiuti e quindi si ingrossa pericolosamente: sai quanto gliene frega della pensosa lettera dell’intellighenzia dormiente del PD che, adesso all’opposizione, finge di preoccuparsi e sollecita quello che non ha mai fatto quando comandava, l’urgente pulizia dell’alveo. E con Kasparov al potere quanti pini segarono!

Siete squallidi. Tutti quanti.

 

11 settembre 2017                        PGC

Dai diamanti non nasce niente, dalle bombe nascono i fior

Dai diamanti non nasce niente, dalle bombe nascono i fior

[Non è vero, ma nel ’47 dal cratere di una bomba a San Benedetto è nato il PINO BAR]

      Così mercoledì 13 settembre compirà giusto 70 anni. Che il fiore-PINO BARnacque dal cratere di una bomba è vero (se lo sapeva Fabrizio De André!…), e pensa come fu contento il suo progettista ing. Onorati, che quello nascesse a pochi passi dall’altra sua graziosa creatura, la già giovinetta Palazzina Azzurra (1934). Infatti il “naso” della dolce torretta le rassomiglia, e guarda pure dalla stessa parte.

Sarà una festa senza rumore, allegra e pensosa, un po’ anni ’60 – ’70, col PINO BAR sempre lui, solo un po’ invecchiato, ma con eleganza; come all’incirca uguali sono i tavoli tondi e le sedie di ferro tubolare a spaghetti arancione; pure la ghiaietta scricchiolante che s’infila nei sandali è sempre lei (da milioni di anni…), e l’instancabile sempre fresca fontanella, e i grandi pini mai così grandi, cent’anni ormai. Sarà quasi la stessa atmosfera, ma con amici-clienti nuovi.

Guardando il juke-box, pochi ricorderanno che ai tempi stava girato dall’altra parte l’allora Wurlitzer con la cassa di legno e il vetro panoramico piatto (non bombato) – il primo juke-box di San Benedetto – dove dentro aspettavano la chiamata delle 100 lire i 45’ di Harry Belafonte, Elvis Presley, Paul Anka, Bobby Darin, Giorgio Gaber… C’era chi disquisiva sul “repertorio”, chi trovava più entusiasmante il juke-box dello chalet Lazzari (o Antares)…

Il PINO BARci aiutava a vivere. Il tempo passato qui non era una ricreazione, non era come andare al cinema, che pure ci piaceva da matti. I sogni, i dubbi, gli amori sembravano reali, anzi lo erano. Ricordo che spesso facevamo respiri lunghi e densi, quasi per frenare l’impeto delle emozioni, dei pensieri, dei desideri di futuro. Era tutto avvolgente, lirico, semplice. Vabbè, esagero, le mie sono memorie labili esposte al vento…

Però, forse, sarà anche una festa-poco-festa, viste le nuvole minacciose che si addensano sullo zenit del PINO BAR. E’ più di una notizia che lo vogliono togliere a Maria e alla sua famiglia che lo gestiscono con cura da 30 anni e soprattutto lo “conservano” come nessuna Soprintendenza sarebbe capace. Eppure hanno trasformato questo merito in una “colpa”: basta col vecchiume, il PINO BARdeve modernizzarsi, arrivino nuovi e più agguerriti padroni, ci vuole un’asta!

      Non sia mai. L’affettuosa e potente raccolta di firme non è una supplica, ma la testimonianza e la difesa di un diritto. E se occorreranno altri passi per contrastare anonime voci allo sbando che portano insane calunnie e pesanti falsità, dovremo aiutare Maria a farli.

     I “diamanti” – da cui non nasce niente – non devono vincere.

 

10 settembre 2017                            PGC                  

 

   

Il Pino Bar e (è) Giorgio Gaber

        A San Benedetto e dintorni non c’è un altro posto come il Pino Bar, dove ritrovi ancora intatte le atmosfere dell’epoca di Giorgio Gaber. E quindi di Jannacci, Celentano, Lauzi, il primo Conte, Paoli, Mina, De Gregori (di una volta), Battiato, Bindi; e poi Dario Fo, Piero Ciampi, Bruno Martino, Luigi Tenco, Paolo Zavallone, (…i Leaders…)…

