Il pianto della leonessa

OFFICINA TEATRALE 2017/18

Viaggio cosmico-letterario in Recital

 La forza dell’inquietudine di Ugo Foscolo

di e con Vincenzo Di Bonaventura
Associazione Culturale Blow Up
Teatro dell’Arancio  –  Grottammare Paese Alto  –  12 dicembre 2017  h21.15

  

        Nell’appendice conversazionale che chiude ogni serata con Di Bonaventura, l’attore-solista ci parla ancora di poesia, e imprevedibile come un lampo è la breve narrazione che attinge al mistero profondo della natura. Tra i leoni della savana alla morte del capo branco il nuovo re celebra il più crudele dei riti di potere: mangia i piccoli. La leonessa si allontana allora, e immobile come sfinge antica, ulula al cielo e riempie la notte intera del lamento di morte, del pianto altissimo e senza fine che le darà pace. Il nuovo sole che sorge la vedrà tornare al branco, pronta a vivere ancora, nuovamente madre e fattrice, portatrice di vita.

        Questo è ciò che fa per sé e per noi il poeta, voce che decanta l’inquietudine e il tormento e la pena, perché si possa ancora vivere, e la poesia farsi nostra amica e compagna nel cammino.

        E’ il greco-veneziano Niccolò, che volle poi chiamarsi Ugo e fu per sempre “il Foscolo”, il poeta per il quale – dice in apertura Vincenzo – “abbiamo messo tutto in forma di brillantezza” questa sera: “il suono vi sommergerà”, e il djembé sospeso a mezz’aria, e le artigianali casse d’antan attendono di liberare i promessi 2000 watt. Non rumore ci sarà, ma potente corteo di suoni per il viaggio intorno al “poeta-pariota-giacobino-rivoluzionario-idealista”.

        Se ogni nascita è un destino, quella sua, nell’isola greca da cui vergine nacque / Venere, segna per sempre l’inquietudine che lo farà esule, della patria ma anche dello spirito. E la Venezia del suo secondo approdo, patria che altri tradiranno, nutrirà le stagioni del suo furore libertario e impotente.

       Venezia bizzarra – dice Vincenzo che vi ha trascorso tanta vita – come può esserlo oggi una città senz’auto, dove i teatri sono là, la gente è là, gli incontri sono là; ma città italiana, con tutte le contraddizioni e i chiaroscuri. “Una volta ci tuffavamo nei canali”, dice. Provare a farlo ora. [“Venezia è un imbroglio… Venezia è un albergo… Venezia che muore…” canterà Guccini]

        Venezia ancora splendida nella già inarrestabile decadenza, che il poeta conquista con l’impetuoso “Tieste” dal sapore alfieriano, furente tragedia dei suoi incredibili 19 anni (un trionfo, repliche tante, teatro inusualmente illuminato a giorno).

        Venezia ceduta all’Austria dal Bonaparte poco prima salutato come liberatore (Il sacrificio della nostra patria è consumato, scrive Jacopo Ortis all’amico Lorenzo), ed è il disinganno del poeta per le spinte rivoluzionarie tradite dal cesarismo napoleonico; e poi il vagare fra Milano, Firenze, infine Londra: e sempre, tormentato e indomabile, “lo spirto guerrier ch’ entro mi rugge”.

        Non tutti lo amarono, certo, come è destino di ogni personalità d’eccezione. Gran ciarlatano e pessimo di cuore negli scritti del Tommaseo, che non sa spiegarsi perché sia tanto festeggiato. Ancor più duro il Rosmini, guidato dal pregiudizio morale e religioso (“Una religione turpe governa il Carme” scrive negli Opuscoli Filosofici a proposito dei Sepolcri).

        Monello forse lo era sempre stato, se dei pochi anni nel Collegio arcivescovile di Spalato (prima che il padre morisse e prima del trasferimento a Venezia) troviamo scritto fra l’altro “Tutti ricordano i suoi capelli rossi rossi, e i suoi occhi di fuoco, e la perpetua inquietudine…”; ma anche “Ugo era espansivo assai e pieno di affetto leggiero per tutti…” . Ed emergeva già la sua precocità intellettuale e poetica: “… Improvvisava poesie in tutti i metri, sonetti al più scrivendo e lo scritto regalava subito a’ compagni. Le lezioni sapeva sempre benissimo, del che suo padre stupiva, sendoché raccontava che in casa e’ non vedeva mai libro di scuola”. (in Mate Zorić, “Due note su Ugo Foscolo e la Dalmazia”)

Insomma, l’allievo che tutti vorremmo…

        Dallo spirito ribelle, dall’infanzia sradicata, dal suo destino di  essere “altrove”, si dipana un’esperienza di adulto in ricerca ostinata di armonia, di quella composizione che deve pur esserci, nelle contraddizioni del reale e della storia. Di qui l’impegno intellettuale rivolto costantemente all’esterno, a “intervenire sul mondo”, e lo stretto intrecciarsi di vita e letteratura in una complessità spesso contraddittoria.

        La prorompente vitalità, ad esempio, le passioni che lo agitano, l’amore stesso – sempre rovinoso come un fiume in piena (“Ho amato, è vero, ma non sapeva di poter amare tanto”, scrive ad Antonietta Fagnani Arese) hanno per compagna assidua l’idea della morte: desiderato approdo alle tempeste dei giorni, meta che il fratello Giovan Dionigi – suicida – ha già trovato (… E prego anch’io nel tuo porto quïete), rifugio ultimo dalle secrete cure, dal dolore delle illusioni spezzate, dalla condizione di eterno Ulisse in cerca di quell’Itaca che non toccherà mai più, materna mia terra dove ricongiungersi nella tomba agli affetti più cari.