             Pino Bar è per noi tutti adolescenza, amori, libertà, sogni. Gli ultimi giochi a nascondino, i sassolini nelle scarpe che riportavi fino a casa, le sataniche bevute all’inesauribile fontanella. I gelati-al-limon da 50-100 lire, “diversi” da quelli della Gelateria Veneta e pure più grandi, le spume e gazzose e chinotti e aranciate (con le cannucce) a giro tra amici, le birrette Peroni, le indistruttibili sedie di ferro tubolare a spaghetti gialli o verdini che ti restava l’impronta fino al giorno dopo [alla Veneta, in pendant coi tavoli, c’erano invece quelle a listelli curvi di legno verniciato bianco, stracomode e belle, ma per ricchi…].

Pino Bar: avamposto spartano, ma affettuoso spontaneo proletario e schietto, rivoluzionario-anarchico e un po’ – o tanto o per niente – di sinistra o destra impegnate senza saperlo. Ad averla, potevi parcheggiare la Lambretta proprio lì davanti; mentre sul viale sfilavano lente, senza dar troppo fastidio, le macchine –  “600”, “1100”, rare “Giulietta”, non certo Torpedo blu… No, Non erano anni affollati. Né noi eravamo Polli d’allevamento. Ci sentivamo come In libertà obbligatoria, Facevamo finta di esser sani… La desideratissima Palazzina Azzurra non potevi vederla e ascoltarla (gratis) meglio che da lì, come il treno alle spalle del resto.

Solo al Pino Bar l’odore del porto e del mare se la batteva col profumo silvestre della pineta e i sapori di Biancosarti. Al Juke-box scintillante quanti Sapore-di-sale e Geneviéve e Winchester Cathedral e rock’n’roll e Inti Illimani e Trani a gogo… quanti neniosi ma funzionali dischi per l’estate. 100 lire tre. E con le ragazze che fatica, manco noi – guardandole – ce la facevamo a Non arrossire. Nessuno telefonava, non erano tempi.

Dire che il Pino Bar è oggi un “locale storico certificato” è poco, lui che invecchiando ha rispettato la storia rimanendo a un piano. Tale e quale. Gusto vintage. Quasi charme. L’elegante architettura anni ’60: volumi equilibrati, linee garbate, torretta curva; davanti il bar, dall’impianto essenziale, aperto, sotto un’esile pensilina; i servizi dietro; intorno, mimetici, protettivi, ombrosi, i grandi pini da cui il nome.

La gente ci va sempre. Mica solo stropicciati vecchietti come mormorano i malvagi, ma il più ampio e sano campionario di umanità varia. A seconda delle ore (che qui scorrono su orologi molli…), respiri perfino un’aria di flânerie letteraria, di ordinata anarchia, di rigenerazione mentale, di modernità militante.

Poi chi legge i giornali, chi un libro, chi sta con le orecchie da caccia, chi si avvongola alla sedia per non lasciarla più, chi sorveglia senza dannarsi figli o nipoti divertiti…

E’ incredibilmente uno spazio franco, un luogo pensante, senza ansia. Unici “difetti”: non vedo gatti (eppure i pini sono scalabili dai felini), e quel nome Pino Bar che proprio non l’aiuta, da anni qui c’è la mattanza di pini, magari se si chiamava Bar Casablanca

Ma ecco il fattaccio: il “nostro” quieto Pino Bar, che sembrava campare sereno senza dar fastidio a nessuno, da tempo fa invece troppo gola a qualcuno (per ingrassarlo secondo le fetenti leggi e metterlo a feroce reddito). Così, dai e dai, alla fine Pino Bar s’è fatto imbrogliare, pare non abbia scampo. Se – come si dice – andrà all’asta, certo non resterà a Maria che lo gestisce da ben 30 anni.

La raccolta di firme in atto – ormai saranno mille – è il minimo che si possa fare per aiutarla nella sua, e nostra, durissima battaglia.

Io se fossi Dio firmerei. Poi annullerei l’asta, abbraccerei Maria, gli amici, e brinderei a Barbera e champagne. Viva Gaber!