        Ambivalente è Jacopo Ortis, suo primo alter ego:  la scelta del suicidio come protesta eroica coesiste in lui col fatalismo meccanicistico che vede la violenza, quasi legge “naturale”, dominare la storia in un processo di sopraffazione privo di razionalità. “L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra” scrive Jacopo a Lorenzo.

       Più tardi ci sarà Didimo Chierico, secondo alter ego e creazione della maturità: sarà l’anti-Ortis che pur sentendo non so qual dissonanza nell’armonia delle cose del mondo […] teneva chiuse le sue passioni; e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana”.

        Ma c’è per Foscolo un mondo vagheggiato, al tempo stesso mitico e famigliare, rifugio e risarcimento dalla mediocrità del presente, dalle lacerazioni del vivere: è quello della grecità antica, stagione di bellezza e armonia in cui trasfigurare – trasferendola in una mitica lontananza – l’esperienza biografica e alla cui ombra placare la cupa passionalità. E sarà l’approdo finale nella maturità de Le Grazie.

     “Finchè sarò memore di me stesso non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice, e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risuonante ancora de’ versi con che Omero e Teocrito la celebravano”.

        E’ tutto questo mondo a confluire nell’intramontata sinfonia dei Sepolcri, sintesi di religiosità laica e di istanza ineliminabile di assoluto. La scintilla che rubiamo al sole a illuminar la sotterranea notte ai nostri cari defunti (perché gli occhi dell’uom cercan morendo / il Sole), il dialogo che la tomba stabilisce tra i vivi e i morti è infine l’illusione che salva. La memoria custodita dal sepolcro vince la morte e l’oblio; e nella memoria dei grandi, che il sepolcro eterna ed è base nel cammino dell’incivilimento umano – l’uomo vince il suo destino di annientamento.

        E quando infine anche il tempo, trionfando sulla materia, con sue fredde ale vi spazza / fin le rovine, la Poesia – essa sola, l’ultima, la più alta delle Illusioni – vince di mille secoli il silenzio. Essa è il cieco mendìco, il vate Omero che abbraccia le urne e interroga gli spiriti degli sventurati eroi troiani; essa placa quelle anime afflitte col canto; essa, eternatrice dell’uomo, narrerà le sue grandezze e le sue sventure per quante / abbraccia terre il gran padre Oceàno […] e finchè il Sole / risplenderà su le sciagure umane.

15 dicembre 2017                 Sara Di Giuseppe              

letteraturamagazine.org

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“… ma non è dei tuoi che volevo parlare…”

“… ma non è dei tuoi che volevo parlare…”

 Gegè Telesforo

Alfonso Deidda /sax,flauto…   Seby Burgio /piano   Fratello”Joseph Bassi /contrabbasso   Dario Panza /batteria

Cineteatro San Filippo Neri – San Benedetto Tr.  10 dic. ‘17  h21,30
SOUNDZ for childrenUNICEF       RINASCENZA/In Art  

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        Succede di rado che un bravo jazzista sappia gustosamente intrattenere con le parole oltre che con la musica, con eleganza e proprietà di linguaggio anche. Di solito, su un microfono sempre troppo basso e debole, è il più intraprendente del gruppo (o quello tirato a sorte) che snocciola, tra intermittenti applausi, solo nome-cognome e strumento dei colleghi; poi l’ultimo ritualmente ricambia indicandolo con goffo gesto e dicendo il suo. STOP. Sono sobri parlatori, i musicisti. Ma lo sanno loro stessi, e intelligenti restano nel loro campo di eccellenza. Non fanno come i calciatori o gli allenatori, che inseguiti implorati assediati e intervistati fin negli spogliatoi malmenano pensosi la lingua peggio del pallone.

        Però stasera, col Gegè Telesforo quintet, pareva strano a chi li conosce che il concerto contemplasse “solo” la musica. E in ultimo, infatti, facendosi spazio con garbo e senza spingere, le parole sono arrivate: tra Gegè e i suoi – e noi ad ascoltare attenti – si è snodato gradualmente e come per caso un “racconto” piacevolissimo, confidenziale, elegante, divertente; libera conversazione tra amici, che di ognuno spolvera vicende personali, storie di vita, ricordi di famiglia, aneddoti, cose buffe. Gegè conduce da professionista, la voce giusta e chiara, così che noi respiriamo più aria di radio-radio che di teatro: ce li immagineremmo così anche senza vederli, i personaggi! E da loro, risposte brevi, fra il timido l’impacciato e l’incerto, con pudore, da ragazzi educati (di una volta) “interrogati” dal maestro buono e un po’ severo…

        Così di Alfonso Deidda – che, artigliati charleston e sax, in bilico sullo sgabello non batte mai ciglio – Gegè passa in rassegna l’intera sua famiglia salernitana: padre pianista jazz, madre cantante e cuoca, fratello valente sassofonista – e quindi anche lui, “per ripicca” … …ma non è dei tuoi che volevo parlare… ma di te, così modesto e bravo, con me da 25 anni, che… con tuo padre tua madre tuo fratello e magari pure i nonni musicisti, no?… tu che dovevi fare… oltre a 3 figlie femmine…”

        “Fratello”Joseph Bassi, nascosto dal contrabbasso come dietro a una lavagna, sa che tocca pure a lui: “Eccolo questo pezzo unico, questa entità, questa scultura d’arte contemporanea, questo graaande uomo (e si vede!) dalla immensa spiritualità… frate cappuccino mancato, a 13 anni, in quel di San Giovanni Rotondo… dove ebbe in visione… una chitarra! Ma non aveva fatto i conti col Jazz e lo Swing… così ascoltava di nascosto Count Basie sul Walkman Sony, anzi Aiwa… finchè Padre Priore Pancrazio, ricevuta una denuncia anonima, lo cacciò dal convento… appena dopo una settimana!… “Ma è di te, non di queste cose, che volevo parlare”…

        Non dirò di Seby Burgio e Dario Panza, anche loro sono stati raccontati con sorridente leggerezza. Anche perché non è delle storielle dei quattro che volevo parlare, ma della loro ottima musica… però mi dilungherei troppo. Dirò solo che ogni volta ci sorprende come, in una “lingua” che non ha vocabolario e senza suonare alcuno strumento, Gegè Telesforo riesca a farti godere le mille sfumature di cento orchestre, pur se accompagnato “solo” da un quartetto. Qui non siamo nella sua Foggia [dove, ci dice, da certi pericolosi ambienti la musica lo ha “salvato”], ma è dappertutto che la musica di ogni genere può rivelarsi “terapia salvifica”. Come stasera: gocce sincopate alla Bob Marley, sapori di Paolo Conte, esotiche atmosfere di Brasile, aromi di swing e blues…Perfino simil-arborate pazzesche: come nel finale, quando al segnale convenuto (i cinque si infilano buffi cappelli colorati e cappucci di lana grossa) il pubblico salta su come a un gol dell’Inter, e berretti, guanti in aria, sciarpe roteanti, grida sgarrupate, giubilo… Tutto finto, si capisce, “recitato” per Paolo Soriani-fotografo che con le sue mini-riprese al volo è qui che prepara un imminente film-documentario per la RAI…

 Eh, mi piacerebbe saperla riscrivere la scena…

        14 dicembre 2017                       PGC         

Fama Internazionale

Fama Internazionale

Su “Internazionale” la nostra Strada della Bonifica del Tronto 

       Era il 2008 quando un imbufalito sindaco di San Benedetto del Tronto diresse l’ira e il giovanil furore contro Lilli Gruber che in un servizio televisivo riguardante la Strada Provinciale 1 della Bonifica del Tronto – teatro da tempo di prostituzione on the road – aveva erroneamente attribuito quella strada al territorio marchigiano di San Benedetto anziché a quello abruzzese limitrofo .

Quella strada In realtà corre per 10 km. esattamente sul confine tra Marche e Abruzzo, spartiacque di un degrado equamente distribuito, da tutti conosciuto, da tutti ignorato.

      La definizione di “Via dell’amore” – antifrasi più tragica che comica – nasce dal vivace traffico di prostitute e da quello – va da sé – dei clienti innumerevoli. Le fa da cornice un paesaggio di edifici spruzzati a caso qua e là nell’anarchia che qui è norma, di fabbriche abbandonate, di sterpaglie e incuria per una delle strade più orride e pericolose d’Italia.

        Ebbero del grottesco, quelle lontane escandescenze del sindaco e dei patrioti marchigiani feriti nell’onore. Imperdibile rievocazione pre-risorgimentale, scrissi allora: papalini contro regnicoli, alabarde in resta, e chi la conosce quella strada brutta e cattiva, la nostra San Benedetto è bella e onesta, le puttane sono in terra borbonica. Noi papalini abbiamo le palme e i lungomari, al massimo un po’ di case d’appuntamento, gioco d’azzardo e mafia e libera coca in libero stato, embe’? Venga Lilli-la-rossa, venga che la rimpinziamo di scampi!

       Contemporaneamente, l’allora sindaco di Colonnella – un altro illuminato – affrontava di petto il problema e con coraggiosa ordinanza vietava…minigonne e mutande al vento da quelle parti.

       Così allora.

       Oggi, a quasi un decennio da quella pagina di edificante amor patrio, una video-inchiesta di Piers Sanderson per The Guardian, pubblicato il 4.12.17 da Internazionale, ci sbatte in faccia impietosamente quella stessa realtà, oggi in conclamata purulenta metastasi: interviste e testimonianze e panoramiche dei luoghi e della loro oscena deriva di terra di nessuno.

https://www.internazionale.it/video/2017/12/04/ragazze-nigeriane-italia-prostituzione

       A condurre, è la onlus “On the road” di Martinsicuro, che della tratta di schiave straniere per il mercato del sesso nell’Italia centrale si occupa da tempo offrendo protezione, rifugio e assistenza alle vittime. Migliaia di ragazze arrivate qui da Nigeria, Libia e altre località africane. Numeri da brivido solo nel 2016. Costrette a prostituirsi con minacce dirette e trasversali, perfino con riti wudu, per poter ripagare la “Madam” che le ha fatte arrivare qui senza che affogassero. Sono pagate 5 euro, rapporti spesso non protetti su richiesta del cliente, giorno e notte, in ogni stagione, con ogni tempo, a volte dormono sulla strada anche se hanno 14 anni e interrogate rispondono “sto bene” con occhi di cerbiatta impaurita.

       E ci sono i clienti, naturalmente: di ogni età e classe, adulti pervertiti o annoiati, spesso minorenni, “molti sanno che le ragazze sono sfruttate” ma a loro non interessa.

       Al termine della strada c’è la spiaggia dei riti balneari e dell’indifferenza benpensante, e degli inverni di tronchi mangiati dal mare sull’arenile deserto.