 

30 agosto 2017                      PGC   

IL MELOGRANO DI DIMARTI

IL MELOGRANO DI DIMARTI

“Il Poema del Melograno”
di Giarmando Dimarti
traduzione di Nesrine Besbes

Regia e Interpretazione di
Vincenzo Di Bonaventura

voce in lingua araba

Yacine Boufra

 Fondazione DiversoInverso, Monterubbiano (FM)

Domenica 27 agosto 2017

       Il vento s’è impigliato all’orizzonte, scriverebbe Dimarti pennellando l’atmosfera di questa sospesa sera d’agosto. Cielo profondo sopra gli alberi, quiete stelle lontane, giardino antico di terrazze e gradini impervi che si fa arabo negli aromi di cous cous e di tè speziato servito con gesto d’arabesco, e nella voce calda del giovane Yacine in severa galabeya che in arabo legge le poesie di Giarmando. Tornerà fra poco alla sua Itaca nel deserto, alla famiglia, lui arrivato dal mare come tanti. Poi sarà di nuovo qui, Yacine (mi chiamo anche Ahmed, come quasi tutti gli arabi), a questo “scrigno dell’amore, dell’accoglienza, della cultura” – così Di Bonaventura definisce il luogo nato dalla passione di Stefania e di Euro – e da qui riprenderà il non facile viaggio della sua vita.

Il Poema del Melograno, inedita meraviglia che nel marzo dedicato alla Poesia sfoglieremo con a fronte l’araba traduzione di Nesrine Besbes, è il frutto carnoso di agguerrita dolcezza maturato nel poeta dalla “attentività testimoniale” (Di Bonaventura) per l’universo di colore, di danza e di suono – suoni stupiti fragranti – di quella cultura antica: prismatica e polposa, complessa e succosa come il melograno che ne è simbolo “carico di sole ed essenze”.

Granada e Palermo ne sono i confini: lo apre la “melograna di Spagna”, che ha il frutto del paradiso musulmano nel nome e nello stemma, moresca città di sapienza e cultura non piegata alla feroce Reconquista cristiana, spezzata infine da oscurantismo e violenza di sovrani cattolicissimi; lo chiude Palermo, scrigno medievale di poeti arabo-siculi, in fuga come Ibn Hamdis col suo diwan di versi d’amore per la patria perduta, di struggimento per un nostos mai realizzato (Sono stato cacciato da un paradiso, come posso io darne notizia?).

Al Melograno il poeta rivolge domande, curioso del riposto segreto di quelle danze d’Oriente che custodiscono sontuose messi e frutti sonori; il Melograno risponde al poeta, e lo fa dando voce agli Strumentisquittire rapido di uccelli, sapori di nettare e di mirra – poi ai Ritmipercorso lungo del Nilo, arcobaleni accovacciati, beduino ritmo raccolto  –  poi alla Danza – alcove odorose di cinnamono, fervore accecante del giorno, i sette colori dei sette veli di Salomè, chiarezza di luce danzante per l’Antipa, e l’ingombrante testa del Battista

“Avevo dimenticato la nostra musica, i nostri ritmi, la nostra danza” scrive a Giarmando la traduttrice Nesrine, e il poema di Dimarti è questo, nel nostro tempo miope e feroce: è folgorazione che scopre “l’anima despiritualizzata dell’uomo” (Di B.) perché “ristare ammarati è la più atroce sconfitta” e “solo dalla speranza rigermina un alabastro di salvezza”. Nella grande idea di recupero dell’uomo che pervade la poesia di Dimarti – commenta l’attore – sentiamo l’eco di quell’impensabile “…continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo” consegnatoci da Anna Frank.

Lo sguardo di Giarmando sull’artista scopre cose che l’artista stesso non conosce: così, poco prima, sull’altissima poesia di Dimarti – degna dei più grandi del Novecento – argomentava Di Bonaventura, i cui spettacoli sono ogni volta contenitori inesauribili, lezioni magistrali di letteratura e teatro, di storia e poesia, di lingua e dialetto, di tradizioni popolari e di potente classicità.

Lezioni che possono di colpo farsi giullarate: come quando si accende, stasera, il ricordo di una cena nella casa marchigiana dell’elettricista nativo di Casablanca, autore del sapiente impianto d’illuminazione nel suo ora dismesso Teatro Aikot da 27 posti in via Fileni (“con le assi e tavole del palcoscenico farò la mia bara”, ride l’attore): la giunonica madre in elegante hijab che cucina il delizioso menu arabo, e la conversazione fitta e cortesissima con lei che ovvio parla arabo e Vincenzo no ma capisce tutto anche i più sofisticati culinari tecnicismi, riprodotta in imperdibile grammelot degno del miglior Dario Fo.