       Chissà se anche stavolta istituzioni locali e cittadini bravagente scenderanno in campo a difendere il campanile e l’onor patrio; se abbaieranno contro chi ha nuovamente acceso i riflettori sulla barbarie; se si laveranno le mani di quelle vite violate; se si sentiranno innocenti; se si stracceranno le vesti per il danno d’immagine, per il cattivo servizio al turismo; se grideranno provvedimenti mai seriamente presi; se agiteranno tronfi le auto-conferitesi medaglie di bravi amministratori; se invocheranno i successi e le bandiere blu, e i restyling di lungomari e le sussiegose palme tanto belle da far da sfondo a inguardabili fiction italiote.  Chissà se…

Quando sono arrivata in Italia ho pensato: ora sono tranquilla, sono in un posto dove non avrò paura. Ora sono libera. Ma non era così. Era diverso

12.12.2017                     Sara Di Giuseppe

La Banca fa il colpo a scuola

La Banca fa il colpo a scuola

[E’ successo all’ITC “Capriotti” di San Benedetto. Vigiliamo perchè succederà ancora, in altre scuole]

        Non è stata una spaccata: le banche – anche se se n’intendono – certe cose non le fanno. Sono state invitate. O si sono invitate. Per ora “una” banca, la “Banca di Ripatransone e del Fermano – Credito Cooperativo”, le altre stanno ancora in fila alla cassa, non avevano il palo…

Progetto 110 e lode”, così l’hanno chiamato va a sapere perchè, chissà se è stata una pensata dell’ufficio marketing della banca o dell’ufficio pubblicità di ministra Fedeli. Eloquente la mission: Essere a fianco delle famiglie e dunque dei loro figli. Elementare, Watson.

        Nome e sottotitolo efficaci, non c’è dubbio, inutile spiegare.

        Gli studenti hanno certo gradito l’ulteriore ghiotto diversivo, quindi nessuno nega che il “colpo” sia riuscito. D’altronde non è certo da oggi che ‘sti nostri poveri figli sono visitati/blanditi a scadenze regolari da uno zibaldone di Esercito-Aeronautica-Marina-Carabinieri-Alpini-Finanza-Forestale…Per arruolarne qualcuno gli raccontano il loro magico mondo di impieghi strasicuri, fascinose divise, carriere folgoranti o automatiche (dipende da te, signorsì), ricche missioni all’estero, armi micidiali e bellissime… al servizio della Legge, dello Stato, della Patria… blablabla, si capisce.

        E’ cronaca recente che anche il mondo del Commercio si è dato il pensiero delle scuole: già può sponsorizzarle e finanziarle, dunque perché non “vendere” addirittura dentro la scuola? Dunque l’ideona: se tu e la tua famiglia fate tot euro di spesa nel Grande Magazzino (omissis) che solo per caso sta a due passi dalla scuola, o in quel comodissimo Centro Commerciale (omissis) appena più in là, il 10-15% te lo “restituiamo” in libri e in materiale didattico (o in computer, smartphone ecc., cocaina se fossimo in Colombia ma non è detto).

       Adesso le banche. Anche se ultime arrivate tra i corpi estranei [“Alternanza Scuola-Lavoro” è la genialata] non v’è dubbio che stanno su un altro livello. Intanto ti mandano un mega-direttore-galattico, mica un mezzemaniche da sportello, a tenerti la lezione: Operazioni d’impiego e Operazioni di smobilizzo credito, Iter d’istruttoria di una pratica di fido, Analisi di bilancio e Business Plan…” Me cojoni!

Un “Gestore corporate” poi è più di un prof, è uno che, ad alto altissimo livello, “gestisce la Clientela [sì, la C maiuscola] sulla base degli indicatori di rischio e di redditività”: per capirci, una di quelle figure milionarie che in Banca Etruria, Banca Marche, Monte dei Paschi, Carige ecc. hanno così ben operato, e con tale coscienza e sì profondo senso etico da meritarsi “110 e lode”.

Meditate ragazzi, meditate.

        7 dicembre 2017                      PGC      

“Le mani legate” 

“Le mani legate”
ovvero
S.Benedetto, il sindaco, gli alberi molesti.

        A San Benedetto T. il sindaco che il mondo c’invidia commissiona a una testata dell’ubbidiente stampa locale – 29 novembre, le altre seguiranno – un accorato articolo.

        Grido di dolore sull’impotenza del Comune nel condurre in santa pace e indisturbato la lotta contro gli alberi della città.

Soprattutto contro i pini. I quali, come si sa, vivono con nessun altro scopo che franare sul cranio dei passanti (vecchine e bambini), spiaccicare auto, sollevare con le radici asfalti e marciapiedi, lasciare a terra sporchevoli aghi, offrirsi generosi alle impellenze canine, far inciampare gli imbecilli con l’occhio fisso al cellulare, ostacolare gli ameni parcheggi richiesti dai comitati di quartiere… e via boicottando. Quelli più anziani, addirittura, non c’è santi che si tolgano di mezzo a favore di ornamenti più glamour e Dubai-style.

       “Abbiamo le mani legate!, geme sindaco Piunti: un Soprintendente Regionale cuore-di-pietra, Carlo Birrozzi, blocca la nobile missione di spazzar via dalla città le inutili piante. Infinite, ahinoi, dice l’inconsolabile sindaco, le difficoltà di operare su alcune essenze arboree (ma c’è ancora chi parla così? n.d.a.), anche pericolose. E ancora: la situazione di viale G.Moretti (quei 14+14 pini grandi sani e belli davanti alla scuola, da tagliare – tanto per educare all’ambiente – per far posto alla continuazione di una pista ciclabile demenziale, costosa e fuori norma, n.d.a.) è in stallo da un anno…”

E giù lacrimoni da spezzare il cuore a un orco, prontamente raccolti e pubblicati dal compassionevole porgimicrofono.

Preso da cotante ambasce, il sindaco non immagina che gli alberi, loro, avrebbero lasciato volentieri e da un pezzo ‘sti posti di persecuzione feroce ai loro danni, di amministrazioni mani-di-sega, di ambientalisti-segambiente, di verdi sporchi, di associazioni sotto traccia e di cittadini a capo chino. Se solo avessero potuto…

Purtroppo non possono spostarsi da soli, sentendosi minacciati. Nati, o piantati lì, lì restano, lì muoiono, spesso uccisi. A meno di non escogitare qualcosa di clamoroso, con gli imperscrutabili mezzi di cui dispongono, per vendicarsi o ribellarsi o anche solo difendersi da umani colpevoli e cialtroni.

Finora non ci hanno pensato, ma…

Nel film The Happening capita che gli alberi si ribellino alla prevaricazione degli umani, e lo facciano a modo loro: il vento stormisce tra le chiome e quelle, insospettate, liberano potenti tossine capaci di instillare pulsioni suicide. Le persone si fanno fuori da sole in quantità industriali, con modalità banali o fantasiose o “gustosamente raccapriccianti”; e per un contagio che finisce in una parte del pianeta un altro ne comincia da un’altra parte.

Geniale, dopo Gli uccelli di Hitchcock, dopo Cecità di Saramago.

In città, nei parchi, sulle strade, nelle metropoli americane o a Parigi: in The Happening un respiro di vento fra gli alberi e l’istinto di conservazione si spegne. Ti spari, passeggi nella gabbia dei leoni allo zoo provocandoli finchè non ti sbranano, fai un tuffo carpiato senza rete da un’altissima impalcatura, ti pugnali con un fermaglio, ti butti sotto un’auto in corsa, ti fai fare a striscioline sottili da un erpice rotante… Va bene tutto, la fantasia non manca per assecondare l’improvviso istinto di autodistruzione quando una tossina liberata dagli alberi umiliati e offesi decide che devi toglierti di mezzo perché la natura non ne può più di te umano.

L’epidemia di suicidi, la ribellione dei pennuti, l’inspiegabile contagio che rende tutti ciechi: metafore di una natura spazientita che si ribella.

E non è detto che sia fantascienza, sindaco Piunti.

Piuttosto, ringrazia questa Soprintendenza che ti lega le mani, e augura a te stesso – noi ce lo auguriamo già – che continui a legarle il più a lungo possibile, e a più gente possibile.

 

 “Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo.

  Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”            

(J.Saramago, Cecità, 1995)

  

  30 novembre ’17                                    Sara Di Giuseppe

Il Medoc è anche un cinema

Il Medoc è anche un cinema

 “CINEMA ITALIA” – Rosario Giuliani (sax soprano e contralto) / Luciano Biondini (fisarmonica cromatica)

Medoc [pizzeria-birreria] – San Benedetto del Tronto

  26 novembre ’17  h21,30                           Rinascenza / In Art

        Il Medoc – stasera – è anche un cinema, ma senza lo schermo. Solo la musica. Ognuno “rivede” il film che si ricorda e – soprattutto – il quando lo vide, il dove, e con chi. Ognuno riavvolge indietro la “sua” pellicola del tempo: e immagini d’altra epoca, per qualche motivo impresse nella mente, gli balzano incontro, riesumate ma freschissime dai due musicisti lì davanti, loro sì straordinariamente vivi.

Colonne sonore famose, baciate dal successo come e a volte più dei film stessi.

E se purtroppo in quei film ormai fuori dai circuiti non inciampi più, figurati le musiche. Archeologia sonora. Eppure bastano poche note, e te le ricordi: erano incise dentro, è bastato togliere la polvere. Anzi, eccole pronte a trascinare figure, storie, emozioni, nate dal film e che tenevi sopite.

Se la musica batte il cinema è in questo: puoi “arrangiarla”, trasformarla, accelerarla, rallentarla, arricchirla, reinventarla… se sei bravo perfino migliorarla. Il film no. Quello come è rimane. Se lo tocchi, come l’alta tensione, muore il film. Così è per la pittura, la poesia, i romanzi, la scultura e le altre arti: non le puoi saccheggiare. O ti piacciono o niente. Al museo che rivedi dieci volte, quadri e sculture sono gli stessi (o sei cambiato tu e li “leggi” diversamente); a un romanzo non togli o aggiungi pagine, né versi alla poesia, ai libri al massimo puoi togliere la polvere.

Giuliani e Biondini invece hanno le mani libere e – pur nell’assenza degli altri due della “banda” (Pietropaoli /doublebass e Rabbia /drums) – ci confermano che il loro “CINEMA ITALIA” è una rivoluzione affascinante.

Rosario e Luciano sono sempre nuovi e da scoprire, anche per chi già li conosce: sono “oltre”, sfidano la resistenza e limiti costruttivi dei loro strumenti. Il sax (innata potenza di suono morbida, inarrestabile, capace sempre di “riempire” ogni minimo spazio, specie se con molto riverbero) stasera è il vecchio Selmer che colma il piccolo Medoc come un boccale di birra e tutti noi con vibrazioni soffici, col suo respiro aspro e caldo. Senza rumore. Creando fraseggi e invenzioni su temi e melodie che credevamo intoccabili, giocando a nascondere, svelando d’improvviso…

La fida Excelsior asseconda Luciano da par suo: sonorità vibrante che non “riempie” come il sax ma vola incostante e bizzarra, a volte credi di perderla, pensi di non sentirla ma sei certo di vederla. C’è piuttosto da temere che il mantice superi l’apertura alare di un condor, e ci mandi bassi che non esistono… che la bottoniera fonda per l’attrito con le dita (alla fine solo un tasto-bottone s’è staccato, esausto)… che le infaticabili valvole schizzino – meritatamente – in testa alle indisciplinate donzelle di fronte, incapaci di ascoltare in silenzio. Invece, a tratti, diventa anche un organo, con pedaliera invisibile…