Noi aficionados lo sappiamo, che quelli di Vincenzo sono sempre due spettacoli, e anche più, in uno…

 

29 agosto 2017                                          Sara Di Giuseppe

                                                                                                                              letteraturamagazine.org

Non c’è Ripa senza spine

Non c’è Ripa senza spine

        Sono le strade, le spine di Ripa. Quanto pungono! Più dolorose quelle “bianche”, tutte buche sassi pietre e calanchi, rami pendenti sporgenti e di traverso, polvere grossa che soffoca. E pericolose per l’abbandono spinto quelle asfaltate: fondo stradale “a ragnatela” (l’ultimo stadio dell’asfalto mal fatto), lavori-in-corso dimenticati da tempo immemore, segnaletica verticale obsoleta e/o fuorviante, segnaletica orizzontale (righe bianche / gialle) ormai invisibile o proprio inesistente.

“Ma tutto questo Aurora non lo sa”. Il Commissario, quando da Ascoli viene a Ripatransone (ma viene?) probabilmente fa sempre la stessa strada, la meno peggio, ed è piena di pensieri… O forse Aurora guarda i gatti e i gatti guardano nel sole – mo’ che è estate – mentre l’inverno a poco a poco s’avvicina

Forse Aurora non lo sa, che i lavori sulle strade si fanno d’estate e non d’inverno quando è troppo tardi, mica è un tecnico. Come il sindaco precedente: ma a lui glielo avevamo detto e scritto; e lui sordo, muto, dietro ai capelli neanche ci pensò a fare il suo dovere. Assente anche la Provincia. Del resto D’Erasmo-da-Rotterdam è a capo di un “Ente Inutile che non esiste più”… eppure per una volta l’elogeremmo, se in un raptus di follia si ricordasse almeno delle “sue” strade, giacchè era contemporaneamente anche (alto) Consigliere Comunale a Ripa.

Insomma: il mondo sta girando senza fretta e le strade di Ripa stanno sempre peggio. Ma tutto questo Aurora non lo sa?

Quando fra poco saremo tutti perduti nella pioggia e usciranno altre spine – questo è sicuro, non ci resterà che affidarci ai nostri portafortuna se il Commissario (la Commissaria) non provvede a questi lavori con urgenza. Se succede alleluia, le porteremo mazzi di rose! Certo diranno che è impazzita, oppure ha bevuto, chi glielo ha fatto fare. Tranquilli, non succederà: s’accenderà un’altra sigaretta e se ne andrà. Tutto questo Aurora lo sa.

       Però Ripa non ci sta più. Basta spine.  

 

 

25 agosto 2017                       RIPADOMANDA.IT,

PGC & Francesco De Gregori

IL CIELO IN UNA TOILETTE

  IL CIELO IN UNA TOILETTE

[ San Benedetto centro, via Paolini lato ferrovia ]

 

Di notte questo spazio è buio, romantico e soprattutto pratico.

Una toilettona di 100 passi per 15, senza pareti, pavimento d’erba malmessa e palme e pitosfori che non profumano più: servono d’appoggio, o per un po’ di privacy…

Per soffitto il cielo.

Ai tempi del negozio di musica Giocondi, sentivi sempre qualcuno che strimpellava “Il Cielo in una Stanza”… Oggi invece, con tre PUB (dalle toilette-bonsai) arrembanti in fila, gli sbevazzanti cantano stonati “Il Cielo in una Toilette” [stesso motivo stessi accordi… e non la trovano mai occupata]

 

 “IL CIELO IN UNA TOILETTE” (Gino Paoli – PGC)

Quando sei qui con me
questo cesso non ha più pareti
ma palme e pitosfori sfiniti
Quando sei qui con me

questo prato verde
no, non esiste più
            Io vedo il cielo sopra noi
           che veniamo qui
             a far pipì
             come se non ci fosse più
             niente, più niente al mondo
Non suona un’armonica
 è proprio un treno
che urla per te e per me
 su nell’immensità del cielo
…………

                                                                                      

 23 agosto 2017            PGC