Al cinema, lo sappiamo, il motivo conduttore – che sia bello o letale – te lo ripetono fino a sfiancarti. Un trapano in tutte le salse, magari con estenuanti fantasie d’orchestra. Come se dovessero vendertelo. Stasera no. Neanche un algoritmo avrebbe potuto prevedere quel caleidoscopio di arrangiamenti ricchi o essenziali, quei salti di ritmo, di umore, di tempo, trasmigranti dallo swing che non c’era, al klezmer che non c’era, al tango che non c’era, al jazz…

Solo Fellini se la sarebbe immaginata, una serata così. Al Medoc.

 

29 novembre 2017                         PGC                  

letteraturamagazine.org

Il Comune uccide la Gioventù Musicale

Il Comune uccide la Gioventù Musicale


[ San Benedetto del Tronto: azzerato qualsiasi sostegno alla Fondazione L.Petrini ]

        Un colpo al cuore, o alla testa. Comunque il colpo di grazia.

Il Comune, nei panni dell’Assessore alla Cultura (pensa un po’), si libera dell’ultima Associazione che con mille sforzi riusciva ancora a portare della buona “classica” in questo deserto sempre più deserto: lo fa negando quel minimo – quasi indecente – contributo finora elargito, bontà sua, alla Gioventù Musicale Italiana – sezione di San Benedetto del Tronto – Fondazione Luigi Petrini.

Non ci sono soldi è la battuta che sa di stantio e malafede lontano un miglio, degna di questi pessimi attori: brutto e pasticciato copione, non lo reciterebbero neanche i peggio guitti di periferia.

Negando la miseria di 5.000 (cinquemila) euro l’anno, il Comune uccide l’Associazione molesta: le taglia l’ossigeno necessario per organizzare i concerti. Al tempo stesso, non dovendo concederle gratuitamente gli spazi dove quei concerti si sarebbero tenuti, potrà darli a pagamento o, se gli gira, utilmente regalarli. Geniale, ci guadagnerà in ogni caso. Due piccioni con una fava. Quando si dice l’intelligenza al potere.

Eccolo il trattamento riservato alla Cultura da ‘ste parti: la si uccide e amen. Se una volta dicevano (e dicono ancora) “con la Cultura non si mangia”, adesso vanno per le spicce: la strozzano in culla. Poi si lavano le mani e come niente fosse vanno ad autocelebrarsi con il porgimicrofono di turno.

Proprio in questi minuti sindacopiunti nostro – insieme al collega Brucchi di Teramo – viene intervistato allo stadio poco prima del derby calcistico Teramo-Sambenedettese: due facce in apprensione ma gongolanti, comprese di sè e della nobile missione. Perché questo sì, è un evento culturale per cui vale la pena dilapidare risorse pubbliche, altro che sprecare 5.000 euro per dei rompiscatole con quel loro vecchiume di musica colta.

 

27 novembre 2017                           PGC

“IL MIO DISPERATO CORAGGIO”

OFFICINA TEATRALE 2017/18

Viaggio cosmico-letterario in Recital
Vincenzo Di Bonaventura in

Il sentimento del vivere di Gabriele D’Annunzio

 Associazione Culturale Blow Up

Teatro dell’Arancio  –  Grottammare Paese Alto  –  21 novembre 2017  h21.15

“IL MIO DISPERATO CORAGGIO”

Venite a guardare il mio viso due o tre ore dopo la morte, allora soltanto avrò il viso che mi era destinato”: così il poeta immaginava se stesso nel trapasso, restituito all’autenticità nascosta in vita dietro le maschere innumerevoli del suo personaggio, dietro “gli affanni, le fatiche, i patimenti, gli innumerevoli eventi che forzò e forzerà pur in estremo il mio disperato coraggio”.

Ovunque egli sia ora nel suo immaginato altrove, sarà  grato al nostro Di Bonaventura – regista e attore solista – per la verità restituita, libera da imbalsamate mitologie, alla sua figura umana e alla poderosa unicità della sua arte.

Come sempre in queste necessarie preziose serate, vi è una “prefazione” – come l’attore chiama l’amicale colloquio col suo pubblico – cui segue, attesa, una postfazione: che ci delizia – pur nell’inospitale freddo del teatro (per il Comune non val la pena scaldare la piccola sala per un artista-solista e i suoi venti-spettatori-sempre-gli-stessi) – nel vertiginoso trasvolare da D’Annunzio/Duse fino a Pirandello/Abba, mentre ricrea il rapporto profondo fra l’attrice inimitabile e l’artista, due anime alla ricerca della perfezione, il cui incontro – rimossi gli stereotipi – deflagra nella realtà teatrale dell’epoca come una “vera rivoluzione drammaturgica e scenica”.

Per il resto l’attore lascerà parlare il poeta: dalle pagine del suo “Libro segreto, cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di D’Annunzio tentato di morire”, dal realismo del “rupestre Abruzzo” (Di B.), dai Romanzi, dalle Tragedie, dalle Laudi, dal dolente Notturno, mentre il tema musicale – con le intense composizioni di Fabio Capponi – si fonde, perfettamente a tempo, col ritmo del verso, del racconto, del saggio, della confessione.

Il “Libro segreto” (1935) che apre il viaggio di questa sera, chiude in realtà la parabola esistenziale e artistica del vate (“primo dandy della storia italiana” dirà Vincenzo) ormai eremita al Vittoriale: confessione e “agiografia in negativo, laica Via Crucis”.

Vi si svelano, nella trama dei ricordi e dei moti interiori più occulti, un io malinconico, “tentato di morire” fin dall’adolescenza (Tutta la vita è senza mutamento / Ha un solo volto la malinconia / Il pensiere ha per cima la follia / E l’amore è legato al tradimento, così il tetrastico che chiude quelle memorie), e un’anima inconsapevolmente pirandelliana, moderna suo malgrado nell’impossibilità di dare di sé un ritratto univoco (“V’è un acerbo piacere nell’esser disconosciuto, e nell’adoprarsi a esser disconosciuto”).

 

E le maschere molteplici che collocano il suo personaggio in primo piano sul palcoscenico di un’epoca feconda e tragica (“Tutto è diventato dannunziano perché tutto era già dannunziano. Bastava solo dargli un nome”, scrive Mario Luzi) sono anche quelle che, tra aneddotica e mitologia, pettegolezzo e scandalismo, offuscano spesso la traccia profonda che di lui resta in ogni campo della cultura e nell’arte. (“D’Annunzio è presente in tutti perché ha sperimentato o sfiorato tutte le possibilità linguistiche e prosodiche del nostro tempo”: così Eugenio Montale).

 

Ne percepiamo ogni sfumatura stasera, nella voce dell’attore che plasma come nuovi i chiaroscuri di quell’anima “poliedrica come un diamante”.  Quella voce è Andrea Sperelli “impregnato di arte” nella prosa estetizzante de Il piacere; è il superomismo di Stelio Effrena ne Il Fuoco; è Tullio Hermil de L’Innocente e Giovanni Episcopo del romanzo omonimo che hanno sapore di Dostoevskij e di Tolstoj; sono le tragiche possenti figure di Mila e Aligi, fatte dell’eterna sostanza umana in un’azione quasi fuori del tempo (“Nella terra d’Abruzzi, or è molt’anni”): qui la voce dell’attore si sdoppia – prodigio di mimesi attoriale, con un pizzico di tecnologia-fai-da-te  – ed è quella femminile di Mila (Fui una fonte calpestata […] Se tu mi tocchi, se tu m’offendi / tutti i tuoi morti nella tua terra […] avranno orrore di te in eterno) ed è quella presaga di Aligi (O Mila, Mila, sento come un tuono… / e tutta la montagna si sprofonda).

Musica e verso intimamente si fondono, ancora, nel ricreare la suggestione panica del paesaggio fiesolano, e nell’onda marina che si umanizza (creatura viva / che gode / del suo mistero / fugace), e nel sensuale compenetrarsi dell’io col fluire eterno della vita nel cosmo (Non ho più nome né sorte / tra gli uomini; ma il mio nome / è Meriggio. In tutto io vivo / tacito come la Morte); si smorzano infine nella meditazione “notturna”, nell’esperienza del dolore, nella coscienza della sconfitta, nella memoria dolente del passato (Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca).

Nella serata che si conclude ci sembra che il nostro attore solista – oggi come in ogni suo Recital – possa far sue le parole del dannunziano Libro Segreto: Se vieni con me per un sentiere che tu hai passato cento volte, il sentiere ti sembra novo.

 

25 novembre 2017                             Sara Di Giuseppe

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Il Postino suona al Medoc 

Günther Sanin (violino) / Fabio Rossato (piano-fisarmonica cromatica)
MEDOC [pizzeria-birreria], San Benedetto del Tronto  –  19 nov. ’17  h21,30                       Rinascenza In Art

              In omaggio al suo autore Luis Bacalov – con cui Günther collaborò – verso la fine hanno suonato anche “Il Postino”. Quel pezzo dolce, orecchiabile e malinconico, che dai tempi del film s’era perso. L’abbiamo ascoltato con ardiente paciencia, come immersi nella poesia silenziosa di un’isola dimenticata. Invece siamo al Medoc di San Benedetto e qui il postino, che sembra uno della Protezione Civile, passa carico e di fretta sullo scooter dalla banda gialla… e mai dopo cena.

        Anche il repertorio è “fuori orario”: certe musiche da Caffè Concerto le ascolti, e le guardi, – nelle piazze delle città che contano, negli Hotel di lusso, alle Terme, negli storici Caffè… –  alle 11 del mattino o all’ora del tè, nella luce calante del pomeriggio.

        Violino e piano, violino e fisarmonica. Fantasie d’opera, riduzioni di grandi classici, musica popolare (anche di sapore balcanico), musiche da film. Accenni di valzer, tango e danze ungheresi, ma con un fiato di jazz, per renderli – finalmente – meno banalmente ballabili. Arrangiamenti originali ma moderati, mai esasperati. Salvo quell’inflazionatissimo Liber Tango che Fabio Rossato mette nella centrifuga della sua fisa a bottoni. Dice che era “troppo banale”… Ne vien fuori un travolgente work in progress, senza fine: lui con Liber Tango ha un conto aperto, dice che ci lavorerà fino alla vecchiaia, come a una “scultura compositiva grottesca, deforme, in continua evoluzione” (!)… Però, che bello questo “suo” Liber Tango!

        Günther lo lascia fare. Uno che abitualmente suona su un violino G.Fiorini del 1876 non usa la centrifuga. Niente note corsare. Günther Sanin (von Bozen) – già il nome mette soggezione – pare proprio il re dei Caffè Concerto. Ne ha anche il fisico, il portamento. Suona con autorevole naturalezza, dissimulando una tecnica finissima, cattura e affascina anche chi non distingue un violino da una viola. Il prezioso strumento, pur da solista, è sempre arioso. Non miagola mai, né indugia in toni caramellosi o eccede in gradazione emotiva. Fraseggi sobri e profondi, swing incalzanti, romantici sanglots de l’automne. Eccelle con Gardel e con Rachmaninov, con Massenet e con Brahms, con Paganini e con Morricone… Ah, se quel piano stasera non fosse un modesto Rosenbloom!

        Sorprendente è l’atmosfera. Il Medoc lo conosciamo, cibo, pizza e birra eccellenti. Ma non ha l’arredo antico Liberty German-style e l’aria colta e pigra di un Caffè storico. Eppure è bastato socchiudere gli occhi ogni tanto per credere d’esser seduti a un tavolino quadrato di marmo dell’antico Caffè San Marco a Trieste sotto gli alti specchi molati, i lampadari di cristallo, i quadri dell’800… O di ascoltare un quartetto lettone in quel Caffè di Mosca che affaccia sulle cupole d’oro parzialmente innevate delle chiese ortodosse… O di bere champagne al Beaufort Bar – purissimo Art déco anni ’30 – del Savoy di Londra… O di aspettare pazienti di entrare al Literary Café sulla Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo, dove – vodka a parte – fanno spesso buona musica (e dove forse si è esibito anche Battiato, con cui Günther Sanin ha collaborato)…

       22 novembre 2017                   PGC          

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LA FESTA AGLI ALBERI

Due città – San Benedetto e Grottammare – senza rivali nell’accanimento furente e sistematico contro alberi e verde cittadino, che la festa agli alberi– nel significato più tragico della metafora – gliela fanno per davvero e senza sosta – spesso complici i comitati di quartiere, sempre silenti e indifferenti i cittadini – queste città senza pudore né ritegno il 21 novembre celebrano – con bambini e ragazzini delle scuole locali – la “Giornata Nazionale degli alberi”.

        Infinito è il dossier delle stragi – di alberi e di verde – compiute negli anni dalle amministrazioni delle due città, e di quelle tuttora in progetto (una per tutte, a San Benedetto il completamento del taglio dei pini lungo il fosso dell’Albula, proprio davanti ad una  scuola: operazione di alta valenza educativa).

Esso condanna senza appello i due Comuni che hanno fatto della desertificazione di pinete e di viali alberati e della guerra al verde pubblico incrollabile credo e ineludibile missione perseguita con le ragioni più platealmente in malafede, sempre saldamente sostenuta dalla grancassa priva di pensiero critico della stampa locale.

Non ci vuol molto a rispolverare ricordi – remoti e recenti – di alberi segati per far spazio al cemento (le piante abbattute a SBT durante la demolizione del Cinema Calabresi, anno 2007, restano un must ineguagliato, puro film dell’orrore); di pini sanissimi condannati a morte per le loro radici d’inciampo alle auto parcheggiate (Grottammare è un’eccellenza nel…ramo); di alberi sacrificati al brutto restyling di brutti lungomari; di interi viali di verde spazzato via da demenziali piste ciclabili o per far posto a orridi lunari parcheggi (largo Manzoni a SBT) o a causa di qualche ramo mai potato intenzionato a scorticare un SUV; di pinete “pelate” per ospitare giochi e gazebo, o per la nefasta sindrome conosciuta come “sicurezzite”.

A  Grottammare ci furono Piazza San Pio e poi viale Sisto V e poi la pineta Ricciotti e le pinetine del lungomare… Quando “gli va bene”, gli alberi si ritrovano i tronchi verniciati di bianco con parroco benedicente o sono indifesi attaccapanni per fili elettrici, lampade stradali, cartelli, manifesti…).

Certo dimentico parecchio: l’elenco è sterminato e purtroppo ancora aperto.

A San Benedetto, amministrazioni con la sensibilità ambientale di un manico di scopa, assessori “verdi” (!) affiliati al Club della Motosega, Segambiente “distratta” dalle pulizie alla Sentina, una Forestale che non c’è più (non c’era neanche prima), hanno lasciato il segno in una città sempre più brutta, cementificata, inospitale e senza verde.

Gli amministratori attuali ne hanno raccolto degnamente il testimone: i progetti realizzati e quelli che nell’indifferenza e nelle complicità di cui sopra troveranno compimento a breve non lasciano dubbi né speranza.

A Grottammare sensibilità e rispetto per alberi e verde pubblico sono da sempre tanto contraddetti nella pratica – anche qui il dossier è infinito – quanto rozzamente masticati come nutrimento principe di un ego amministrativo ipertrofico e autoincensatorio, piatto forte nel menu di panzane ammannito alla cittadinanza inerte e alla stampa compiacente.

Si dovrebbe aver fatto l’abitudine a tanto squallore, persuasi dell’inutilità di qualsiasi sollecitazione, della pervicace arrogante sordità dei destinatari, dei complici silenzi anche della miriade di Associazioni.

Ma non ci si abitua, e ci si chiede ancora una volta quale deficit culturale, quale intreccio di ignoranza ambientale, affarismo, opacità politica guidi i due Comuni in queste scelte; quale maligno virus di indifferenza, abulia, complicità infetti cittadinanze sistematicamente defraudate di beni primari e irrinunciabili come alberi, verde pubblico, spazi liberi vivibili. Quale supina rassegnazione, infine, freni cittadini, scolaresche con dirigenti, maestri/e, genitori, educatori a vario titolo, dal respingere con sdegno l’ipocrisia istituzionale del “festeggiare” un giorno dell’anno quei beni preziosi che per il resto del tempo quegli stessi amministratori si impegnano con seriale sistematicità a distruggere.

 

21 novembre 2017                             Sara Di Giuseppe